Ci sono persone che, quando le incontri dopo anni, scopri essere cambiate. E poi ce ne sono altre che, in realtà, sono rimaste identiche, ma hanno semplicemente smesso di nascondersi. Parlando con Lorenzo Adorni, su Prime Video protagonista del film L’amor fuggente, per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, la sensazione è stata questa. L’ultima volta che ci eravamo sentiti era un altro tempo. Un’altra stagione della vita. C’erano progetti che sembravano destinati a crescere, aspettative ancora intatte, la sensazione che il percorso professionale stesse seguendo una direzione precisa. Nel frattempo sono passati anni, sono arrivati ruoli importanti, produzioni prestigiose, film, serie televisive e piattaforme. Sono arrivati Stefano Sollima e la Mostra del Cinema di Venezia con Adagio. Sono arrivati Netflix, Rai, personaggi che hanno lasciato un segno e altri che il pubblico ricorda ancora oggi. Sono arrivate le soddisfazioni che chi sceglie questo mestiere sogna quando comincia a farlo. Eppure questa non è un’intervista sul successo. O almeno non sul successo per come siamo abituati a raccontarlo. Perché la persona che ho trovato dall’altra parte del telefono non aveva voglia di parlare di traguardi, classifiche, ascolti o numeri. Aveva voglia di parlare di senso. Che è una parola molto più complicata. Nel corso di quasi due ore di conversazione, Lorenzo Adorni ha raccontato il lavoro, certo. Ma soprattutto ha raccontato ciò che accade quando il lavoro smette di essere sufficiente a definire chi sei. Ha parlato della paura di diventare invisibili in un sistema che sembra ricordarsi delle persone soltanto finché sono presenti. Ha parlato della fatica di continuare a credere in un settore che spesso premia la riconoscibilità più del talento e la disponibilità più dell’identità. Ha parlato di amicizie, di delusioni, di rapporti che resistono e di altri che svaniscono nel momento in cui si spegne il riflettore. Ma, soprattutto, Lorenzo Adorni ha parlato di libertà. La libertà di dire no. La libertà di non accettare compromessi che non riconosce come propri. La libertà di ammettere che alcune cose fanno male. La libertà di confessare che esistono giorni in cui la rabbia supera la speranza e altri in cui, invece, la speranza riesce ancora a vincere. Lorenzo Adorni è un attore che negli anni si è costruito il proprio percorso senza scorciatoie. Nato a Parma nel 1992, ha attraversato cinema, televisione e teatro con la pazienza di chi conosce il valore della gavetta. Da Il Cacciatore a Montalbano, da Guida astrologica per cuori infranti a Maschile singolare, fino ai lavori più recenti, il suo è stato un cammino fatto di continuità, ricerca e ostinazione. Ma il Lorenzo Adorni che emerge da questa conversazione sembra essere arrivato a un punto diverso della propria storia. Non parla più soltanto da attore. Parla da uomo. Parla da qualcuno che ha visto il meccanismo dall’interno e che oggi si interroga su ciò che vale davvero la pena conservare. Parla da qualcuno che non sogna più necessariamente una parte importante o un contratto più ricco, ma una comunità di persone che si scelgono liberamente. Una casa lontana dal rumore. Una produzione che aiuti chi ha qualcosa da raccontare. Un luogo in cui il talento non debba continuamente chiedere il permesso per esistere. C’è una frase che attraversa silenziosamente tutta questa intervista. Non viene pronunciata in modo esplicito, ma riaffiora continuamente tra una risposta e l’altra. È l’idea che il successo, da solo, non basti. Che arrivare non significhi necessariamente trovare il proprio posto. E che forse la domanda più importante non sia ‘quanto sei visibile?’, ma ‘quanto riesci ancora a riconoscerti?’. Quella che segue non è la conversazione con un attore che sta promuovendo un progetto. È il racconto sincero di un uomo che sta cercando di ridefinire la propria idea di felicità. E proprio per questo, probabilmente, è una delle conversazioni più oneste che mi sia capitato di fare negli ultimi anni.
Con lei parto da una domanda che rivolgo spesso a chi ha già alle spalle un percorso significativo. Se dovesse descrivere il periodo che sta vivendo come la scala di un edificio, a quale piano si troverebbe oggi?
“A dire la verità, faccio fatica a rispondere perché non ho mai definito quale sia il piano finale. Non ho mai immaginato una sorta di terrazza dalla quale guardare tutto dall’alto e dire: ‘Ecco, sono arrivato’. Per questo non saprei nemmeno indicare a quale piano mi trovo. La sensazione è quella di essere all’interno di un percorso. Sicuramente ho salito molte scale, ma potrebbe anche trattarsi dell’inizio di un nuovo cammino, di un nuovo edificio. Chi può dirlo? Forse non ho una percezione abbastanza nitida per capire fin dove sono arrivato. Da molto tempo, in realtà, non mi domando più quando un percorso giungerà al termine. Mi interessa piuttosto capire quale sarà il passo successivo. Da anni sto mettendo in discussione molti aspetti della mia vita. E quando parlo di ‘mettere in discussione’, intendo proprio esaminarli interiormente, analizzarli e confrontarmi con essi. Per questo direi che mi trovo in una fase in cui nulla è scontato. Non considero nulla definitivamente acquisito e nulla definitivamente concluso. È come se tutto fosse ancora all’inizio”.
Il fatto di pensare che nulla sia scontato e che tutto sia ancora all’inizio ha modificato la sua ambizione?
“Sì, assolutamente. Tutto è stato profondamente ricalibrato e rimesso in discussione. C’è stato un periodo del mio percorso professionale in cui l’ambizione consisteva nel lavorare in grandi produzioni, riuscire ad avere continuità lavorativa e raggiungere una stabilità economica che mi permettesse di compiere determinate scelte e di sentirmi più sicuro. Oggi, invece, le mie aspirazioni sono completamente diverse. Non saprei dirle se siano cambiate le esigenze o se sia cambiato soprattutto il mio modo di guardare la realtà. Probabilmente entrambe le cose. Quello che so è che non mi interessa più lavorare nelle grandi produzioni soltanto perché sono grandi produzioni. Glielo dico con molta franchezza. Oggi osservo soprattutto le grandi produzioni televisive, perché quelle cinematografiche, per come le vedo, in Italia sono quasi inesistenti dal punto di vista artistico. E non lo dico per giudicare il lavoro altrui, ma osservando il sistema produttivo e distributivo. In Italia si investe pochissimo nell’arte e nel cinema. A livello politico, gli investimenti nella cultura sono estremamente limitati e mi sembra evidente che tutti stiamo pagando le conseguenze di questa situazione. Ho l’impressione che, pur di riuscire a realizzare un progetto, si sia arrivati a un punto in cui non si voglia più esprimere alcun contenuto significativo. È come se il ragionamento fosse: meglio non rischiare, meglio non affrontare temi scomodi, meglio non prendere posizione. E allora tanto vale non dire nulla. Oggi mi colloco all’estremo opposto. Ho maturato la convinzione che, proprio perché non si vuole più dire nulla, sia arrivato il momento di dire tutto. Per questo, lavorare in una grande produzione che non ha più nulla da raccontare significherebbe, per me, ottenere soltanto una maggiore gratificazione economica. Al contrario, lavorare in una produzione magari più piccola, ma capace di esprimere un contenuto autentico e di offrirmi una reale soddisfazione umana e artistica, oggi mi interessa molto di più. Anche se spesso significa lavorare con risorse minime o, talvolta, senza alcun compenso”.
Riesce a individuare un momento preciso in cui è avvenuto questo cambiamento in lei?
“Sì, credo che un ruolo importante lo abbia avuto l’incontro con Matteo Bocchi. È un ragazzo di Parma, un giovane regista e sceneggiatore con cui collaboro da più di tre anni. Stiamo costruendo insieme un percorso molto bello. È una persona coraggiosa, sia nei progetti che sceglie di realizzare sia nel modo in cui scrive e concepisce le storie. Ciò che mi ha colpito di lui è il fatto di essere completamente estraneo a certe dinamiche. Non vive a Roma e non è cresciuto all’interno di quel sistema. Tutto ciò che ha costruito, dai primi cortometraggi alle sceneggiature, nasce da un luogo interiore molto autentico e limpido. Questo mi ha permesso di riconnettermi alle ragioni profonde per cui faccio questo mestiere. Mi ha ricordato che faccio l’attore perché voglio arrivare al pubblico. E voglio farlo suscitando negli spettatori le stesse sensazioni che vorrei provare quando entro in una sala cinematografica. Vorrei uscire dal cinema sentendomi messo in discussione, portando con me una riflessione, un’emozione nuova, qualcosa che continui a risuonare dentro. Non semplicemente la soddisfazione di aver trascorso una serata diversa dal solito. Ormai penso che il fatto di aver lavorato per anni quasi esclusivamente nell’ottica dell’intrattenimento ci abbia condotti alla crisi che stiamo vivendo oggi. L’intrattenimento, in un certo senso, ha finito per annoiare tutti. Non c’è nulla di male nel voler essere intrattenuti. Chi lo desidera può vivere quell’esperienza in modo passivo, e va benissimo così. Tuttavia, credo che molte persone abbiano perso interesse per l’audiovisivo contemporaneo, soprattutto nell’epoca delle piattaforme. L’offerta è diventata talmente ampia che non esiste quasi più la possibilità di scegliere davvero come si desidera essere intrattenuti. C’è un eccesso di contenuti. Per questo vedo sempre più persone allontanarsi dalla televisione e dalle piattaforme per tornare ai libri, alla scrittura e alla lettura. Lì esistono ancora un tempo meno frammentato e una scelta più consapevole. Matteo, che è giovanissimo e non ha ancora compiuto ventisette anni, possiede una qualità che ammiro molto: non vuole perdere tempo. Lavora, mette da parte denaro e lo reinveste per produrre i propri cortometraggi. È pieno di talento. E oggi vedo molti ragazzi come lui fare la stessa scelta. Le possibilità di entrare in questo settore si sono drasticamente ridotte. A lavorare sono spesso sempre le stesse persone perché, dal punto di vista produttivo, si ritiene che possano garantire un ritorno in termini di pubblico. Ma, a mio avviso, è un ragionamento sbagliato. Le persone non vanno al cinema soltanto perché c’è un attore che conoscono o apprezzano. Se qualcuno deve spendere dodici euro per un biglietto, ha bisogno soprattutto di una storia. Si può avere anche l’attore più bravo del mondo, ma se la storia non è interessante il pubblico non arriverà”.
Su questo sfonda una porta aperta. Di recente osservavo che continuano a uscire film praticamente identici, con gli stessi interpreti e le stesse dinamiche narrative. A un certo punto il pubblico si stanca.
“Certamente. Ma il problema, secondo me, non riguarda soltanto chi acquista il biglietto. La domanda che mi pongo è: chi ha voglia di investire energie professionali in qualcosa che nasce già come la copia di una copia di una copia? Mi ha profondamente deluso conoscere sempre più da vicino le dinamiche produttive e distributive. Perché vedo moltissime persone scrivere sceneggiature, proporre soggetti, cercare strade nuove, sperimentare, rompere gli schemi oppure semplicemente raccontare una storia con passione e cura. Eppure tutto questo viene spesso considerato una perdita di tempo. La risposta è quasi sempre la stessa: ‘La gente non va più al cinema’. Io, invece, continuo a chiedermi se non sia possibile riportarla al cinema. Se non sia possibile riportarla a teatro. Questa, oggi, è la mia vera battaglia. Se dovessi definirmi, mi sentirei quasi un anarchico all’interno di questo settore. Ogni progetto artistico che porto avanti, sia come interprete sia come persona che cerca di incoraggiare altri a creare, deve essere una sorta di molotov. Deve rappresentare la dimostrazione che esiste un modo diverso di fare le cose. Deve nascere dal momento in cui qualcuno decide di dire: ‘Sapete una cosa? Mi avete stancato. Ci provo con i mezzi che ho. Forse sbaglierò, ma ci provo’. Ed è proprio da lì che, spesso, nasce qualcosa di interessante”.
Tuttavia, nell’immaginario comune, chi si allontana dalle grandi produzioni rischia di non essere più percepito come un attore di successo. Lei il successo lo ha conosciuto. Non teme che questa scelta possa essere interpretata come un passo indietro?
“Può darsi. Ma credo che, più che altro, la questione non venga nemmeno posta. Semplicemente sono sparito dai radar. Non essendo più una presenza costante, non sono più un volto richiesto automaticamente per casting e provini. Lo vedo chiaramente. Tuttavia, ho trovato una mia definizione della parola ‘successo’. Mi sono persino ricollegato alla sua etimologia. ‘Successo’ è un participio passato. Per me, essere una persona di successo significa riuscire a far accadere ciò in cui credo. Significa realizzare ciò che desidero realizzare, non soltanto per me stesso, ma anche per le persone e i progetti in cui credo. Molto spesso il successo che ci viene raccontato non coincide davvero con la costruzione di una carriera. Ha più a che fare con l’essere presenti, con il frequentare costantemente un determinato ambiente. Ci sono stati momenti in cui mi venivano offerte opportunità e mi chiedevo: ‘Hanno davvero visto il mio lavoro?’. Poi andavo a verificare e mi rendevo conto che semplicemente ero lì, presente in quel contesto. Mi sono interrogato a lungo su questa battuta d’arresto. Ho chiesto spesso al mio agente se stessi sbagliando qualcosa. La risposta è sempre stata la stessa: non è cambiato nulla. Anzi, probabilmente oggi sono un attore migliore rispetto a qualche anno fa. Ho accumulato nuove esperienze, creato nuovi collegamenti e sperimentato linguaggi differenti. Per la prima volta ho lavorato come aiuto regista in un cortometraggio, e la regia è sempre stata il mio sogno fin da bambino. Le mie competenze continuano a crescere perché ho una natura che assorbe continuamente ciò che incontra. Non parto mai dal presupposto di sapere già fare qualcosa. Parto dal desiderio di imparare. Per questo faccio fatica a pensare che la mia qualità come attore possa essere peggiorata. La risposta che ricevo è un’altra: bisogna far tornare la voglia di Lorenzo Adorni. E allora mi domando: come può tornare la voglia di me se non lavoro? Come può tornare la voglia di me se le persone non hanno occasione di vedermi?”.
Certo, è un po’ come nelle relazioni affettive: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Se una persona smette di vederti, come può continuare a desiderare la tua presenza? Inoltre la competizione è enorme e un volto che scompare dalla circolazione rischia di essere dimenticato. Quindi come si fa a far tornare la voglia di Lorenzo Adorni?
“Infatti non è qualcosa che si possa programmare. E lo dico senza alcuna polemica nei confronti del mio agente, perché lui per primo non può fare miracoli. È una questione di numeri. Oggi esiste una produzione enorme di contenuti che, a mio avviso, spesso non lasciano nulla, ma restano comunque produzioni. Di conseguenza emergono continuamente attori e attrici preparati, professionisti validi. E allora è legittimo chiedersi: perché dovrebbero scegliere Lorenzo Adorni? La vera domanda dovrebbe essere un’altra: perché desidera proprio quell’interprete? Che cosa cerca in quella persona? Ma questo vale per me come per qualunque altro attore. Faccio sempre fatica a parlare di me perché il discorso rischia di diventare autoreferenziale, ma credo che questa dinamica riguardi moltissime persone. Chissà quanti attori, ogni giorno, parlano con il proprio agente e si sentono rispondere che non esiste una ragione precisa. Perché spesso una ragione precisa non c’è davvero. Non significa aver commesso un errore. Non è una questione umana né professionale. Non si tratta di aver sbagliato qualcosa di irreparabile. A volte semplicemente capita che un paio di occasioni non vadano a buon fine e allora qualcuno pensa: ‘Perché dovrei richiamarlo?’. Sono molto stanco di questo meccanismo. E quando dico stanco non intendo demoralizzato. Intendo dire che ne ho abbastanza. Ormai, ai provini, mi capita di essere molto diretto. Dico apertamente: ‘Non perdiamo tempo. Ditemi che cosa state cercando’. Tra l’altro, molto spesso non lo sanno nemmeno loro, perché le sceneggiature cambiano di continuo e i progetti vengono modificati in corso d’opera. Però almeno ditemi quale direzione state cercando, così, da attore, posso provare a proporvi qualcosa. Altrimenti non funziona. Oggi non mi sentirei mai di consigliare a un giovane attore di affrontare i casting seguendo il mio percorso. Il mio è stato un cammino personale, costruito con fatica. Non mi è stato regalato nulla. Tutto ciò che ho ottenuto me lo sono guadagnato lavorando. Per questo oggi ringrazio chi ha creduto in me. Sono poche persone, ma sono soprattutto quelle che continuano a credere in me anche adesso, in un momento in cui, apparentemente, non esiste più quella ‘voglia di Lorenzo Adorni’. E va bene così. Non ho mai imposto la mia presenza nelle relazioni personali e non ho alcuna intenzione di imporla professionalmente a persone che non conosco e che non conoscono me. Per questo non mi interessa inseguire qualcuno o cercare di ricostruire artificialmente un interesse. Che cosa dovrei fare? Scrivere a tutti i casting director con cui ho lavorato? Ricordare continuamente a tutti che esisto? Li capisco anche. Ricevono ogni giorno messaggi di questo tipo. E immagino che spesso la loro reazione sia semplicemente: ‘Che cosa vuole questa persona da me?’. Sinceramente, non voglio nulla da nessuno”.
Non demoralizzato ma stanco. Tuttavia le battute d’arresto restano difficili da gestire. Come le affronta nella quotidianità?
“Cerco innanzitutto di mantenere viva la speranza. La speranza che esista sempre uno spazio per chi continua a credere in ciò che fa. Recentemente, come accennavo prima, ho lavorato come aiuto regista nel cortometraggio Circe, scritto e diretto da Valentina Lamorgese, che oltre a essere interprete è anche scrittrice e, in questo caso, regista esordiente. È un progetto che conosco da più di un anno. Sono stato tra i primi a leggere quella sceneggiatura e una delle prime cose che le ho detto è stata: ‘Questa storia va realizzata’. Successivamente, una serie di circostanze le ha permesso di autoprodurre il progetto e lei ha investito tutto ciò che aveva per portarlo sullo schermo nel miglior modo possibile. Quello che ho visto sul set mi ha colpito profondamente. Ho incontrato una troupe che aveva sposato completamente il progetto. Non soltanto la persona di Valentina, ma l’anima stessa del film. Valentina è un’interprete che, secondo me, il cinema italiano non ha mai valorizzato davvero. Eppure l’ho vista lavorare e l’ho trovata di una bravura straordinaria, con una presenza scenica incredibile. Ha scritto una storia potentissima. Una sceneggiatura che mi ha insegnato ancora qualcosa sul significato della scrittura: la capacità di evocare immagini fortissime attraverso poche parole. Quel testo è passato tra le mani di molte persone. Lo abbiamo letto e riletto. È stato proposto anche ad attori importanti. Adriano Giannini avrebbe dovuto partecipare con un piccolo ruolo, ma ha dovuto rinunciare per motivi personali. Alla fine hanno preso parte al progetto Antonio De Matteo, Mirko Frezza, Tullio Sorrentino, Christian Liontini, Katia Gargano, Alessandro Proietti, Simone Corbisiero e altri interpreti. Tutte persone che hanno letto quella sceneggiatura e hanno reagito allo stesso modo: non per amicizia, ma da professionisti. Hanno riconosciuto la forza di ciò che quella storia conteneva. Spero davvero che Valentina venga notata per il lavoro che ha svolto, per il coraggio che ha dimostrato e per ciò che è riuscita a portare sullo schermo. Perché dietro quel cortometraggio c’è tutto ciò che una creazione artistica e umana può racchiudere. Ed è questo il modo in cui affronto la quotidianità. Lavorare accanto a persone come Valentina, Matteo e tutti coloro che continuano a costruire progetti nonostante le difficoltà. È il mio modo di restare vivo all’interno di questo mestiere. Guadagno poco? Va bene. Per anni ho fatto il cameriere in nero. Fino a un mese fa. Continuerò a fare il commesso, se sarà necessario. Adesso arrivano i saldi: è un lavoro che ho già svolto e che non mi spaventa. Il lavoro non mi ha mai spaventato. Certo, mi piacerebbe vivere del mio mestiere. Innanzitutto perché è il mio mestiere. E poi perché per arrivare fin qui ho investito risorse economiche, tempo ed energie, mie e della mia famiglia. Penso di avere qualcosa da dire e mi piacerebbe poterlo esprimere attraverso il mio lavoro. Ma se il lavoro non arriva, che cosa dovrei fare? Piangermi addosso? No. Prendo tutta quella rabbia e tutta quell’energia e provo a trasformarle in qualcosa di utile. Perché non sono Gandhi. E credo che probabilmente nemmeno Gandhi fosse sempre così serafico come viene raccontato”.
C’è una frase che mi piace molto vista scritta su un muro: ‘Anche a Gandhi girava il …’.
“Credo sia assolutamente vero. Penso che anche Gandhi, Martin Luther King e tutte le grandi figure del pacifismo abbiano compiuto una scelta. Questo è il punto. La non violenza non è una caratteristica innata. È una decisione. Anche considerandoli semplicemente come metafore, senza entrare nella verità storica delle loro vite private, restano persone che hanno scelto un metodo diverso. Non sono nate così. Hanno deciso di mettere davanti una necessità e di affrontarla senza trasformarla in sopraffazione, abuso o violenza. Perché la violenza può assumere moltissime forme. Possiamo esercitarla ogni giorno, anche nelle situazioni più banali. Se qualcuno mi ruba il parcheggio davanti al supermercato, posso scegliere di alimentare quel conflitto oppure no. Scelgo di non alimentarlo. Ma questo non significa che non provi rabbia. Anch’io ho giornate in cui la frustrazione è enorme. Anch’io ho momenti in cui vorrei vedere questo sistema crollare. Lo dico apertamente. Perché negli ultimi anni ho perso moltissime cose. Forse tutto ciò che si poteva perdere. Ed è proprio per questo che ho capito che, alla fine, resta una sola cosa davvero importante: la propria verità. Al netto dell’amore che si può condividere con gli altri e della passione per ciò che si fa, rimane la verità con cui ci si presenta al mondo. Quando incontro artisti che mettono davvero a nudo quella verità, e lo fanno perché ci credono fino in fondo, ne resto profondamente colpito. E non parlo della moda contemporanea dell’esposizione di sé o dell’autonarrazione. Non parlo della spettacolarizzazione della fragilità. Mi interessano le persone che si mettono in gioco davvero. Quelle disposte a sostenere ciò che ritengono giusto e a definire sbagliato ciò che considerano tale, assumendosene la responsabilità. Poi qualcuno penserà che il mio giusto sia sbagliato. E va benissimo. Ma almeno esiste una posizione. Oggi vedo molte persone molto famose che non prendono posizione nemmeno su questioni enormi, dalla politica ai conflitti contemporanei. E provo una certa pena per questa scelta. Le rispetto, ma provo anche pena. Perché se questo lavoro le ha dotate di una voce e permette loro di essere riconosciute anche nella vita privata, forse dovrebbero sentirsi chiamate a utilizzare quella voce”.
Chi, tra i suoi colleghi o tra gli addetti ai lavori, le è stato vicino? Perché spesso, quando viene a mancare il lavoro, finiscono per crollare anche molti rapporti personali.
“Sì, perché poi alla fine le due cose spesso si sovrappongono. Fortunatamente, tra i miei affetti più stretti non ci sono molte persone che fanno questo mestiere. Ce ne sono poche, ma sono persone selezionate e importanti. Sto cercando di pensarci bene, perché in realtà le persone che mi hanno sostenuto sono soprattutto quelle che mi conoscono davvero a livello umano. Se invece mi chiede chi mi sia stato vicino senza conoscermi davvero, soltanto come collega o come persona del settore, la risposta è probabilmente nessuno. Ma non lo dico con amarezza. Penso semplicemente che sarebbe stato difficile fare altrimenti. Come fa qualcuno a sostenerti se non ti conosce e non ha mai voluto conoscerti? E va bene così. Siamo professionisti, non siamo necessariamente amici. Io non ho amici nel settore. Ho amici che fanno il mio stesso lavoro, oppure lavori simili, ma prima di tutto sono persone che sono entrate nella mia vita sul piano umano. Le persone che invece si erano avvicinate a me ma che, col tempo, ho avuto la sensazione non sapessero nemmeno loro perché fossero nella mia vita, non sono state un sostegno. E va bene anche questo. A essere sincero, non ho mai chiesto sostegno: io sono abituato a sostenere le persone senza che me lo chiedano. Non ho bisogno che qualcuno mi dica di avere bisogno di aiuto. Se vedo una persona che sta facendo fatica, che sta portando un peso, che sta cercando di restare a galla, tendo spontaneamente una mano. Ho sempre pensato che il sostegno nascesse dall’osservazione e dalla sensibilità verso gli altri. Perché esistono persone che sono abituate a fare tutto da sole e che, proprio per questo, non si accorgono nemmeno di stare crollando. E allora intervenire non dovrebbe dipendere da una richiesta. Oggi invece sento spesso una giustificazione che mi lascia perplesso: ‘Eh, però tu non chiedi’. Non capisco cosa significhi. Molte delle persone che ho aiutato nella mia vita non mi hanno mai chiesto nulla. Nelle cose più semplici come nelle cose più importanti. Se abbiamo mangiato insieme, non hai bisogno di chiedermi di sparecchiare la tavola. Lo faccio e basta. Sono stato educato così. Nella mia famiglia non c’è mai stato bisogno di chiedere aiuto, perché l’aiuto arrivava naturalmente osservando chi avevi davanti. Per me questo significa avere dignità ed empatia. Al massimo sono io che posso chiederti: ‘Ti voglio aiutare, dimmi di cosa hai bisogno davvero e vediamo se posso farlo’. Per questo, quando qualcuno mi risponde che il problema è che non so chiedere, la conversazione per me finisce lì. Perché significa che, anche se io sto male, la responsabilità viene comunque rimessa sulle mie spalle. E allora mi domando: tu non hai visto? Oppure non hai voluto vedere? Non ho avuto persone che mi abbiano aiutato gratuitamente perché credevano in me, questo no. Ho quasi sempre dovuto dimostrare qualcosa. Le persone a cui voglio bene e che fanno questo mestiere ci sono state, ma spesso vivono situazioni molto simili alla mia. Forse proprio per questo esiste una comprensione reciproca molto forte. E non lo dico in maniera negativa. Anzi. Credo che tra noi esista una solidarietà autentica proprio perché conosciamo le stesse difficoltà”.
Che cosa scatta in lei oggi quando vede qualcuno che è riuscito a ottenere ciò che avrebbe voluto ottenere anche lei? Le capita mai di chiedersi spontaneamente: ‘Perché lui sì e io no?’.
“Sì, certo che mi capita. E la risposta che mi do è esattamente quella: lui sì e io no. Non credo esistano molte altre spiegazioni. Anche per questo motivo cerco di frequentare il meno possibile i social network. Sono strumenti costruiti su una logica algoritmica che alimenta il desiderio e che, quando quel desiderio non trova soddisfazione, genera inevitabilmente frustrazione. Così si finisce per osservare ciò che fanno gli altri e confrontarlo con ciò che non si sta facendo. Però non è colpa di chi ottiene un risultato. Anch’io sono stato dall’altra parte. Anch’io ho avuto opportunità che altri non avevano. E la risposta, alla fine, resta sempre la stessa: oggi tocca a me, domani potrebbe toccare a qualcun altro. Non credo esistano molte altre verità. Naturalmente, qualche volta ho cercato di capire. Ho indagato. Mi sono detto che forse quella persona aveva una carriera più consolidata della mia, era più conosciuta o disponeva di un pubblico più ampio. Da un punto di vista oggettivo, spiegazioni di questo tipo possono anche esistere. Spesso, però, preferisco non approfondire troppo. Perché il rischio è quello di osservare una scelta e pensare: davvero avete scelto questa persona? Non nel senso che avrei fatto meglio, ma nel senso che esisteranno sicuramente decine di interpreti che avrebbero potuto fare meglio di me e meglio della persona scelta. Esiste sempre un’alternativa. E allora mi capita di ragionare anche al contrario: chissà quante persone hanno visto una determinata scelta di casting e si sono poste le mie stesse domande. Magari qualcuno è uscito da un provino pensando di aver sbagliato qualcosa, di essere peggiorato come attore, di non essere più abbastanza bravo o abbastanza bello. E invece, forse, non c’entrava assolutamente nulla”.
A volte viene scelto qualcuno di più ‘manovrabile’. Non necessariamente meno bravo, ma più disposto ad adattarsi, ad accettare compromessi e a eseguire ciò che gli viene chiesto senza discutere. Una persona più incline al compromesso e meno portata a difendere la propria identità. Lei come interpreta questo aspetto?
“Sotto questo aspetto credo di essere poco manovrabile, e lo dico quasi con orgoglio. Pensi che non ho educato nemmeno il mio cane in quel modo. Il suo ragionamento, però, è interessante. Probabilmente ci sono persone che hanno compreso perfettamente ciò che funziona all’interno di determinati meccanismi produttivi o di selezione e hanno imparato a offrire esattamente ciò che viene richiesto. Io, invece, faccio il contrario. Ogni volta che affronto un provino cerco di allontanarmi da me stesso e di arrivare altrove. Cerco una trasformazione. E a volte mi fa sorridere ricevere ancora oggi richieste di provino per ruoli minuscoli, magari dopo dieci anni di lavoro e dopo aver partecipato a progetti che sono stati sotto gli occhi di tutti e che hanno ricevuto riconoscimenti importanti. In quei momenti penso: davvero mi state ancora chiedendo un provino per tre pose? Poi, però, lo faccio. Perché che cosa dovrei fare? Lo fanno tutti. Lo faccio anch’io. E magari un giorno mi stancherò davvero, venderò casa a Roma, mi trasferirò in Sicilia (terra di sua madre, ndr) con due asinelli e aprirò una scuola di recitazione in un luogo dove c’è davvero bisogno di imparare questo mestiere”.
Il ridimensionamento della sua ambizione professionale ha avuto conseguenze anche nella vita privata? Penso, per esempio, alla possibilità di costruire una famiglia o di fare progetti a lungo termine.
“Sì, inevitabilmente. Quando cambia il rapporto con il lavoro, cambia anche il modo in cui si immagina il futuro. Si comincia a ragionare molto di più sul presente. E questo, da un certo punto di vista, non è nemmeno un male. Dall’altra parte, però, ci sono giorni in cui ci si rende conto che, se un pagamento settimanale arriva in ritardo, magari non si hanno nemmeno un euro e cinquanta per il biglietto della metropolitana. Questa situazione mi ha obbligato a compiere scelte molto precise: dove andare, chi incontrare, per quale motivo fare una determinata attività. Deve valerne davvero la pena. L’aspetto particolare è che, pur sapendo benissimo che esistono condizioni di povertà molto più gravi della mia, all’interno del sistema in cui viviamo sono oggettivamente una persona povera. Lo dice il mio ISEE. Lo dice il fatto che vivo in un Paese che non garantisce continuità a chi svolge questo mestiere. E allora si ridimensiona tutto. Ci si chiede se si abbia davvero bisogno di tutto ciò che viene presentato come indispensabile. E la risposta, per me, è arrivata molto rapidamente: no. Perché mi sono reso conto che il sistema capitalistico si fonda sulla continua creazione di nuovi bisogni. Bisogni che non possono mai essere soddisfatti in modo definitivo. Appena ne realizzi uno, ne compare immediatamente un altro. Sono bisogni irraggiungibili per definizione. E quando smetti di sentirne la necessità diventi libero. Perché puoi guardare qualcosa e dire semplicemente: non mi serve. Se avrò bisogno di denaro per affrontare una spesa importante, un mutuo o dei lavori condominiali, troverò il modo di procurarmelo. Ma quello non è un bisogno che nasce da me. È una necessità imposta da un sistema esterno. Se potessi vivere senza debiti, vivrei serenamente con molto meno di ciò che oggi viene considerato indispensabile. Anzi, meno possiedo e meglio sto”.
Qual è il compromesso che ha rifiutato di accettare e quale, invece, ha dovuto accettare?
“Il compromesso che oggi mi pesa di più accettare riguarda l’aspetto economico. Mi pesa non poter essere presente come vorrei per le persone che amo. Mia sorella è una madre single, ha una figlia e un mutuo. I miei genitori stanno attraversando la loro stagione della vita e mia madre è in pensione. Mi piacerebbe poter contribuire di più. Mi piacerebbe offrire a mia nipote determinate esperienze senza che questo gravi sul bilancio familiare. Mi piacerebbe investire personalmente nei progetti in cui credo. Il compromesso che ho dovuto accettare è quello di non poter essere utile fino in fondo alle persone che hanno bisogno di me. Non perché manchi la volontà, ma perché mancano le risorse economiche. Naturalmente il denaro non è tutto. Tuttavia, nel sistema in cui viviamo, rappresenta uno degli strumenti che consentono concretamente di trasformare le intenzioni in realtà. Questa è probabilmente la rinuncia che mi pesa di più. Quanto ai compromessi che non ho accettato, faccio più fatica a individuarli. Probabilmente il fatto stesso di essere qui a parlarne significa che alcune dinamiche non ho voluto accettarle. Credo che abbia a che fare anche con un certo modello di vita che ho scelto di non seguire. E riguarda alcune decisioni personali che ho preso due o tre anni fa. Scelte che, a mio avviso, hanno avuto conseguenze anche sul piano professionale. È curioso osservare come, a un certo punto, l’uscita dalla vita di determinate persone abbia coinciso con l’allontanamento da specifici contesti lavorativi. Naturalmente non posso dimostrarlo con certezza. È però una riflessione che continuo a portare avanti e sulla quale sto ancora cercando delle risposte”.
Che cosa sogna oggi Lorenzo Adorni?
“Prima di tutto sogno spesso a occhi aperti. E credo che il mio desiderio più grande, oggi, sia riuscire a creare una forma di collettività. Una comunità abitativa e umana, ma anche professionale. Ho bisogno di lavorare con persone che non scelgano di collaborare con me per il mio nome, ma perché si fidano di ciò che stiamo costruendo insieme e ne verificano, ogni volta, il valore concreto. In fondo sogno di essere una scelta. Quando realizzo un progetto, quando provo a dare forma a qualcosa, vorrei che chi decide di parteciparvi lo facesse perché crede in quel percorso e non semplicemente perché c’è Lorenzo Adorni. Vorrei essere un vettore, un catalizzatore di creatività, passione, amore e condivisione. L’esperienza come aiuto regista mi ha riportato molto vicino ai sogni che avevo da bambino. Quelli più autentici. Mi ha riportato alla regia. E la sensazione che ho provato svolgendo quel lavoro non la sentivo da anni. Forse nessun set da attore riusciva più a regalarmi un’emozione simile. E credo di avere le capacità per intraprendere quella strada. Mi piacerebbe costruire, nel tempo, una casa di produzione che si dedichi davvero a cercare persone animate da questo fuoco e da questa passione. Vorrei creare uno spazio in cui quell’energia possa emergere e trovare una forma compiuta. Poi sogno una vita semplice. Vorrei lasciare Roma. Vorrei vivere in un luogo in cui l’amore si manifesti prima di tutto nelle persone e nel territorio che mi circonda. La città rappresenta sempre di più, ai miei occhi, l’emblema della distorsione del sistema capitalistico. Non del capitalismo in sé, ma della sua deformazione. È il luogo di tutto ciò che viene presentato come possibile e desiderabile, ma che in realtà rimane inaccessibile alla maggior parte delle persone. È il luogo in cui convivono enormi disagi e poche isole felici alle quali tutti aspirano, pur sapendo che non c’è spazio per tutti. Io, invece, sento il bisogno di un’altra dimensione. Ho bisogno di ritmi diversi, di altri paesaggi, di altri suoni. Ho bisogno di animali, di natura, di legami autentici. Sogno una vita fatta di affetti veri. Sogno relazioni in cui le persone mi scelgano per ciò che sono e non per ciò che rappresento. E sogno di poter essere sempre più me stesso. Non nel senso di fare qualunque cosa mi passi per la testa, ma di essere libero di esprimere ciò che sento davvero. Con la consapevolezza che la mia libertà non coincide mai con il desiderio di sopraffare qualcuno, di abusarne o di privarlo di qualcosa. Anzi. Se credo in una persona o in un progetto, faccio tutto ciò che posso per sostenerlo. Non sono mai stato il tipo di persona che cerca di sottrarre qualcosa agli altri. Se qualcuno non mi piace o non suscita il mio interesse, semplicemente esce dal mio orizzonte. Ma se una persona ha il mio affetto, allora farò tutto il possibile perché possa raggiungere i propri obiettivi e realizzare i propri sogni”.
Tempo fa si era parlato di una possibile seconda stagione di Gerri, la serie di Rai 1 di cui era coprotagonista. È arrivata qualche novità?
“No. Quell’ipotesi è completamente tramontata. Gerri è stata una serie che ha funzionato molto bene, soprattutto perché non aveva alle spalle grandi nomi televisivi già consolidati. Ha ottenuto ottimi ascolti e una buona risposta dal pubblico. Però la Rai ha deciso di investire altrove. Mettiamola così. D’altra parte abbiamo girato la serie nel 2023 e la prima stagione è uscita soltanto nel 2025. Già questo, secondo me, racconta qualcosa. Ci sono produzioni che arrivano in onda quasi mentre stanno ancora finendo di essere realizzate. Qui sono passati due anni. Era abbastanza evidente che ci fossero delle dinamiche interne che rallentavano tutto il processo. Sinceramente preferisco non conoscere fino in fondo certi meccanismi. Già quello che intuisco mi fa arrabbiare abbastanza. Se poi avessi anche delle conferme, probabilmente farei ancora più fatica ad accettarlo. Perché la sensazione è quella di assistere continuamente allo spreco di risorse e opportunità. E questa cosa mi provoca una grande frustrazione. Alla fine l’unica risposta che riesco a darmi è che bisogna resistere. Resistere come esseri umani. Resistere come artisti. Continuare a coltivare esigenze diverse da quelle che altri vorrebbero imporci”.
Sul sito della sua agenzia, tra i suoi prossimi lavori compare anche Doc 4. Possiamo dire che ci sarà?
“Sì, ho partecipato a Doc 4 con un ruolo di puntata. Anche quella esperienza, però, non è stata una passeggiata. Per diversi motivi. In realtà non lo è stata nemmeno La legge di Lidia Poët. Alcuni lavori però sono arrivati in momenti molto particolari della mia vita e hanno assunto quasi il valore di una risposta inattesa: qualcuno ha comunque scelto di credere in me. E non credo che sia stato semplice per quelle persone. Però qualcuno lo ha fatto. Ed è una cosa che continuo a ricordare con gratitudine”.
Foto: Francesca Ocello
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