“Abbiamo un sogno”, avevano detto Enrico Letta e Mario Draghi nel 2024: il mercato unico dei capitali, che renda l’Ue più competitiva e meno dipendente dai mercati esteri. E abbiamo un piano: la Savings and Investments Union, una sorta di “Wall Street europea” con una convergenza delle piazze del vecchio continente su standard e regole comuni e un sistema finanziario davvero integrato. Capace, ad esempio di attrarre quei circa 300 miliardi di euro che ogni anno lasciano il continente per andare a finanziare, in gran parte, l’economia e le imprese statunitensi, invece di trovare una fruttuosa casa nel posto dove sono stati maturati. Merito, o meglio colpa della frammentazione dei mercati nazionali. All’inizio anno, gli E6 – Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi – si sono anche trovati d’accordo, sul piano politico, nell’affidare all’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, più poteri per vigilare sulle maggiori borse europee (e gli altri principali snodi delle infrastrutture di mercato: controparti centrali, depositari di titoli, piattaforme cripto), ferme restando le prerogative delle autorità nazionali. Tutto troppo facile. E infatti dalla Germania è arrivata una richiesta di eccezione: la Deutsche Börse, la società che gestisce la Borsa di Francoforte, potrà scegliere se restare sotto la supervisione esclusiva del regolatore nazionale, perché in fondo – hanno spiegato funzionari a conoscenza del negoziato interpellati dal Financial Times – opera solo in Germania e non si qualifica come operatore paneuropeo. Pertanto la vigilanza europea dovrebbe valere come opzione, non come obbligo.
A parole i tedeschi erano sembrati più convinti. Quantomeno sul piano politico. Nell’ottobre 2025 il cancelliere Friedrich Merz saliva al Bundestag per chiedere la creazione di una borsa unica europea: serve, aveva spiegato, perché le nostre aziende di successo come BioNTech – la biotech di Magonza diventata celebre per il vaccino anti-Covid a mRNA, e oggi quotata non qui in europa ma al Nasdaq di New York – non siano costrette ad andare a quotarsi negli States, e perché le imprese del continente abbiano mercati abbastanza ampi e profondi da finanziarsi meglio e più in fretta. Ma poi sono arrivate le riserve. Perché in fondo in ballo c’è la seconda borsa più importante dell’Unione europea (Londra e Zurigo, extra-Ue, escluse), che capitalizza circa 2.500 miliardi (dati Deutsche Börse Group, maggio 2026), nel senso che tutte le società quotate lì nel loro insieme valgono 2,5 trilioni di euro. Per capire, è circa un terzo di quanto gestisce l’operatore numero uno in Ue, Euronext, che ha messo sotto lo stesso tetto le Borse di otto Paesi – Parigi, dove ha il quartier generale operativo, Amsterdam, Bruxelles, Lisbona, Dublino, Oslo, Milano dal 2021 e Atene dal 2025 – per circa 7.000 miliardi di capitalizzazione delle società quotate (comunicato Euronext, dati a marzo 2026).
In Germania, il freno lo tira sia la vigilanza locale dell’Assia, il Land dove ha sede la Deutsche Börse, sia la società stessa che gestisce la borsa. Dicono: sì, i capitali possono arrivare da ogni angolo del mondo, ma la piazza è una ed è in Germania, e non c’è motivo di obbligare una supervisione esterna su un qualcosa che opera solo all’interno del perimetro nazionale. Un portavoce di Deutsche Börse ha dichiarato al Financial Times: “Ci aspettiamo che il processo di riorganizzazione della vigilanza in Europa garantisca condizioni di parità, senza ulteriori oneri burocratici né un maggior numero di livelli di regolamentazione”.
Posto che la virgola si sposterebbe di poco: la facoltà di scelta riguarda soprattutto la borsa azionaria, mentre i due rami post-trade, Eurex (infrastruttura di compensazione, la garanzia che uno scambio vada a buon fine anche se salta una delle parti) e Clearstream (infrastruttura di custodia e regolamento dei titoli) – sarebbero più coinvolti nel perimetro della supervisione dell’Esma, sempre di concerto con le autorità nazionali.
Come nota il quotidiano della City, questa eccezione “mette in discussione il reale impegno di Berlino nei confronti dell’ultimo tentativo dell’Ue di collegare i suoi mercati dei capitali frammentati”. In estrema sintesi: i tedeschi si dicono favorevoli, a parole, a un mercato unico con la vigilanza comune, ma quando si tratta di passare ai fatti, spuntano le eccezioni. La differenza con Euronext è che questo opera davvero da paneuropeo, con una piattaforma unica (single order book) dove quotidianamente gli investitori possono attingere a un enorme pool di liquidità condivisa e una gestione post-trading integrata (Euronext Clearing per la compensazione ed Euronext Securities per il regolamento). In pratica è l’infrastruttura finanziaria digitale che acquisirebbe il ruolo di perno – la grande borsa di riferimento del continente – appena un vero mercato unico dei capitali entrasse in azione, e che a oggi continua però a dover battagliare con otto sistemi fiscali e legali differenti. Il parallelo tra le due società che gestiscono i mercati Euronext e Deutsche Börse è però controintuitivo: Deutsche Borse, inteso come gestore, capitalizza circa 45 miliardi di euro, quasi il triplo dei 15-16 miliardi della paneuropea (in base ai dati di StockAnalysis e CompaniesMarketCap a giugno 2026). Carta vincente, la diversificazione: Euronext si accontenta di restare più sbilanciata sulla negoziazione, mentre la tedesca spinge molto su derivati, servizi di clearing e custodia, dati e indici finanziari.
Non soprende che gli altri negoziatori – francesi, italiani, spagnoli, polacchi e olandesi – abbiano storto il naso, riporta sempre il Financial Times, alla notizia dell’ennesimo dietrofront tedesco di fronte a un’iniziativa che dovrebbe porre le basi per la creazione di un vero, unico, mercato dei capitali europeo. Ma come ricordano le cronache recenti, non è una novità che dalla Repubblica Federale vengano avanzate eccezioni o opposizioni. Sono due anni che l’italiana UniCredit prova a rilevare la tedesca Commerzbank: ha costruito la sua quota a partire dal 2024 e oggi controlla, tra azioni e strumenti derivati, più di un terzo del capitale, stando all’andamento dell’Ops. Il 16 giugno il governo tedesco – che di Commerzbank è ancora azionista col 12% – ha bocciato l’offerta pubblica di scambio lanciata lo scorso 5 maggio, giudicandola priva di un premio adeguato; contrari anche la banca, i sindacati e buona parte della politica. L’esito definitivo della scalata è atteso per l’8 luglio, ma la sostanza è chiara: un’acquisizione transfrontaliera, Berlino, la osteggia. Oppure il dossier Landesbanken: da anni la Germania frena sul completamento dell’unione bancaria europea, e in particolare sul suo terzo pilastro, la garanzia comune sui depositi – quell’Edis proposto dalla Commissione già nel 2015. Berlino invoca l’azzardo morale, cioè il timore che i risparmiatori tedeschi finiscano a coprire le banche più fragili del Sud Europa.
La questione della supervisione comune dovrà passare dalle procedure europee. Ma in questa storia il punto di caduta è uno: ad oggi in Ue circa il 70% del finanziamento alle imprese passa ancora dalle banche, mentre negli Stati Uniti oltre il 70% arriva dai mercati dei capitali. È la misura di quanto l’Europa sia rimasta indietro: i risparmi delle famiglie restano fermi o impegnati su strumenti a basso rendimento, invece di finanziare crescita e innovazione, e ogni anno centinaia di miliardi se ne vanno altrove, e soprattutto negli Stati Uniti. Colmare questa distanza è esattamente ciò che la Savings and Investments Union dovrebbe fare. Ammesso la si lasci funzionare.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
di Elettra Bernacchini
Source link

