Per percorrere la strada da Sassari ad Alghero basta una mezzora, ma, se ti fermi nei posti giusti, una giornata intera è appena sufficiente! Ecco le tappe imperdibili mentre ti muovi verso la Riviera del Corallo.
Il tratto di strada tra Sassari e Alghero, nel nord-ovest della Sardegna, riesce a condensare in pochi chilometri millenni di storia: torri medievali a picco sul mare, mastodontiche fortezze nuragiche in pietra basaltica, spiagge di sabbia bianchissima affacciate sul mare caraibico della Riviera dei Coralli fino a una città, Alghero, dove si parla ancora catalano, come se il Quattrocento non fosse mai finito.
Prima di partire per questo mini road trip, ti consigliamo di sfruttare i servizi di telepedaggio e di calcolare in anticipo i costi del pedaggio autostradale per gestire al meglio ogni sosta. Soprattutto nei weekend, controlla il traffico in tempo reale per evitare le ore di punta.
Dove fermarsi in u road trip da Sassari ad Alghero
In questo articolo ti proponiamo quattro soste attraverso un itinerario che copre diecimila anni di storia sarda, dal Neolitico ai bastioni catalani, passando per borghi medievali e golfi di rara bellezza.
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Castelsardo, il borgo medievale sul mare
Prima tappa è verso nordest, prendendo la SS131 in direzione della costa: Castelsardo è uno dei borghi sul mare più belli della Sardegna, arroccato su un promontorio vulcanico a strapiombo sul Golfo dell’Asinara, con un profilo inconfondibile.
Il cuore del borgo è il Castello dei Doria, costruito nel XII secolo dalla potente famiglia genovese, che fondò l’insediamento con il nome di Castelgenovese. Oggi ospita il MIM – Museo dell’Intreccio Mediterraneo, dedicato all’arte tradizionale locale della lavorazione della palma nana e del giunco, con i camminamenti di ronda che offrono panorami incredibili sulla costa e sulle colline dell’interno. Poco sotto il castello si trova la Concattedrale di Sant’Antonio Abate, in stile gotico-aragonese, che nelle sue cripte custodisce il Retablo del Maestro di Castelsardo, un capolavoro pittorico tardo-quattrocentesco di qualità straordinaria.
Una piccola deviazione prima della ripartenza porta alla Roccia dell’Elefante – un masso di trachite rossa scolpito dall’erosione che sembra davvero un pachiderma – con le domus de janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia, conosciute come “case delle fate”.
Il Nuraghe Santu Antine e la Valle dei Nuraghi
Tornando verso la SS131 e scendendo verso Torralba, raggiungi il Nuraghe Santu Antine, uno dei nuraghi più grandi, meglio conservati e più imponenti di tutta la Sardegna, che la gente del posto chiama Sa Domu de su Re, “la casa del re”. Si erge isolato su una pianura basaltica nella cosiddetta Valle dei Nuraghi, un territorio disseminato di costruzioni preistoriche che non ha paragoni altrove sull’isola.
La torre centrale del nuraghe è alta oltre 17 metri su una struttura a tre torri collegate da cortine murarie e corridoi interni visitabili: puoi entrare nel corridoio che conduce alla camera principale, con la volta a tholos intatta, la luce che filtra dall’alto, le pareti di basalto levigato. Intorno alla torre principale si estende il villaggio nuragico, con i resti di decine di capanne circolari che testimoniano una comunità organizzata e prospera vissuta qui tra il XV e l’VIII secolo a.C.
La visita si chiude al Museo della Valle dei Nuraghi nel centro di Torralba, dove sono esposti i reperti rinvenuti durante gli scavi: ceramiche, bronzetti, oggetti della vita quotidiana che restituiscono un’umanità sorprendentemente vicina alla nostra.
Stintino e La Pelosa
Risalendo verso il Golfo dell’Asinara si arriva a Stintino, un borgo sul mare fondato nel 1885 da un gruppo di famiglie di pescatori trasferiti forzatamente dall’isola dell’Asinara quando le autorità decisero di costruirvi un carcere. Quella storia di sradicamento e resilienza si legge ancora nel carattere del paese, piccolo, orgoglioso, con i vicoli colorati e il porto dei pescatori ancora operativo.
La celebrità di Stintino è legata in particolare alla Spiaggia della Pelosa, una delle più belle al mondo: poche centinaia di metri di sabbia bianchissima e finissima su un mare che sfuma in tutte le gradazioni del turchese e dell’azzurro. L’accesso è a numero chiuso, sia per proteggerne la bellezza sia per dimensioni ridotte. Di fronte alla spiaggia si trova l’Isola Piana, con la torre aragonese cinquecentesca, e, sullo sfondo, il profilo dell’Isola dell’Asinara, che oggi è una riserva naturale visitabile solo attraverso escursioni guidate.
Al Museo della Tonnara, ospitato nella storica tonnara Saline, puoi ripercorrere la storia della pesca al tonno che per secoli ha definito l’identità economica e culturale di questo tratto di costa, con gli attrezzi originali, le fotografie d’epoca e le ricostruzioni multimediali del rito collettivo della mattanza.
Necropoli di Anghelu Ruju e Nuraghe Palmavera
Le ultime due soste sono a pochi chilometri da Alghero e sono due dei siti archeologici più significativi del nord-ovest sardo.
La Necropoli di Anghelu Ruju, scoperta nel 1903, è la più importante necropoli preistorica della Sardegna settentrionale: 38 tombe ipogee – le domus de janas – scavate nell’arenaria tra il 3200 e il 2800 a.C., ricche di incisioni rupestri, rilievi di bucrani e decorazioni geometriche ancora ben visibili. Camminare tra queste tombe porta a contatto con la spiritualità del silenzio e del culto dei morti che precede di millenni le grandi civiltà mediterranee. Il sito è patrimonio UNESCO insieme ad altri sedici siti nuragici dell’isola.
A una decina di chilometri da Alghero, nel cuore del Parco Regionale di Porto Conte, si trova il Nuraghe Palmavera, un complesso del XV-XIV secolo a.C. dove sono ancora riconoscibili la torre principale, la cinta muraria pentagonale e i resti di un villaggio di circa cinquanta capanne, tra cui la più famosa, la Capanna delle Riunioni, un vano circolare con una banchina in pietra lungo le pareti che serviva da luogo di assemblea pubblica, un’agorà preistorica che racconta di una società già organizzata. Da qui, Alghero e i suoi bastioni catalani sono a soli dodici chilometri.
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Rossella Rocco Corallini
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