Per arrivare nella sala dove si parla del futuro della scansione, ho attraversato uno degli edifici più carichi di passato che abbiamo in Italia. Palazzo Pio, a Roma, sede del Dicastero per la Comunicazione e, soprattutto, sede storica di Radio Vaticana. Proprio a pochi passi da qui, Guglielmo Marconi ha compiuto i suoi primi esperimenti con le onde ultracorte, quelle che poi sarebbero diventate la radio FM. Insomma, mezzo Novecento delle telecomunicazioni è partito da queste stanze.
È questo il luogo scelto da Ricoh per presentare due nuovi scanner.
Detto così sembra strano, ma in poco tempo è diventato chiaro che il luogo scelto per questo evento ha in realtà molto senso. Perché PFU, che fa parte del gruppo Ricoh, di scanner ne ha venduti oltre 15 milioni in più di cinquant’anni e oggi vuole dire una cosa precisa: l’intelligenza artificiale vale quanto le informazioni che le diamo in pasto. E quelle informazioni, spesso, partono ancora da un foglio.

Un archivio che non salva solo le parole
A spiegarlo meglio di chiunque altro, però, è stato Pietro Cocco, che coordina l’archivio editoriale multimediale del Vaticano. Il suo lavoro è anche quello di digitalizzare vecchi documenti, di cui il Vaticano è per forza di cose pieno.
Cocco e il suo team hanno deciso di scansionare circa 400 volumi rilegati (decine di migliaia di pagine) che contengono tutti i bollettini radiofonici trasmessi da Radio Vaticana al mondo a partire dagli anni ’50. Si parla di testi battuti a macchina su carta porosa, su veline sottilissime. Alcuni di questi fogli, quelli legati alle trasmissioni durante la Seconda guerra mondiale, sono di una carta talmente trasparente che scrivendoci davanti e dietro il testo si vede in trasparenza. Per digitalizzarli senza che le due facciate si “mescolino” serve uno scanner che capisca la differenza tra l’inchiostro di sopra e l’ombra di quello di sotto.


Ma il punto vero non è tecnico. L’obbiettivo, spiega Cocco, non è solo salvare il testo, ma “restituire” alle persone anche il tipo di carta usata, le annotazioni a margine e gli appunti dei giornalisti. Cioè il contesto. Perché un archivio non conserva la memoria delle parole, conserva la memoria di un’epoca e delle persone che ci hanno lavorato dentro. Digitalizzare bene significa non perdere quel pezzo lì, quello invisibile.
“Capture”: una parola per un’idea semplice
La parola intorno a cui ruota l’intera giornata è inequivocabilmente una: capture, acquisizione. Pensate a tutta l’informazione che un’azienda, un ospedale o un comune possiede già: contratti, fatture, moduli, cartelle, lettere. Quasi tutto quello che serve per prendere decisioni migliori è lì, da qualche parte. Il problema è che è intrappolato. Chiuso dentro un foglio in un raccoglitore o dentro un libro disperso in un archivio. In pratica è come non averlo.
“Capture” è il momento in cui quell’informazione smette di essere intrappolata. È più di “scannerizzare“, fare la foto a un foglio, ma trasformare il foglio in qualcosa che si può cercare, leggere, usare e di cui ci si può fidare. La differenza, insomma, tra fotografare la pagina di un libro e poterci fare una ricerca per parola.
Il problema che nessuno guarda
Di questi tempi ci preoccupiamo tanto di quanto l’intelligenza artificiale sia brava, veloce e “intelligente”. Ci preoccupiamo molto meno di cosa le stiamo dando da mangiare. Eppure il punto fragile è proprio quello: se l’informazione che entra è incompleta, sbagliata o manomessa, l’AI non la corregge. La amplifica. Prende l’errore e lo serve con la sicurezza di chi non ha dubbi. Garbage in, garbage out, dicevano i vecchi informatici. Vale ancora, solo che adesso la spazzatura esce lucidata e convincente.


Di conseguenza la sicurezza e l’affidabilità di un dato non si controllano alla fine, quando ormai è dentro i sistemi. Si controllano all’inizio, nel momento esatto in cui il dato entra nel mondo digitale. È lì che si decide se un documento è autentico, se va oscurata un’informazione sensibile o se serve l’occhio di un umano a dire l’ultima parola. È un punto cruciale in molti campi, soprattutto in quello aziendale dove l’affidabilità di una digitalizzazione deve essere cristallina per non comportare problemi. E a volte deve anche saper capire quali dati sono utili e quali no.
Ma questo non riguarda solamente le aziende. Pensate a quante volte avete consegnato una carta d’identità in hotel. Ecco, a quell’albergo serve circa il 20% dei dati sul vostro documento. L’altro 80%, che però è lì, fotografato e archiviato chissà dove, è solo rischio. Se quel sistema viene bucato, qualcuno si porta a casa tutto. Una fase di cattura efficace riesce a far entrare solo il 20% necessario e oscurare il resto già al momento della scansione. In pratica lo scanner riconosce i dati utili e li mantiene, ma oscura tutto il resto. Lo stesso vale per i documenti falsi: oggi con l’AI ci si fabbrica una fattura finta, una ricevuta e perfino un diploma di una scuola in cui non si è mai messo piede. E allora servono strumenti che, sempre all’ingresso, sappiano fiutare il falso.
Specifiche tecniche e prestazioni di Ricoh SP-2240N e SP-2230N
In mezzo a tutto questo discorso sul futuro, sono comparsi anche i due protagonisti ufficiali: le nuove Ricoh SP-2240N e SP-2230N. Due scanner “entry-level”, cioè pensati non per le grandi aziende che digitalizzano milioni di pagine, ma per il piccolo ufficio, lo studio e l’organizzazione che semplicemente deve scansionare ogni giorno senza farne una scienza. Sono già in vendita, rispettivamente a 612 e 480 euro.
Le differenze tecniche: uno fa 40 pagine al minuto, l’altro 30; ingoiano fino a 80 fogli alla volta; gestiscono di tutto, dalla carta sottile come una cialda di riso alle tessere di plastica fino ai fogli A3 piegati a metà; e c’è perfino una funzione che tiene d’occhio l’immagine in tempo reale e ferma la macchina se sta per spiegazzare un documento.
La parte furba, però, è che funzionano in due modi. Con il computer, utilizzando i software per la cattura su cui PFU ha investito molto. Oppure senza alcun computer: collegati alla rete, chiunque arriva, infila il foglio, schiaccia uno dei tre pulsanti con le destinazioni prefissate e il documento parte già trasformato in PDF cercabile verso la destinazione giusta: una cartella, una mail o altro.


Si torna sempre alla carta
Uscendo da Palazzo Pio mi è rimasta in testa una simmetria che all’inizio non avevo colto. Da una parte, in quei volumi di Radio Vaticana, ci sono settant’anni di voce della Chiesa salvati su veline da preservare un foglio alla volta. Dall’altra, un’azienda che dice che il futuro dell’intelligenza artificiale comincia esattamente lì, nel gesto meno glamour che esista: catturare bene un’informazione prima che diventi tutto il resto.
Viviamo immersi in un racconto in cui l’AI è la magia che arriva alla fine e risolve ed è facile dimenticare che ogni risposta brillante di un modello linguistico poggia su un mucchio di dati che qualcuno, da qualche parte, ha dovuto raccogliere, ripulire e rendere affidabili. La prossima volta che un chatbot vi risponde con sicurezza disarmante, pensateci: se vuoi che la conoscenza fluisca, devi prenderti cura di come entra.
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Marco Paretti
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