sulla difesa è ora di scegliere l’Europa


Roma, 20 giu – La polemica tra Donald Trump e Giorgia Meloni è già stata divorata dal teatrino politico-mediatico nel modo più prevedibile: chi la riduce a uno sgarbo personale, chi la usa per misurare il grado di fedeltà atlantica del governo italiano, chi si limita a contare i punti nello scontro tra due leader che fino a ieri venivano descritti come naturali alleati. Ma il punto non è la foto al G7, né la popolarità di Meloni, né il carattere notoriamente brutale con cui Trump tratta amici, nemici e sottoposti. Il punto vero è un altro: nel momento in cui Washington considera l’Italia una piattaforma logistica al proprio servizio e si irrita se Roma non concede automaticamente basi, piste e infrastrutture militari, viene alla luce il nodo rimosso dell’intera sicurezza europea.

Escalation dello scontro tra Meloni e Trump

Trump, lo diciamo spesso, non ha inventato nulla di sostanziale. Ha soltanto detto in modo volgare ciò che la struttura dell’alleanza occidentale contiene da decenni: gli Stati Uniti proteggono, dunque pretendono. Integrano, dunque comandano. Garantiscono, dunque esigono accesso, allineamento e disponibilità operativa. La Nato, nella sua forma concreta, non è mai stata un salotto tra pari, ma un sistema militare costruito intorno alla potenza americana. Finché questa potenza si presentava come guida benevola dell’Occidente, il problema poteva essere coperto con il linguaggio dell’amicizia, dei valori comuni e della solidarietà atlantica. Ora che l’America First parla il linguaggio del conto da pagare, la realtà torna a essere leggibile anche per chi non voleva vederla.
La risposta di Meloni, almeno sul piano formale, coglie un punto essenziale: l’Italia resta una nazione sovrana e l’uso delle basi militari sul suo territorio è regolato da accordi, non da ordini impartiti da Washington. Ma proprio questa affermazione apre la domanda decisiva. Una nazione può dirsi davvero sovrana se la propria sicurezza, la propria deterrenza, la propria intelligence, la propria difesa aerea, la propria logistica e buona parte della propria architettura militare dipendono ancora dagli Stati Uniti? Può dire no a Washington se, nel momento della crisi, ha bisogno di Washington per vedere, colpire, coordinare, rifornire e proteggere? La sovranità esiste solo se ha dietro industria, tecnologia, comando, dottrina, forze armate, energia, spazio, cyber, logistica e – soprattutto – volontà politica.

L’Europa può permettersi la sua difesa?

Qui la polemica Meloni-Trump smette di essere un incidente diplomatico e diventa una radiografia. Il vero tema non è l’Europa con più Nato, ma l’Europa senza la Nato americana. Non nel senso infantile di una rottura propagandistica, né nel senso neutralista caro a chi sogna un continente disarmato, innocuo e consegnato alla buona volontà altrui. Il tema è molto più serio: che cosa resta dell’Europa se gli Stati Uniti decidono di ridurre, condizionare o ritardare il proprio intervento? Che cosa resta se Washington sposta uomini, munizioni, satelliti, sistemi di difesa e attenzione strategica verso il Pacifico o il Medio Oriente? Che cosa resta se la protezione americana diventa una prestazione negoziabile, concessa solo agli alleati più obbedienti?
La risposta è scomoda: resta molto meno di quanto l’Europa ami raccontarsi. Non perché manchino del tutto carri armati, aerei, fregate, artiglieria o soldati. Il problema non è soltanto la massa. Il problema è l’integrazione. Gli Stati Uniti sono stati per decenni il sistema operativo della Nato: collegano sensori, comandi, intelligence, spazio, cyber, missili, logistica e deterrenza nucleare. Senza questo centro nervoso, le forze europee non scompaiono, ma diventano più lente, più frammentate, più nazionali, più dipendenti dal compromesso politico tra capitali diverse. La potenza non viene solo ridotta ma disarticolata.

Senza gli Stati Uniti, la difesa europea è disarticolata

In un recente studio pubblicato su Survival, dal titolo fin troppo esplicito, A European Way of War Without the United States, il punto viene formulato con crudezza: ciò che scomparirebbe con l’assenza americana non sarebbe prima di tutto la massa, ma l’integrazione. L’Europa, presa nel suo insieme, non è priva di forze. Dispone di mezzi corazzati, artiglierie, flotte, aviazioni moderne, capacità industriali e risorse economiche superiori a quelle di molti avversari. Ma la guerra contemporanea non si vince sommando inventari nazionali. Si vince trasformando quegli inventari in un’unica macchina capace di vedere, decidere, colpire, rifornirsi e resistere sotto pressione.
Secondo l’IISS, senza gli Stati Uniti l’Europa dovrebbe combattere in modo radicalmente diverso. Non una guerra di manovra rapida, dominio aereo, attacchi in profondità e dislocazione del nemico, ma una guerra più lenta, più difensiva, più terrestre, più logorante. Una guerra di negazione, attrito e resistenza. Il compito iniziale non sarebbe vincere subito, ma non perdere subito: assorbire l’urto, impedire lo sfondamento, difendere i nodi strategici, guadagnare tempo, logorare l’avversario e permettere alla base industriale europea di entrare progressivamente in funzione. È una prospettiva realistica, ma anche impietosa: l’Europa potrebbe forse impedire una vittoria rapida del nemico, ma oggi faticherebbe a imporre da sola una decisione strategica.

Il campo di battaglia moderno è un insieme di capacità

Il nodo più grave riguarda l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione. Gli Stati Uniti garantiscono alla Nato una parte decisiva della capacità di vedere il campo di battaglia: satelliti, sensori, ricognizione ad alta quota, segnali, fusione dei dati, individuazione dei bersagli. Senza questa rete, i comandi europei non diventerebbero ciechi, ma vedrebbero peggio, più lentamente e con minore continuità. Questo significa bersagli individuati più tardi, manovre nemiche comprese con ritardo, riserve avversarie seguite con minore precisione, attacchi in profondità meno frequenti e meno efficaci. In guerra, vedere dopo significa decidere dopo. E decidere dopo significa cedere tempo, iniziativa e libertà d’azione.
Lo stesso vale per il dominio elettromagnetico. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto comunicazioni, droni, GPS, guerra elettronica e collegamenti tra sensori e sistemi d’arma siano diventati centrali. Senza la profondità americana in cyber, spazio e guerra elettronica, le forze europee dovrebbero operare in un ambiente più intermittente, più disturbato, più frammentato. I collegamenti salterebbero più spesso, i dati arriverebbero in ritardo, le munizioni guidate perderebbero precisione, i droni diventerebbero più vulnerabili, i comandi sarebbero costretti a tornare a procedure più lente, più analogiche, più preordinate. Anche qui il risultato sarebbe lo stesso: meno velocità, meno coordinamento, meno capacità di colpire nel momento decisivo.

L’Europa sarebbe più lenta, non meno potente

Il quadro delineato dall’IISS è netto: senza gli Stati Uniti, l’Europa non sarebbe disarmata, ma vedrebbe ridursi drasticamente la propria capacità di condurre una guerra moderna ad alta intensità. Gli attacchi in profondità sarebbero meno continui ed efficaci per carenza di scorte, produzione e intelligence; la superiorità aerea diventerebbe più difficile da ottenere e mantenere; la difesa di infrastrutture, basi e linee logistiche sarebbe più vulnerabile a missili e droni; la tenuta industriale e la disponibilità di munizioni rischierebbero di non sostenere conflitti prolungati; molti sistemi d’arma dipenderebbero ancora da componenti, manutenzione e supporto americani; e resterebbe aperta la questione della deterrenza nucleare e della leadership strategica europea. In sintesi, senza Washington l’Europa potrebbe probabilmente resistere e rallentare un avversario, ma dovrebbe combattere una guerra più lenta, più difensiva e più logorante, mentre la Nato passerebbe da una struttura guidata da un centro decisionale forte a un sistema molto più esposto alle divisioni e alle mediazioni tra gli Stati membri.
Ecco perché la domanda aperta dalla polemica Meloni-Trump non può essere liquidata con il solito riflesso di schieramento. Non basta dire “con Trump” o “contro Trump”. Non basta rivendicare l’amicizia con Washington o l’orgoglio offeso di Palazzo Chigi. Il punto è capire se l’Italia e l’Europa vogliono continuare a essere consumatori di sicurezza americana o diventare produttori della propria sicurezza. Nel primo caso, ogni “no” detto agli Stati Uniti resterà fragile, reversibile, esposto al ricatto logistico e strategico. Nel secondo caso, bisogna accettare una verità dura: l’autonomia costa, richiede anni, pretende industria, tecnologia, formazione, energia, disciplina politica e una classe dirigente capace di ragionare in termini di potenza.

Accelerare sull’integrazione europea nella difesa

Non si tratta di uscire domani dalla Nato per entrare nel nulla. Questa è la caricatura agitata da chi vuole impedire ogni discussione seria. Si tratta di costruire, dentro o fuori le architetture esistenti, una capacità europea autonoma di guerra, deterrenza e difesa. Significa spazio europeo, intelligence europea, difesa aerea europea, munizioni europee, logistica europea, industria europea, comando europeo, dottrina europea. Significa anche decidere quali sono gli interessi specifici dell’Italia: Mediterraneo, Nord Africa, energia, rotte marittime, Balcani, sicurezza interna, controllo tecnologico, infrastrutture critiche. Una nazione non diventa sovrana comprando sistemi d’arma alla cieca. Diventa sovrana quando sa a quale disegno strategico servono.
Per questo la destra italiana dovrebbe evitare due trappole speculari. La prima è l’atlantismo di riflesso, che confonde la serietà internazionale con l’obbedienza e trasforma ogni richiesta americana in dovere morale. La seconda è il pacifismo di ritorno, che usa la critica alla Nato per riproporre l’Italia impotente, disarmata, fuori dalla storia, impegnata soltanto a risparmiare sul costo della propria irrilevanza. La linea nazionale sta altrove: non fedeltà subalterna e non neutralismo imbelle, ma potenza italiana dentro una potenza europea capace di stare in piedi.

Dopo Meloni e Trump, la domanda resta spietata

La domanda finale, allora, non riguarda Meloni e Trump. Riguarda noi. Vogliamo un’Europa capace di dire no perché possiede la forza per sostenerlo, o un’Europa che dice no sperando che qualcuno continui comunque a proteggerla? Vogliamo una difesa costruita attorno agli interessi europei o una Nato americana con qualche bandiera in più? Vogliamo pagare il costo della potenza o continuare a pagare il prezzo della dipendenza? Tutto il resto rischia di restare sul piano della polemica politica e della comunicazione, mentre la questione decisiva riguarda la capacità dell’Europa di garantire la propria sicurezza in un contesto internazionale sempre più instabile e competitivo.

Sergio Filacchioni




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