«I tecnoligarchi sono i nuovi dei. A teatro ci ricordiamo che siamo esseri umani»



«Alieni in laguna», ballata «econarrativa», e «La piccola Odissea». In questi giorni Andrea Pennacchi porta in Sardegna due testi, uno suo e uno ovviamente di Omero. Mercoledì 24 giugno alle 21:30 sarà al Parco Urbano di Capoterra, ospite del Progetto Frequenze, promosso da ARC Suoni Diversi in collaborazione con Mister Wolf e Roble Factory. Giovedì 25 invece sarà ad Alghero, nel festival «Dall’altra parte del mare». Si parte con «Alieni in Laguna». E domani invece l’Odissea, «piccola» perché «abbiamo fatto dei tagli», spiega, «non volevamo sequestrare gli spettatori per otto ore». Pennacchi è attore, drammaturgo, lo vediamo in tv a Propaganda Live su La7, nei panni del suo Pojana, un padroncino del Nord-est incontenibilmente furibondo con il mondo. Un precursore dei Vannacci di oggi? Forse no, forse c’è un salto di specie fra i due tipi umani. Ma per arrivarci, la conversazione deve partire dai fondamentali.

Chi sono gli alieni in laguna?

Beh, la cosa era partita con il significato più ovvio, quello di tutte le specie che abbiamo reso aliene, che abbiamo portato noi con i nostri traffici in giro per il mondo e hanno invaso la laguna. Poi, man mano che abbiamo lavorato su questo testo, è venuto fuori che in realtà gli alieni in laguna siamo noi. E la racconto in maniera comica, che è la chiave, come tu sai, complementare al tragico.

Poi ha scelto un classico. Perché la vita è un’odissea?

In realtà quando l’ho letta non sapevo che era un classico. Mio padre si ostinava a tenere aperto lo stand dei libri alla festa dell’unità, a Padova. Non ne vendeva quasi mai, ce li compravamo tra noi. Uno una volta si bagnò, pioveva spesso alle feste dell’unità, e mia madre lo salvò questo. Era un’Odissea, una Garzantina in prosa, ce l’ho ancora. In quel periodo leggevo La storia infinita, Conan il Barbaro, l’Odissea mi sembrava facesse parte della stessa tradizione fantasy. C’erano parti un po’ strane, sì, ma era divertente, c’erano mostri, belle donne. Poi quando ho cominciato a fare il narratore sono andato a bottega, come fa un artigiano, dunque sono andato da Omero a imparare.

Che cosa ci dice Ulisse oggi?

Che siamo fragili, ma non soli, siamo di una famiglia che va indietro nel tempo. Figli di quelli che sono sopravvissuti, che hanno usato la metis, la capacità di adattamento. L’eroismo non è un monopolio di Futuro nazionale, è di tutti noi, è quello che ha permesso alla razza umana di sopravvivere anche nelle condizioni più difficili. L’Odissea è un manuale di umanità. E in un momento difficile come questo, di grandi guerre e ritorni all’età del bronzo, ci ricorda che è possibile tornare a casa.

A casa dove?

Casa è tante cose. Oggi la cosa dirompente è la tecnologia. Non sono luddista, ma se accettiamo la metafora, possiamo dire che sono tornati gli dèi ad agitarci, a muoverci, è l’intelligenza artificiale e il monopolio della sua gestione. Oggi la guerra sembra fatta con modalità omeriche, le sorti della battaglia le decidono le divinità dall’alto.

Gli oligarchi sono i nuovi dei?

Loro e le cose che ci agitano dentro. Intendiamoci: io in ogni momenti posso comunicare con tutto il mondo. Ma la tecnologia apre porta un nuovo pensiero magico, alla volontà di essere onnipotenti. Pensa a quello che fa dei discorsi sull’apocalisse, Thiel, che ha studiato alla scuola di René Girard: io l’ho studiata  per Shakespeare, lui per dominare il mondo.

Lei si è inventato il personaggio di Pojana, un sovranista.

Un indipendentista. Non sono io che mi sono innamorato di lui, è lui che periodicamente mi possiede come un demone. Quando ho incontrato Pojana, era l’espressione più profonda e vera del cambiamento in atto. Un piccolo imprenditore che si era sbattuto, aveva pensato solo a lavorare, e improvvisamente si trovava in un mondo che stava cambiando, quindi era furibondo, aveva tutti i nemici del mondo. Un personaggio in lotta con l’universo. Omerico.

La destra di governo cerca nemici, è omerica? 

Il  Pojana è puro, non potrebbe mai andare al governo, non è fatto per il compromesso. Magari oggi vota Futuro nazionale. Ma il Pojana lo conosco perché frequento i bar dove vanno i piccoli pojana quotidiani. Questi di Futuro nazionale non li conosco. Conosco parecchi fascisti, ci vivo quotidianamente spalla a spalla. Ma questi nuovi sono tecnofascisti.

Trump fa ridere?

Se escludi il fatto che ha il controllo dei bottoni nucleari fa riderissimo, ha il talento e anche i tempi, è il re dei troll,  quello che nelle saghe germaniche mette nel sacco anche il dio Thor. Poi ti ricordi che è quello che schiaccia i bottoni, e se un giorno sbaglia, invece di ordinare la Coca cola schiaccia il bottone per i missili. E siamo tutti nei guai. Siamo a un brivido sopra la follia, come canta Vasco.

Ha raccontato la storia di suo padre antifascista che torna dalla prigione e dice a un amico fascista sopravvissuto: se voi tornate torneremo anche noi. Intanto: è una storia vera?

Io sono un teatrante, mento spudoratamente. Ma non sulla memoria della nostra storia, perché è troppo delicata per permettersi di mentire. Mio padre credeva, anche mia madre, che bisognava sempre stare in guardia, essere pronti a tornare a lottare per la libertà.

E ci crede? Se torna l’autoritarismo torna anche la resistenza?

Ci credo, bisogna vedere in che forma. Il fascismo torna in forme nuove, perché chi lo vorrebbe far tornare nelle forme antiche è già superato dallo storia. È vero che il vecchio fascismo può essere utilizzato dai nuovi tecnocrati come un martello. Però bisogna vedere quali sono le forme di anticorpi più efficaci. Di sicuro non è efficace gridare costantemente “fascisti, fascisti”. Anche perché adesso Vannacci, se gli dici “fascista”,  lui dice “come no? Noi siamo la feccia”, se la gode e raduna attorno a sé ancora più consenso di quelli che fino a qualche momento fa si vergognavano di dirla. Il virus muta, ci vogliono anticorpi nuovi.

E tu questi nuovi anticorpi li vede?

 La grande illusione che abbiamo vissuto alla fine della Seconda guerra mondiale è che tutto fosse a posto. E poi di nuovo quando è caduto il muro di Berlino. Ma le cose umane sono soggette a corsi, ricorsi, a cadute, altra cosa che ci dicono i classici. Le interessa sapere cosa penso? Ma io sono un pagliaccio che balla e canta, e voi mi buttate le monetine. Ma sì, gli anticorpi li vedo, vedo tanti ragazzi che si sono mobilitati ad esempio per votare il referendum, che però ancora non trovano i riferimenti, e non andranno a votare i partiti che ci sono.

Ci siamo, eccole la domanda: che pensa dell’attuale sinistra?

Mio padre diceva fammi profeta e ti farò re (ride). Vedo persone che non riescono a comunicare le cose che vogliono fare. Faccio un esempio locale: alle elezioni a Venezia presentano candidati musulmani. Puoi apprezzarlo o meno, ma è un atto di coraggio politico, anche lungimirante. Si apre la porta a una serie di problemi, rapporto tra politica e religione, però il gesto è fatto. Ovviamente si genera un vespaio. E come hanno gestito la cosa? Non c’è stata una spiegazione, “sì l’abbiamo fatto però, va bene, dai”. Insomma una decisione guardava ad un orizzonte più ampio poi non era pensata, difesa, neanche spiegata. E alla fine è stata abbandonata come se fosse stato un errore di qualcuno, non si capiva di chi.

E sono finiti ad essere «alieni in laguna».

Vede che è una metafora che funziona?

 E la destra? 

Io sono un narratore, da quella parte c’è gente che ti ruba proprio il lavoro. La storia del selfie di Meloni con Trump la puoi pubblicare così com’è, la porti in teatro, fai un’imitazione passabile di Trump ed è fatta.

Lei fa  spettacoli al centro sociale Rivolta di Marghera, alla festa di Mediterranea Saving Humans. È un autore impegnato?

Impegnato è quello che va a salvare la gente in mare. Io sono un teatrante. Cerco di fare cose che possano essere utili. Se  possibile ospito i ragazzi di Amnesty o di Emergency quando faccio gli spettacoli, per aiutarli a raccogliere fondi. Ma non mi definisco engagé. Sono solo uno che non ama vedere la gente che affoga.

Non sia modesto. 

Sono cresciuto nella tradizione del teatro degli anni Settanta, e quello sì, era teatro politico impegnato. Grotowski, il teatro di ricerca. E mi sono accorto che c’è un pericolo mortale: non è che siccome fai una cosa nobile il pubblico è obbligato a venire. Se fai ridere, devi far ridere tanto, se fai piangere, devi far piangere tanto. E in mezzo magari ci metti un insegnamento che uno si mastica a casa con comodo, senza fare sermoni. Quello è un altro mestiere.

Venire ai tuoi spettacoli però è una forma di resistenza? 

Credo di sì, a varie forme, da quella antica del fatto di radunare un gruppo di persone che leggono, che vanno a teatro, che fanno la fatica a stare a casa davanti a una serie in streaming. Si radunano per ascoltare una storia. È la cosa antica che il teatro fa ancora e io la percepisco proprio come un antidoto al tecnodominio. È l’essere umano, si ricorda di essere umano perché va a teatro con gli altri esseri umani, per stare insieme.

Che è il contrario dei social.

È il contrario dell’isolamento nel cubicolo o col telefonino, per cui uno è chiuso dentro i propri pensieri, o con un rapporto con un altro che però è solo parole su uno schermo. Invece il teatro ha ancora il potere di  farti uscire, respirare insieme, e qualsiasi cosa tu abbia visto, farti consapevole di essere parte di una comunità. E allora sì, è una forma di resistenza di cui mi sento parte. 

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 Daniela Preziosi

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