In un mondo attraversato da nuove guerre e da una crescente corsa agli armamenti, il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari rappresenta una delle più importanti sfide culturali, politiche e giuridiche del nostro tempo. Mentre il linguaggio della deterrenza torna a occupare il dibattito internazionale e le potenze atomiche modernizzano i propri arsenali, il movimento globale per il disarmo rilancia una domanda fondamentale: è davvero possibile costruire la sicurezza sulla minaccia della distruzione reciproca? Il TPNW risponde affermando che la pace non può fondarsi sulla paura, ma sulla responsabilità condivisa e sulla forza della nonviolenza organizzata. E intanto è passato oltre un anno dall’ultimo voto della Camera contro l’adesione dell’Italia al TPNW. La risoluzione era stata presentata – a prima firma dell’on. Laura Boldrini – a favore del disarmo nucleare che prende le mosse dalla campagna “Italia Ripensaci” nell’anniversario dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. “In passato altre risoluzioni avevano già proposto l’avvicinamento dell’Italia al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (Tpnw) sulle questioni umanitarie e una presenza dell’Italia alle riunioni internazionali. Pur essendo votate, il governo non aveva mai proceduto, questa volta addirittura ha cercato di abbassare il livello della risoluzione che chiedeva di procedere verso l’esclusione di un ‘primo uso nucleare’, spiega al Fatto il portavoce della Campagne Rete Pace e Disarmo.
L’idea che l’umanità possa liberarsi definitivamente della minaccia atomica è stata per lungo tempo relegata nel territorio delle utopie irrealizzabili, liquidata come un ingenuo desiderio da coloro che considerano la forza militare l’unica garanzia di stabilità internazionale. Eppure la storia insegna che i più grandi avanzamenti del diritto internazionale sono nati proprio dalla capacità di immaginare ciò che appariva impossibile. La schiavitù, la guerra come strumento legittimo di politica estera, l’impiego delle armi chimiche e biologiche, le mine antiuomo: tutte pratiche che sembravano inevitabili e che, grazie a lunghi processi politici e culturali, sono state progressivamente delegittimate.
Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) si colloca esattamente in questa prospettiva. Esso rappresenta il momento in cui un’esigenza etica diventa norma giuridica, trasformando l’aspirazione al disarmo da semplice ideale morale a principio riconosciuto dal diritto internazionale. Non si tratta di un risultato concesso dalle grandi potenze, ma della conquista di una società civile globale che ha saputo organizzarsi, fare rete e incidere nei processi decisionali internazionali.
La nascita del trattato è infatti inseparabile dall’azione della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2017. Attraverso una mobilitazione senza precedenti di associazioni, movimenti pacifisti, organizzazioni umanitarie, comunità religiose e sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, ICAN ha contribuito a cambiare radicalmente il linguaggio del dibattito sul nucleare.
Per oltre mezzo secolo la questione atomica era stata affrontata quasi esclusivamente attraverso la lente della deterrenza. Le armi nucleari venivano presentate come strumenti di equilibrio strategico, capaci di prevenire conflitti tra grandi potenze grazie alla minaccia della distruzione reciproca. La diplomazia umanitaria ha ribaltato questa prospettiva. Invece di discutere astrattamente di equilibri geopolitici, ha riportato al centro le vittime, le conseguenze umane, ambientali, sanitarie e sociali di un eventuale utilizzo dell’arma nucleare.
Questo cambio di paradigma è stato rivoluzionario. Ha mostrato come nessun sistema sanitario, nessuna organizzazione internazionale e nessun governo sarebbe in grado di affrontare le conseguenze di una detonazione nucleare, anche limitata. Le devastazioni immediate, le contaminazioni radioattive, gli effetti climatici e alimentari globali rendono l’arma atomica incompatibile con qualsiasi principio di tutela della vita umana.
Il Nobel assegnato a ICAN ha sancito il riconoscimento internazionale di questa nuova visione della sicurezza. Una sicurezza che non si misura attraverso il numero di testate possedute, ma attraverso la capacità di prevenire catastrofi irreversibili e di proteggere l’umanità da sé stessa.
L’entrata in vigore del TPNW il 22 gennaio 2021 ha segnato una tappa storica. Tuttavia, sarebbe un errore interpretarla come il punto di arrivo del percorso. Al contrario, essa rappresenta l’inizio di una fase ancora più complessa.
Le nove potenze nucleari continuano infatti a mantenere e modernizzare i propri arsenali. Anche numerosi Paesi alleati, compresi quelli appartenenti alla NATO, mantengono una posizione di distanza o aperta opposizione rispetto al trattato. L’attuale scenario internazionale, caratterizzato dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, dalle tensioni tra Stati Uniti e Cina e dalla crescente instabilità globale, ha riportato il linguaggio della deterrenza al centro delle strategie geopolitiche.
Proprio per questo il ruolo della società civile diventa ancora più importante. In tale contesto la nonviolenza non appare come una testimonianza simbolica o una semplice espressione di dissenso morale. Essa si configura invece come una concreta strategia politica di trasformazione.
Le campagne di pressione economica e finanziaria contro le aziende coinvolte nella produzione di armamenti nucleari, le iniziative di disinvestimento promosse presso banche e fondi pensione, le adesioni degli enti locali agli appelli per il disarmo, il lavoro educativo nelle scuole e nelle università, le mobilitazioni internazionali e le attività di advocacy parlamentare rappresentano strumenti concreti attraverso cui il movimento pacifista cerca di incidere sulle scelte politiche.
La nonviolenza, in questa prospettiva, si manifesta come una forza capace di costruire consenso, modificare culture politiche e rendere effettive norme che, inizialmente, possono apparire prive di strumenti coercitivi immediati. La sua efficacia non risiede nella capacità di imporre, ma in quella di convincere, coinvolgere e trasformare.
Accanto alla questione militare emerge inoltre un tema sempre più rilevante: il rapporto tra nucleare civile e nucleare militare. Da decenni il movimento ecologista e quello pacifista sottolineano come la distinzione tra i due ambiti sia spesso meno netta di quanto venga presentato.
Le tecnologie di arricchimento dell’uranio, la gestione del combustibile nucleare e alcune infrastrutture industriali condividono competenze, conoscenze e filiere che possono essere utilizzate tanto per scopi energetici quanto per finalità militari. Questa natura duale della tecnologia atomica pone interrogativi profondi sulle prospettive future dello sviluppo energetico globale.
Le guerre degli ultimi anni hanno inoltre evidenziato un ulteriore elemento di preoccupazione. Le centrali nucleari civili possono diventare bersagli militari, strumenti di pressione strategica o fonti di rischio per intere popolazioni. Le vicende della centrale di Zaporižžja in Ucraina hanno mostrato quanto la sicurezza nucleare sia strettamente legata alla pace e alla stabilità internazionale.
Per questo motivo il dibattito sul disarmo non può essere separato da una riflessione più ampia sui modelli energetici, sul rapporto tra tecnologia e democrazia e sulla necessità di ridurre le fonti di vulnerabilità globale.
Il valore più profondo del TPNW risiede proprio nella sua capacità di agire sul piano culturale prima ancora che su quello militare. La storia delle relazioni internazionali dimostra che le armi non vengono abbandonate soltanto per ragioni tecniche o strategiche. Esse vengono progressivamente eliminate quando diventano moralmente inaccettabili, politicamente imbarazzanti e giuridicamente illegittime.
È accaduto con le armi chimiche. È accaduto con le mine antiuomo e con le munizioni a grappolo. Sta accadendo, sia pure lentamente e tra molte resistenze, anche con le armi nucleari.
Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari opera infatti una profonda trasformazione simbolica: sottrae la bomba atomica al prestigio politico che l’ha accompagnata per decenni e la colloca nel campo delle pratiche incompatibili con il diritto umanitario e con la coscienza civile dell’umanità.
In un tempo segnato da conflitti che sembrano moltiplicarsi e da una retorica della forza che torna a dominare il discorso pubblico, il TPNW ricorda che la sicurezza autentica non nasce dall’equilibrio del terrore, ma dalla costruzione paziente della fiducia, della cooperazione e della giustizia internazionale.
Trasformare l’utopia in realismo non significa ignorare le minacce del presente né pensare che un trattato possa cancellare con un colpo di penna gli arsenali esistenti. Significa invece costruire, passo dopo passo, una nuova cornice giuridica, culturale e morale nella quale l’arma nucleare non sia più percepita come simbolo di potenza e prestigio, ma come ciò che realmente è: una minaccia alla sopravvivenza stessa dell’umanità.
E forse il vero realismo, oggi, non consiste nel prepararsi alla guerra atomica considerandola inevitabile, ma nel lavorare affinché essa non abbia mai luogo. Perché la nonviolenza non è l’arte dell’illusione: è la più concreta delle politiche quando è in gioco il futuro del pianeta e delle generazioni che verranno.
Laura Tussi
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