No Stadio, No Party


La sensazione è che a Palazzo di Città non si sia ancora compreso che il tempo del sistema calcio non coincide con quello della burocrazia. Una società può attendere settimane, forse qualche mese. Non può però sospendere all’infinito investimenti, assunzioni, strategie e programmazione. Se davvero Taranto vuole tornare nel calcio che conta, il primo assist decisivo non dovrà arrivare dal mercato, ma dagli uffici comunali. Perché oggi il pallone è fermo. E a tenerlo fermo non sono certamente i Ladisa

Taranto Calcio, il tempo perduto e il rischio di perdere tutto.La questione centrale attorno alla quale ruota il futuro del Taranto Calcio non è il mercato, non è la scelta dell’allenatore, non è nemmeno la composizione dell’organico che dovrà affrontare il prossimo campionato di Eccellenza.

Il vero tema è un altro: la programmazione. Una parola semplice, abusata nel linguaggio sportivo, ma che nel caso della società rossoblù assume un significato decisivo. Perché oggi il futuro della Taranto Calcio è sospeso tra le ambizioni dichiarate della proprietà e le incertezze generate dalla macchina amministrativa comunale.

Lo stallo dopo il fallimento sportivo

La stagione appena conclusa ha lasciato sul terreno macerie sportive difficili da ignorare. La promozione è sfumata nel modo peggiore, dopo una gestione tecnica e agonistica che non è riuscita a trasformare in risultati un investimento importante per la categoria, quantificabile in circa un milione e mezzo di euro. La sconfitta nello spareggio contro il Gladiator ha rappresentato il punto più basso di una stagione nata con ben altre aspettative. A peggiorare il quadro sono arrivati i disordini del dopo gara, le pesanti sanzioni del Giudice Sportivo e un clima generale che ha allontanato il dibattito dalle vere questioni strategiche. Da quel momento la famiglia Ladisa ha sostanzialmente fermato ogni iniziativa pubblica. Un atteggiamento che qualcuno interpreta come silenzio, ma che appare piuttosto una precisa scelta di attesa.

“O così o pomì”: il significato politico e imprenditoriale di una frase

Nella settimana precedente allo spareggio i fratelli Ladisa erano stati estremamente chiari. Il loro progetto sportivo è indissolubilmente legato alla disponibilità esclusiva dello stadio Erasmo Iacovone. Una posizione riassunta efficacemente dalla celebre espressione dialettale: “O così o pomì”. Dietro quella frase non vi era alcuna provocazione. Vi era invece la presa d’atto di una realtà economica e imprenditoriale.

Nessun investitore serio può impegnare dieci/dodici milioni di euro nell’arco di sei/otto stagioni senza avere la disponibilità dell’infrastruttura principale sulla quale costruire il proprio piano industriale. È una regola valida in qualsiasi settore produttivo.Lo è ancora di più nel calcio moderno.

Lo Iacovone non è un dettaglio

Molti continuano a trattare la questione dello stadio come un elemento accessorio. È un errore. Lo Iacovone rappresenta il fulcro dell’intero progetto Ladisa. Non si tratta soltanto del luogo dove si disputano le partite. Lo stadio è il centro di gravità di tutte le attività economiche e sportive che una società ambiziosa intende sviluppare: settore giovanile, calcio femminile, attività commerciali, marketing, sponsorizzazioni, eventi, servizi hospitality, fidelizzazione del pubblico e valorizzazione del marchio.

Senza una concessione pluriennale e senza la certezza dell’utilizzo esclusivo dell’impianto, qualunque piano industriale diventa inevitabilmente fragile. Si programma nel buio.

I tempi del calcio contro i tempi della burocrazia

Qui emerge la principale criticità. Il calcio vive di scadenze precise. Le società devono programmare organici, staff tecnici, budget, accordi commerciali e strategie finanziarie con mesi di anticipo. L’amministrazione comunale, invece, è vincolata a procedure amministrative, bandi, verifiche e passaggi burocratici che seguono tempi completamente differenti.

Il problema non è tanto l’esistenza delle procedure. Il problema è l’assenza di una tempistica compatibile con le esigenze del sistema calcio. Secondo gli scenari più realistici, la decisione definitiva sull’affidamento dello Iacovone potrebbe arrivare a campionato iniziato, addiritturanon prima di metà novembre. Una prospettiva che rende praticamente impossibile pianificare investimenti pluriennali.

Le responsabilità della pubblica amministrazione

È proprio su questo punto che si concentrano le maggiori perplessità. L’amministrazione comunale continua a richiamare correttamente il rispetto delle procedure pubbliche. Tuttavia appare evidente una carenza di visione strategica. Taranto si trova davanti ad un’occasione storica. Da una parte esiste una proprietà che dichiara pubblicamente di voler investire milioni di euro per riportare la squadra nelle categorie professionistiche. Dall’altra vi è una struttura amministrativa che sembra incapace di accompagnare questo processo con tempi e strumenti adeguati. Il risultato è una situazione di paralisi. Nessuno sa con certezza cosa accadrà. Nessuno conosce i tempi reali della concessione. Nessuno può fornire garanzie agli investitori. Un contesto che inevitabilmente genera sfiducia.

Il sospetto delle promesse mancate

Nel mondo del calcio, come in quello degli affari, le relazioni si fondano sulla credibilità. E proprio qui nasce una domanda che molti tifosi iniziano a porsi. È possibile che nel recente passato siano stati forniti alla proprietà segnali o rassicurazioni che oggi non trovano ancora riscontro concreto?

È una domanda legittima. Perché altrimenti sarebbe difficile spiegare la convinzione con cui i Ladisa hanno impostato il proprio progetto iniziale. Oggi, invece, la sensazione è quella di una trattativa entrata in una zona grigia, dove aspettative e realtà amministrativa non coincidono più.

Il rischio che nessuno vuole vedere

Molti continuano a ragionare come se la permanenza dei Ladisa fosse scontata. Non lo è. La storia imprenditoriale della famiglia dimostra esattamente il contrario. Quando le condizioni operative non vengono ritenute adeguate agli obiettivi prefissati, i Ladisa non hanno mai avuto difficoltà a interrompere percorsi ritenuti non più sostenibili. Per questo motivo il rischio di un disimpegno non può essere liquidato come una semplice ipotesi giornalistica.

È una possibilità concreta. Una possibilità che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il futuro del calcio tarantino. Perdere una proprietà disponibile a sostenere un progetto pluriennale significherebbe tornare al punto di partenza. Forse peggio.

Oltre il mercato, oltre le indiscrezioni

In queste settimane si leggono indiscrezioni su allenatori, direttori sportivi e possibili acquisti. Argomenti legittimi, ma sostanzialmente marginali.Sono discussioni che appartengono alla superficie del problema.

La questione vera è un’altra. Prima di scegliere chi guiderà la squadra, bisogna capire se esistono le condizioni per sviluppare il progetto.Prima di parlare di mercato, bisogna conoscere il contesto nel quale quel mercato dovrà essere costruito. Prima di programmare la scalata verso la Serie B, bisogna sapere se il pilastro fondamentale del progetto, lo stadio Iacovone, sarà realmente nella disponibilità esclusiva della società.

Una città davanti ad un bivio

Taranto si trova oggi davanti ad una scelta che va oltre il calcio. Da una parte c’è la possibilità di costruire un percorso credibile di rilancio sportivo, economico e organizzativo. Dall’altra c’è il rischio che ritardi, indecisioni e mancanza di chiarezza finiscano per allontanare chi aveva manifestato la volontà di investire.

Il tempo, nel calcio, è una risorsa preziosa. Ogni settimana che passa senza risposte riduce le possibilità di programmare. Ogni rinvio alimenta l’incertezza.Ogni silenzio indebolisce la fiducia.

Per questo la domanda che oggi la città dovrebbe rivolgere alla propria amministrazione è semplice: si vuole davvero creare le condizioni affinché il Taranto Calcio possa costruire il proprio futuro, oppure si continuerà a navigare a vista lasciando che siano altri a decidere quando sarà troppo tardi? Perché il rischio più grande non è perdere un’altra stagione. È perdere un progetto. E forse anche gli imprenditori che avevano deciso di sostenerlo.

La sensazione è che a Palazzo di Città non si sia ancora compreso che il tempo del sistema calcio non coincide con quello della burocrazia. Una società può attendere settimane, forse qualche mese. Non può però sospendere all’infinito investimenti, assunzioni, strategie e programmazione. Se davvero Taranto vuole tornare nel calcio che conta, il primo assist decisivo non dovrà arrivare dal mercato, ma dagli uffici comunali. Perché oggi il pallone è fermo. E a tenerlo fermo non sono certamente i Ladisa.

 

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 Vittorio Galigani

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