Ci sono spettacoli che parlano di un tema. E poi ci sono spettacoli che usano un tema per parlare di qualcosa di molto più profondo. A prima vista, Insieme, lo spettacolo che debutterà in una nuova versione al Campania Teatro Festival 2026 il 28 giugno presso il Teatro Mercadante di Napoli sembra appartenere alla prima categoria. C’è la disabilità, c’è una madre che ha consacrato la propria esistenza a un figlio fragile, c’è una figlia che torna dopo anni di assenza per reclamare uno spazio che non ha mai sentito davvero suo. C’è una famiglia attraversata da ferite, silenzi, gelosie e dipendenze affettive. Eppure, basta ascoltare il suo autore, regista e interprete, Fabio Marra per pochi minuti per capire che la questione non è mai stata la disabilità. O almeno non soltanto quella. La domanda che attraversa tutta la sua opera è un’altra, molto più scomoda e universale: che cosa significa appartenere? Qual è il nostro posto dentro una famiglia, dentro una comunità, dentro il mondo? E cosa accade quando quel posto ci viene negato, sottratto o semplicemente non riusciamo a trovarlo? Forse è anche per questo che Insieme continua a viaggiare da oltre dieci anni attraversando confini, lingue e culture. Nato in Francia come Ensemble, tradotto in quattordici lingue, adattato per il cinema e la televisione, rappresentato dalla Spagna alla Corea del Sud, dalla Germania alla Grecia, lo spettacolo ha ottenuto candidature ai Premi Molière e ai Premios Max, conquistando pubblici apparentemente lontanissimi tra loro. Eppure, come racconta Fabio Marra in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, ogni volta accade qualcosa di sorprendente: gli spettatori ridono negli stessi momenti, si commuovono negli stessi silenzi, reagiscono alle stesse fratture emotive. Come se sotto le differenze culturali esistesse un terreno comune che riguarda tutti. La famiglia. Il bisogno di essere amati. La paura di essere lasciati fuori. Del resto, Fabio Marra ha costruito tutta la sua carriera raccontando chi resta ai margini. I dimenticati, gli esclusi, coloro che non corrispondono all’immagine rassicurante della normalità. Non per ideologia o per militanza, ma per una sorta di necessità interiore. Da bambino, racconta, non sopportava le ingiustizie. Da adulto ha trasformato quella stessa inquietudine in materia teatrale. Nato a Napoli nel 1984, partito per Parigi poco più che ventenne, Fabio Marra appartiene a quella categoria di artisti che hanno dovuto allontanarsi per trovare la propria voce. In Francia ha scoperto un modo diverso di intendere il teatro, il lavoro dell’attore e il valore stesso della creazione artistica. Ha fondato una compagnia, scritto testi, costruito un percorso raro per un autore italiano contemporaneo. Per molti anni è stato più conosciuto all’estero che nel proprio Paese. E forse anche questa condizione di uomo sospeso tra due appartenenze ha alimentato il suo sguardo. Quando gli si chiede se oggi si senta più italiano o francese, la sua risposta contiene probabilmente la chiave di tutta la sua poetica: «Quando si lascia davvero un luogo, a un certo punto non si appartiene più completamente a nessun luogo». È una frase che potrebbe pronunciare uno dei suoi personaggi. Perché nelle opere di Fabio Marra nessuno è mai completamente dentro o completamente fuori. Nessuno è davvero vittima o colpevole. Nessuno coincide con la prima impressione che suscita. Anche in Insieme accade questo. Lo spettatore entra in sala convinto di sapere chi abbia ragione e chi abbia torto. Poi, lentamente, ogni certezza si incrina. I giudizi si spostano. Le simpatie cambiano. Le posizioni si ribaltano. È il meccanismo che Marra ama di più: costringere il pubblico ad abbandonare le proprie categorie rassicuranti. Forse perché lui stesso continua a diffidare delle definizioni semplici. Diffida della normalità, delle etichette, delle identità troppo rigide. Persino quando parla di sé sembra sottrarsi a qualunque classificazione. Attore, regista, autore: i ruoli si sovrappongono fino a diventare inseparabili. E dietro ogni risposta si avverte la stessa convinzione che anima il suo teatro: gli esseri umani sono più complessi di qualsiasi giudizio. È anche per questo che la lunga storia di Insieme assume oggi un valore particolare. Dopo aver attraversato l’Europa e il mondo, dopo centinaia di repliche e innumerevoli adattamenti, il testo arriva finalmente nella lingua in cui, in fondo, era nato. Debutta a Napoli, al Teatro Mercadante, la città da cui Fabio Marra era partito vent’anni fa inseguendo un sogno che sembrava lontanissimo. Non è un ritorno trionfale. Somiglia piuttosto a una chiusura del cerchio. O forse, come accade nelle sue storie migliori, all’inizio di una nuova domanda.
La disabilità sembra essere il tema più evidente del suo spettacolo, Insieme. Eppure ho l’impressione che rappresenti quasi una chiave di lettura solo apparente. Qual è, secondo lei, il nucleo più profondo di questa storia?
“Sono lieto che mi ponga questa domanda, perché significa che ha già riflettuto sul progetto e sul testo. In effetti, la disabilità è un tema presente e occupa certamente uno spazio importante all’interno dello spettacolo. Tuttavia, non credo che costituisca il vero centro della vicenda. Per me si tratta soprattutto di una commedia che racconta la complessità dei rapporti familiari e, più in generale, delle relazioni umane. La presenza di Michele, un ragazzo con disabilità, ha generato una serie di squilibri. Il rapporto tra lui e la madre è diventato quasi esclusivo e questa dinamica ha inevitabilmente influenzato l’intera famiglia. Sandra, fin dall’infanzia, non è mai riuscita a trovare davvero il proprio spazio e il proprio ruolo all’interno di quel nucleo familiare. Non a caso, il motore narrativo della storia è il suo ritorno dopo cinque anni di assenza. Torna per invitare la madre al proprio matrimonio e dichiara di non volere il fratello alla cerimonia. In realtà, a un livello più profondo, rientra quasi inconsapevolmente per cercare il proprio posto all’interno della famiglia. È questo il vero impulso che la muove”.
Si potrebbe sostenere che il vero escluso della storia non sia Michele, bensì sua sorella Sandra?
“Non esattamente. Anzi, una delle intenzioni principali del lavoro era proprio evitare una lettura tanto immediata. È un procedimento che utilizzo spesso anche negli altri testi: mi piace indurre il pubblico a formulare un giudizio iniziale molto netto su un personaggio e poi metterlo ripetutamente in discussione nel corso della storia. All’inizio i personaggi sembrano facilmente interpretabili. Per esempio, il punto di vista della madre può apparire coerente e comprensibile. Poco alla volta, però, emerge come alcune sue scelte e alcuni suoi comportamenti abbiano probabilmente arrecato danni non soltanto a sé stessa, ma anche ai figli. Lo stesso accade con Sandra. Lo spettatore si trova continuamente a oscillare tra adesione e dissenso, prendendo posizione per poi rimettere tutto in discussione. L’obiettivo era proprio questo: impedire al pubblico di rifugiarsi in interpretazioni semplici. Alla fine accade qualcosa di interessante. Nella vita quotidiana, quando ci confrontiamo con una realtà che percepiamo come distante dalla nostra, tendiamo spesso a prendere le distanze. Lo facciamo per timore o perché non riconosciamo quell’esperienza come parte del nostro vissuto. In questa commedia, invece, il personaggio che alla fine appare più autentico e coerente è proprio Michele. E il pubblico compie questo percorso quasi senza rendersene conto”.
A proposito di pubblico, ha avuto l’impressione che gli spettatori entrino subito in sintonia con la storia oppure che inizialmente restino spiazzati, perché si aspettano una direzione e ne trovano un’altra?
“Ho avuto la fortuna di interpretare questo spettacolo per quasi cinquecento repliche. Abbiamo attraversato la Francia, il Belgio e la Svizzera e, nel tempo, ho potuto osservare molto attentamente le reazioni del pubblico. È vero che la commedia si apre con un linguaggio teatrale apparentemente leggero. Tuttavia, credo che questo aspetto non riguardi soltanto Insieme. Dopo tanti anni posso dire che appartiene al mio modo di scrivere. Mi piace costruire un rapporto di complicità con lo spettatore e spesso questo avviene attraverso l’ironia. All’inizio il pubblico pensa di trovarsi di fronte a una storia relativamente leggera. Ride, si rilassa, prende confidenza con i personaggi. Quando però si sente a proprio agio e si è instaurata una forma di fiducia, avviene uno spostamento. Da quel momento si comincia a parlare d’altro. Credo che la risata sia uno strumento straordinario e che troppo spesso venga confinata alle commedie brillanti o di puro intrattenimento. Si tratta di forme teatrali assolutamente rispettabili, naturalmente, ma il mio interesse va in un’altra direzione. Mi interessa la risata che si fa amara. Quella che induce a riflettere. Quella che, subito dopo essere esplosa, porta lo spettatore a domandarsi se vi fosse davvero motivo di ridere”.
Nelle note di regia scrive che la normalità è un concetto limitante. Le è mai capitato di sentirsi giudicato perché non corrispondeva a una determinata idea condivisa di normalità?
“È una domanda che mi sorprende, perché non avevo mai affrontato la questione in questi termini. Mentre la ascolto, però, mi rendo conto che la risposta è sì. È una sensazione che mi accompagna da sempre. Fin da bambino mi sono spesso trovato in difficoltà perché non riuscivo ad accettare determinati giudizi o certe ingiustizie rivolte alle persone più marginali, a quelle che spesso restano invisibili. Non ho mai tollerato quel genere di atteggiamento. E questo vale sia nei confronti degli altri sia nei confronti di me stesso. Dunque, c’è sicuramente qualcosa dentro di me che ha a che fare con questo tema. Forse non riesco ancora a definirlo con assoluta chiarezza, ma so che esiste. Posso però affermare con certezza una cosa: grazie a questa commedia sono cresciuto molto. Quando ho iniziato a scriverla, la disabilità non era un argomento che avessi deciso di affrontare deliberatamente. Ho scritto il testo e soltanto durante il processo creativo mi sono trovato di fronte a questa tematica. Quando ne ho preso coscienza, ho avuto paura. Anch’io nutrivo dei pregiudizi. Proprio attraverso il lavoro sulla commedia ho compreso quanto quel modo di pensare fosse limitato. È stato un percorso che mi ha profondamente trasformato”.
Su normalità ed eccezionalità, mi viene in mente Nietzsche quando scrive che bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante. Mi piace immaginare l’artista come quella stella. Qual era il caos che abitava Fabio Marra prima che iniziasse a ‘danzare’?
“Questa è una domanda difficile. Esistono aspetti che appartengono alla sfera più intima e che forse riesco a esprimere soltanto attraverso i miei testi. A volte ho perfino timore di pronunciarli ad alta voce. Non perché siano segreti, ma perché sono fragili. È come se dar loro un nome significasse alterare qualcosa che deve rimanere in una dimensione personale e silenziosa. Posso dire che dentro di me esistono certamente dinamiche, ferite e dolori che hanno alimentato il mio lavoro. Probabilmente sono stati anche il motore di molte delle storie che ho scritto”.
Senza entrare nel merito di quelle ferite, l’arte l’ha aiutata a rimarginarle? Penso anche all’idea di Eduardo De Filippo sul valore terapeutico del teatro.
“Credo che la risposta sia già contenuta nella domanda. Il teatro possiede davvero questa forza. Quando abbiamo la fortuna, da spettatori, di assistere a qualcosa che ci tocca profondamente, che fa vibrare corde molto intime, trascorriamo poi la vita a cercare di ritrovare quella stessa emozione. Torniamo a teatro, al cinema, ai concerti, inseguendo quell’istante preciso in cui qualcosa ci ha scossi e, in qualche modo, ci ha aiutati. Per me questo è il ruolo più importante della cultura. Da questo punto di vista mi considero una persona privilegiata, perché svolgo il lavoro che sognavo da bambino. Devo anche molto al coraggio che ho avuto quando ho compreso che, per continuare a crescere, avevo bisogno di partire. Oggi mi ritrovo a debuttare a Napoli, al Mercadante, e l’aspetto più bello è che non era affatto previsto. Non era un traguardo pianificato. Le circostanze hanno semplicemente creato questa opportunità. La cosa mi emoziona particolarmente perché Insieme ha avuto quattordici adattamenti e per me è sempre stato motivo di rammarico sapere che, pur essendo italiano, questo testo non fosse mai stato rappresentato nella mia lingua”.
Racconta di aver sempre saputo quale sarebbe stata la sua strada. Ricorda il momento in cui il teatro è diventato una consapevolezza autentica?
“Ci sono stati diversi momenti importanti. Uno dei ricordi più nitidi risale all’infanzia. Mi trovavo in una situazione piuttosto tesa e ricordo che una frase pronunciata da me suscitò una risata generale. Quella risata cambiò completamente l’atmosfera. Credo che qualcosa sia nato proprio allora. Da bambino, inconsciamente, una giornata senza una risata, o senza aver fatto ridere qualcuno, mi sembrava una giornata sprecata. Il mio obiettivo era andare a scuola e riuscire a far sorridere il maestro o la maestra. Quello è stato il primo impulso. In seguito ho capito che la risata era molto più importante di quanto immaginassi. Qualcosa di profondamente nobile. Con il tempo ho cercato di utilizzarla non soltanto per ottenere un effetto comico, ma per andare oltre, per raccontare realtà dotate di una maggiore profondità”.
Lascia l’Italia, si trasferisce in Francia e lì arriva il riconoscimento. Nel nostro Paese, invece, il suo nome è rimasto a lungo meno conosciuto. Come ha vissuto questa situazione?
“È una sensazione molto particolare. Per vent’anni ho convissuto con una sorta di doppio sguardo. Quando andavo in Spagna o in altri Paesi in cui le mie opere venivano rappresentate, percepivo un riconoscimento professionale e umano molto diverso. Poi tornavo in Italia ed era come se non fossi mai partito. Restavo il ragazzo che se n’era andato per fare teatro. In Italia esiste ancora una percezione particolare del mestiere dell’attore. Quando si dice di lavorare in teatro, spesso la reazione implicita è che, se si fosse davvero affermati, tutti lo saprebbero già. In altri Paesi non funziona così. Per questo il mio rapporto con il ritorno in Italia è sempre stato piuttosto ambiguo. Oggi ho la sensazione che il riconoscimento nel mio Paese sia arrivato più tardi rispetto al percorso compiuto altrove, ma sono felice che finalmente qualcosa si stia muovendo. Devo ringraziare anche il coraggio e la determinazione di chi ha creduto in questo progetto fin dall’inizio: l’Ente Teatro Cronaca. Tra noi si è instaurato un rapporto fondato sulla fiducia e sull’amicizia. Allo stesso tempo, ho potuto constatare quanto le dinamiche del settore siano diverse da quelle francesi”.
In Francia ha lavorato anche con un mostro sacro come Dominique Pinon. Che incontro è stato?
“Dominique è un attore straordinario, ma prima ancora una persona speciale. Cerco sempre di lavorare con artisti che mi abbiano già emozionato come spettatore. È accaduto con lui e accade oggi anche con Sonia Palau, Eugenia Costantini e Laura Morante. Ho bisogno di armonia. Non sono capace di lavorare nel conflitto. Quando Dominique accettò di partecipare a questo spettacolo fu una vera scommessa, perché all’epoca avevamo soltanto l’inizio di una piccola tournée e lui era impegnato anche in altri progetti. Accettò comunque. Con il tempo quella scelta si è rivelata vincente, perché siamo arrivati a quasi duecento rappresentazioni. C’è un episodio che, a mio avviso, racconta molto di lui. Aveva ricevuto una proposta importante per interpretare Ventimila leghe sotto i mari in uno splendido teatro di Parigi. Eppure rinunciò a quell’opportunità per partecipare a questo spettacolo. Già questo, per me, dice molto dell’uomo e dell’attore che è”.
Torniamo a Insieme. Vorrei soffermarmi su Isabella. È una madre che protegge Michele fino quasi a soffocarlo. Da spettatore viene spontaneo chiedersi: esiste un confine tra l’amore materno e il possesso?
“Credo che sia proprio uno dei temi che emergono nella parte finale della commedia. Isabella compie un vero percorso di trasformazione, sia emotiva sia psicologica. A un certo punto è costretta a separarsi dal figlio per tre mesi e quel distacco le offre finalmente l’occasione di rivolgere lo sguardo anche verso se stessa. In quel momento comprende che il desiderio di Sandra di separare, almeno in parte, la madre dal figlio non era del tutto infondato. Comincia a intuire che esiste un equilibrio da ritrovare. Si tratta di un dilemma che riguarda molti genitori. Vivo in Francia e lì osservo spesso il fenomeno opposto. In realtà, il primo impulso che ha dato origine alla commedia nasce proprio da questo contrasto. Provenendo da Napoli e da una cultura familiare molto forte, mi sono trovato, arrivando in Francia, di fronte a un modello completamente diverso. Ho osservato il sistema sociale e il modo in cui le famiglie educano i figli all’autonomia. Già a tre anni i bambini instaurano con i genitori un rapporto molto diverso da quello che conoscevo. Quando ho iniziato a scrivere, desideravo raccontare una persona che consacra interamente la propria vita a un’altra, qualcuno che si dedica senza riserve a un essere umano. Sentivo quasi la mancanza di questo slancio. A Parigi, in particolare, si percepisce spesso una forte concentrazione su se stessi. Per carattere, ho sempre avuto l’abitudine di fare qualcosa per gli altri senza aspettarmi nulla in cambio, semplicemente per il piacere di farlo. Eppure mi capitava spesso di avvertire diffidenza da parte di chi riceveva quel gesto. La domanda implicita era: perché questa persona mi sta aiutando? Quella diffidenza mi ha colpito profondamente e, in un certo senso, è stata una delle scintille che hanno dato origine alla commedia. Per questo è vero che Isabella eccede. Ma raccontare il suo eccesso era anche un modo per denunciare l’assenza, in determinati contesti, della cura per l’altro”.
Eppure c’è un’altra persona di cui Isabella sembra non occuparsi: Sandra, quasi l’invisibile della storia. Le interessa di più raccontare chi viene escluso o chi si sente escluso?
“Per me le due condizioni hanno la stessa importanza. L’esclusione vissuta da Sandra non è meno significativa di quella che vive Michele. Sandra è gelosa del fratello. In fondo vorrebbe essere al suo posto, godere della stessa centralità all’interno della famiglia. Per questo faccio fatica a stabilire una gerarchia delle sofferenze. Penso piuttosto che entrambe le forme di esclusione avrebbero potuto essere evitate se si fosse trovato un equilibrio diverso. Il problema è che, quando si dà qualcosa a qualcuno, spesso, senza rendersene conto, la si sottrae a qualcun altro. Mantenere l’equilibrio nelle relazioni umane è estremamente difficile, soprattutto all’interno di una famiglia. Credo però che sia fondamentale avere consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Ogni gesto produce un effetto. Esiste sempre una relazione di causa ed effetto e ogni scelta modifica inevitabilmente l’equilibrio complessivo”.
Insieme è stato tradotto in quattordici lingue, lo ricordava prima. C’è stata una versione o una reazione del pubblico che l’ha sorpresa più delle altre?
“Sicuramente l’esperienza coreana. Quando sono stato a Seul ho scoperto una realtà che conoscevo pochissimo e quasi mi aspettavo di assistere a uno spettacolo completamente diverso. Ricordo che parlavo con il regista attraverso un interprete e lui era molto preoccupato. Mi diceva: ‘Stiamo lavorando sul testo, ma qui le dinamiche familiari sono diverse. Lei ha scritto questa storia pensando a un pubblico francese e a una famiglia italiana. Non so se gli spettatori coreani riusciranno davvero a riconoscersi’. Arrivò il giorno della prima. In sala era presente tutta la critica. Il giorno successivo la produzione mi chiamò dicendomi che il regista mi stava aspettando a teatro. Mi preoccupai immediatamente e pensai che fosse successo qualcosa. Quando arrivai, aveva un giornale in mano, ma non lasciava trapelare alcuna emozione. Continuavo a chiedermi che cosa avessero scritto. L’assistente che era con me utilizzò un’applicazione di traduzione automatica. Fotografò il titolo dell’articolo e la traduzione fu, più o meno, questa: ‘Fabio Marra conosce perfettamente le dinamiche della famiglia coreana’. Fu una sorpresa straordinaria. Mi colpì moltissimo. Più in generale, avendo avuto la fortuna di interpretare personalmente lo spettacolo per molti anni, ho potuto osservare direttamente le reazioni del pubblico. L’aspetto che continua a impressionarmi è che esistono alcuni snodi drammaturgici davanti ai quali gli spettatori reagiscono quasi sempre allo stesso modo, indipendentemente dal Paese, dalla lingua o dal contesto culturale”.
Non ha mai avuto la sensazione che, a forza di essere tradotta e rappresentata, questa storia a un certo punto non le appartenesse più?
“Quasi sempre. Ricordo una rappresentazione in Lussemburgo. Ero seduto accanto al ministro della Cultura e alla direttrice del teatro. Lo spettacolo iniziò e non riuscivo a capire da dove sarebbero entrati i personaggi. La scenografia era molto bella, ma continuavo a interrogarmi su questo dettaglio. A un certo punto si aprì il frigorifero e gli attori entrarono da lì. Naturalmente rimasi sorpreso. All’inizio non comprendevo dove la regista volesse arrivare. Poi, osservando lo spettacolo, ebbi l’impressione che avesse timore della tematica affrontata e che avesse scelto di rifugiarsi in una dimensione fortemente fiabesca. Aveva costruito una sorta di trasposizione dal tono quasi favolistico. Personalmente non credo sia stata una scelta particolarmente efficace, perché ho avuto la sensazione che cercasse di aggirare il tema anziché affrontarlo fino in fondo. In qualche modo percepivo che anche lei portava con sé un pregiudizio rispetto alla materia che stava raccontando. Detto questo, esistono comunque scene che raggiungono gli spettatori indipendentemente dalle scelte registiche”.
In Italia si è discusso molto, negli ultimi mesi, del rapporto tra il testo e le nuove messe in scena. Lei non è geloso delle sue opere? Non le pesa vedere altri registi modificarle, trasformarle o persino tradirle?
“Credo che ogni autore, così come ogni regista, debba confrontarsi con una forma di distacco. C’è quasi un piccolo lutto da elaborare. Tuttavia, mi considero fortunato perché svolgo mestieri diversi: scrivo, dirigo e recito. Questa pluralità di ruoli mi permette di compensare quel sentimento. Posso assistere a qualcosa che mi ferisce o che non condivido, ma subito dopo vengo assorbito da un nuovo processo creativo. In Francia lavoriamo moltissimo, siamo spesso in scena e, di conseguenza, raramente ho il tempo di restare intrappolato in quella sensazione. Inoltre, quest’anno ho ripreso Insieme dopo dieci anni e mi sono accorto di averlo trasformato profondamente anch’io. L’ho quasi riscritto. Molti passaggi sono cambiati durante le prove. Sono cambiati la messa in scena, la regia e l’impianto complessivo. Per me il testo è soprattutto una struttura drammaturgica, uno strumento attraverso il quale raccontare una storia. Non sono particolarmente legato alla singola parola o alla singola virgola. Naturalmente esistono autori per i quali la punteggiatura e le pause sono essenziali e ci sono opere costruite con una tale precisione da richiedere un rispetto assoluto. Io, però, ho la fortuna di essere un autore vivente e mi piace valorizzare la creatività degli attori. Per questo lascio spesso una certa libertà. Talvolta permetto persino di allontanarsi dal testo, per poi ritornarvi”.
Il nucleo di questo spettacolo è la famiglia e la famiglia ricorre spesso anche nei suoi lavori precedenti. Che cos’è, per lei, la famiglia?
“Sorrido perché ogni volta che inizio a scrivere una nuova commedia prometto a me stesso che non racconterò ancora una storia familiare. Me lo impongo davvero. E invece finisco sempre per tornarci. Credo che la famiglia sia la prima forma di società che incontriamo quando veniamo al mondo. È una microsocietà all’interno della quale occupiamo il nostro primo ruolo. Poi, crescendo, dobbiamo in qualche modo metterla in discussione per trovare un posto in altre comunità: i gruppi di amici, il lavoro, altri Paesi, altre realtà. La famiglia è fondamentale perché tutto ha origine lì. Allo stesso tempo, però, non deve trasformarsi in una struttura limitante. Come accade in ogni relazione umana, nel momento in cui prevale l’obbligo e viene meno la libertà possono generarsi delle distorsioni”.
E la sua famiglia che tipo di microsocietà è stata? Ha accolto subito la sua scelta di dedicarsi al teatro oppure ha faticato ad accettarla?
“In realtà sono cresciuto in una famiglia profondamente legata all’arte. Mio padre era pittore e mia madre sarta. Io e i miei fratelli abbiamo frequentato il liceo artistico e seguito percorsi legati alla creatività. Oggi vivono a Madrid: uno lavora come grafico, un altro si occupa di street art, mia sorella è cantante e io faccio teatro. Da questo punto di vista non ci hanno mai imposto limiti. Naturalmente ogni genitore conserva il desiderio di vedere i propri figli intraprendere una strada stabile. È una reazione molto umana. Mi viene in mente un racconto di Mastroianni: spiegava che persino nel pieno del suo successo sua madre continuava a pensare che sarebbe stato meglio se avesse fatto il professore. Credo però che chi sceglie questa strada sia mosso da qualcosa che definisco un virus. Quando quel virus è dentro di te, non puoi fare altro. Non riesci davvero a immaginarti altrove”.
In questa edizione italiana di Insieme ritroviamo una vera famiglia anche sul palco: Laura Morante ed Eugenia Costantini. Perché è stato così ‘sadico’ da scegliere davvero una madre e una figlia per interpretare i ruoli di Isabella e Sandra?
“È nato quasi tutto per caso. Per prima cosa ho pensato a Laura. Sapevo poi che lei ed Eugenia avevano già lavorato insieme in alcune letture e mi è sembrato naturale proporre questa possibilità. All’inizio ho avuto qualche esitazione. Mi sono chiesto se fosse davvero la scelta migliore. Dopo più di un mese di prove, però, posso dire che sono semplicemente due grandi attrici e due professioniste esemplari. Riescono perfettamente a distinguere il lavoro dalla vita privata. Come si dice in Francia, sanno fare la part des choses”.
Che cosa ha visto in Eugenia Costantini?
“È un’attrice di grande talento. Spero davvero che questo ruolo possa aiutarla a ottenere il riconoscimento che merita, perché si tratta di un personaggio importante e credo possieda tutte le qualità necessarie per sostenerlo”.
E invece che cosa ha visto Laura Morante nel personaggio di Isabella? O, se preferisce, che cosa ha visto lei in Laura Morante che forse altri non avevano ancora colto?
“Avevo già cercato di lavorare con Laura diversi anni fa per un progetto in Francia. Aveva apprezzato il testo, ma in quel periodo era impegnata contemporaneamente in quattro film e nella scrittura di un libro, quindi non riuscimmo a collaborare. Il desiderio di lavorare insieme esisteva già da tempo. Quando ho pensato a Isabella, ho avuto la sensazione che Laura fosse la persona giusta, perché il personaggio è una donna semplice, economicamente fragile, che nelle mani di altri interpreti avrebbe potuto scivolare verso stereotipi che non mi interessavano. Laura porta con sé una storia artistica, un’intelligenza e una profondità che modificano immediatamente la percezione del personaggio. Per me era importante che il pubblico vedesse una donna intelligente, una figura dotata di una ricchezza interiore evidente. La precarietà economica non coincide con una povertà dello spirito. Con Laura ero certo di evitare qualsiasi rappresentazione semplicistica. Quanto alle ragioni che l’hanno spinta ad accettare, bisognerebbe chiederlo direttamente a lei. Credo però che la possibilità di lavorare accanto a Eugenia abbia avuto un peso importante. Non capita spesso di trovare nel repertorio teatrale una storia che permetta realmente a una madre e a una figlia di interpretare una madre e una figlia. E naturalmente c’era anche la qualità del testo”.
In effetti non è frequente trovare in teatro rapporti madre-figlia ‘moderni’ così complessi.
“E c’è anche un’altra questione. Nel repertorio teatrale e cinematografico, a un certo punto, le donne tendono quasi a scomparire. Esistono fino ai quarant’anni, poi spesso viene chiesto loro di continuare a interpretare personaggi più giovani. Successivamente spariscono per un lungo periodo e riappaiono direttamente come nonne. Esiste un vuoto enorme. È davvero impressionante. Per molto tempo ha prevalso una visione piuttosto limitata della donna e dei ruoli femminili. Fortunatamente qualcosa sta cambiando, ma molto lentamente. Mi auguro che in futuro si vedano sempre più personaggi interessanti per attrici di cinquanta o sessant’anni. Per gli uomini l’età spesso amplia le possibilità. Per le donne, purtroppo, accade ancora troppo raramente”.
È una questione che in Italia si avverte molto. In Francia, forse, un po’ meno: basti pensare a Isabelle Huppert.
“È vero. Ho avuto la fortuna di conoscere Isabelle Huppert, che è una donna straordinaria, ma anche lì il problema esiste. Da circa un anno e mezzo sto lavorando all’adattamento cinematografico di questa storia e mi sono reso conto che molte attrici hanno difficoltà ad accettare ruoli di madri. Non per ragioni artistiche, ma perché produttori e agenti temono che quel tipo di personaggio possa modificare l’immagine pubblica dell’attrice. Si sente dire: ‘Se interpreti una madre, rischi di perdere il ruolo della donna seducente, perché il pubblico inizierà a identificarti come madre’. Quando mi sono trovato di fronte a questo ragionamento sono rimasto davvero sbalordito. Eppure si tratta di una difficoltà concreta, che emerge con chiarezza quando si entra nei meccanismi dell’industria cinematografica”.
Prima accennava all’adattamento cinematografico di Insieme. Vorrebbe realizzarlo in Italia o in Francia?
“Il progetto del film ha una storia piuttosto lunga. Quando la commedia ebbe un successo importante a teatro, suscitò un forte interesse mediatico e già dopo un paio d’anni stavamo lavorando alla preparazione del film. Avevamo firmato i contratti: avrei dovuto dirigerlo, interpretarlo e scriverlo insieme a Philippe Lioret. Purtroppo una serie di circostanze ha bloccato il progetto. Lioret è stato coinvolto in vicende legate al movimento #MeToo e si è trovato ad affrontare dodici denunce. A quel punto ho cercato di riacquistare i diritti dell’opera, ma avevo sottoscritto un contratto che prevedeva sei anni di esclusiva e sono stato costretto ad attendere. È stato un periodo particolarmente doloroso. Probabilmente il film avrebbe potuto vedere la luce già allora. Questa vicenda mi ha allontanato per qualche tempo dal cinema e mi sono concentrato nuovamente sul teatro. Poi, una volta scaduti quei vincoli contrattuali, qualcosa si è rimesso in moto. Oggi non c’è ancora nulla di ufficiale, ma siamo davvero vicini a una nuova produzione e alla concreta possibilità di realizzare finalmente il film”.
Philippe Lioret è stato un nome importante del cinema francese.
“Assolutamente. È un regista di grande talento. Ha firmato film bellissimi, come Welcome. Fu lui a venire a teatro per assistere allo spettacolo e da quell’incontro nacque l’idea di lavorare insieme”.
È una vicenda che solleva anche una questione più ampia: si può separare la persona dalle opere che ha creato?
“Per quanto mi riguarda, faccio molta fatica a separare completamente le due dimensioni. Noi lavoriamo sull’essere umano, raccontiamo relazioni, emozioni, fragilità. Se sul piano personale emergono comportamenti che considero profondamente scorretti, mi risulta difficile ignorarli del tutto nel giudizio sull’opera. Naturalmente non è una questione semplice, ma faccio fatica a dissociare questi due aspetti”.
In questi anni si è parlato molto anche di abusi di potere nel mondo dello spettacolo. Ha visto cambiare qualcosa?
“Sì, e credo che sia stato un cambiamento importante. In Francia, per esempio, esistono già strumenti concreti che in Italia non vedo ancora diffusi nella stessa misura. Nelle produzioni teatrali abbiamo l’obbligo di affidarci a una figura esterna che accompagna il lavoro. Si tratta di una persona indipendente, incaricata di vigilare sulle dinamiche interne della compagnia. Se un regista, un produttore o chiunque altro utilizza il proprio ruolo in modo abusivo o invade ambiti personali che non gli competono, questa figura ha il compito di intervenire, redigere una relazione e trasmetterla agli organismi competenti. La sua presenza è costante. Inoltre siamo tutti tenuti a seguire periodicamente corsi di formazione dedicati a queste tematiche. Talvolta si arriva anche a situazioni che possono apparire eccessive. Esistono regole che fanno sorridere, perché in alcuni casi si rischia di interpretare qualunque gesto come una potenziale aggressione. Tuttavia, credo che questi eccessi siano quasi inevitabili quando si cerca di correggere un problema strutturale”.
Lei è drammaturgo, regista e attore. Se dovesse descriversi come attore, a che punto del percorso sente di essere arrivato?
“Credo che un attore debba sentirsi sempre al piano terra. Ogni nuovo progetto è un edificio diverso. Si entra dal portone e si prova a raggiungere l’ultimo piano. Ma quando quel lavoro termina si ricomincia da capo: un altro portone, un altro quartiere, altre scale, altre difficoltà. È proprio questo il fascino del mestiere. Ogni volta bisogna presentarsi davanti a un progetto senza protezioni, quasi nudi, e cercare di entrarvi davvero. Forse la mia attitudine consiste proprio in questo: evitare di rifugiarmi troppo in ciò che so già fare e provare, ogni volta, a ripartire da zero”.
Nella sua carta d’identità cartacea, alla voce ‘professione’, che cosa c’era indicato?
“Questa è una storia divertente. Quando andai a fare la carta d’identità vivevo a Marano e dichiarai di essere drammaturgo. L’impiegato cercò la voce sul modulo e mi disse che non esisteva. Allora gli chiesi se fosse prevista la voce ‘astronauta’. Mi rispose di sì. E io gli dissi: ‘Allora scriva astronauta’. Per i dieci anni successivi, sulla mia carta d’identità risultò che facevo l’astronauta”.
E oggi, invece, quale definizione sceglierebbe?
“Non lo so più. Ormai i tre ruoli si sono fusi. A volte riesco a lavorare come regista al servizio di altri autori o altre autrici, ma molto spesso mi ritrovo coinvolto contemporaneamente come autore, regista e attore. Se dovessi ricorrere a una definizione d’altri tempi, forse direi ‘capocomico’. In fondo è un termine che racchiude tutte queste funzioni”.
Capocomico mi riporta alla sua città. È partito da Napoli per costruire la sua carriera in Francia. Oggi si sente più un autore italiano che lavora in Francia o un autore europeo che porta Napoli dentro le proprie storie?
“Credo che, quando si lascia davvero un luogo, a un certo punto non si appartenga più completamente a nessun luogo. In Francia sono l’italiano. In Italia mi chiamano il francese. Quando si compie quel passo, si crea inevitabilmente una distanza. Dentro di me convivono entrambe le dimensioni. C’è la radice napoletana e italiana, ma ci sono anche vent’anni di vita francese. L’aspetto che trovo più interessante è proprio la possibilità di costruire un ponte tra queste due realtà. Ho acquisito un metodo di lavoro in Francia e continuo a imparare dall’Italia. Mi interessa raccogliere il meglio di entrambe le tradizioni. Del resto, questo ponte esiste da sempre. Francia e Italia condividono una storia culturale profondamente intrecciata, fatta di ammirazione reciproca, influenze continue, rispetto e, talvolta, anche di una certa rivalità”.
E Napoli, oggi, con quali occhi la guarda? Con quelli di chi è partito o con quelli di chi non se n’è mai andato davvero?
“È un sentimento molto particolare. Quando sono lontano da Napoli finisco per costruirmi una Napoli che forse esiste soltanto nella mia immaginazione. Poi torno e mi confronto con la realtà. Scopro aspetti nuovi, mi emoziono, mi arrabbio. Credo che chi ama davvero Napoli finisca inevitabilmente anche per odiarla. È una città che genera un conflitto emotivo costante. Ha una forza straordinaria. Io percepisco Napoli già all’aeroporto. Dopo pochi secondi ricevo sensazioni, immagini, voci, energie. Mi accadono esperienze che altrove non vivrei. Qualche giorno fa, per esempio, ho pestato accidentalmente il piede di una signora, facendole piuttosto male. Lei mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha persino abbracciato, dicendomi di non preoccuparmi. Sono scoppiato a piangere. I miei amici mi chiedevano il motivo di quella reazione. Piangevo perché quel gesto spontaneo di gentilezza e affetto mi aveva colpito profondamente. Non sono più abituato a una risposta del genere. Se fosse accaduto a Parigi, probabilmente avrei ricevuto una raffica di insulti”.
Lasciare Napoli è stato il sacrificio più grande che la sua professione le abbia imposto?
“No. Non l’ho mai vissuto come un sacrificio. Anzi, con il tempo credo sia stata una fortuna. La distanza mi permette oggi di guardare Napoli con uno sguardo diverso e di apprezzarla sotto una luce nuova. Sul momento, forse, l’ho vissuta come un’ingiustizia. Ma non era tanto Napoli il problema. Era l’Italia. Sentivo di cercare qualcosa che qui non riuscivo a trovare. Avevo frequentato l’Accademia a Roma e mi sembrava strano che gli attori trascorressero anni a imparare una lingua che, ai miei occhi, non esisteva davvero. Continuavo a cercare un altro approccio al lavoro, pur senza sapere con precisione se esistesse. Poi l’ho trovato in Francia. Lì ho scoperto una diversa idea di recitazione, di formazione dell’attore e di concezione del teatro. Mi considero fortunato. Ho avuto l’opportunità di esplorare realtà differenti, dalla Spagna alla Svizzera, fino ad arrivare a quella scuola francese dove pensavo di fermarmi soltanto un anno. Poi, quasi per caso, ho scritto un primo testo. Ci siamo ritrovati in una piccola sala off ad Avignone e, dopo due giorni, il teatro era pieno. C’era addirittura una lista d’attesa. Due mesi più tardi eravamo a Parigi e, per sette mesi consecutivi, la sala continuò a riempirsi. L’aspetto più sorprendente è che all’epoca parlavo appena il francese. Eravamo poco più che ragazzi e non avevamo nemmeno una struttura produttiva alle spalle. Alla fine del festival ci ritrovammo con assegni e incassi in mano e ci rendemmo conto che avremmo dovuto creare una società di produzione per gestire tutto. Eravamo partiti quasi per gioco e, all’improvviso, tutti volevano acquistare lo spettacolo”.
Se dovesse indicare il prezzo più alto pagato per diventare l’artista che è oggi, quale sarebbe?
“Sinceramente faccio fatica a ragionare in questi termini. So che esistono ostacoli, momenti difficili e rinunce. Ma non ho mai avuto la sensazione di aver perso qualcosa per ottenere qualcos’altro. Per me non poteva andare diversamente. Ho sempre avuto una direzione. Se davanti a me trovo un muro, provo a spingerlo, a scavalcarlo o ad aprirmi un varco. Cerco una strada alternativa, ma continuo a procedere nella stessa direzione. Per questo motivo faccio fatica a leggere la mia vita attraverso la categoria del sacrificio”.
Che cos’è, per lei, il successo?
“Il successo conserva sempre una componente di mistero. Ricordo una frase bellissima di una direttrice teatrale francese: ‘Per sapere se uno spettacolo avrà successo esiste una sola regola: non esistono regole’. Credo che sia vero. Il successo è un fenomeno che sfugge a ogni spiegazione definitiva. Quando ho iniziato a produrre Insieme, stavo attraversando uno dei momenti più difficili della mia carriera. Molti partner e produttori con cui avevo lavorato fino ad allora decisero di non seguirmi. Pensavano che quel progetto non fosse una commedia, che non fosse teatro e, in fondo, nemmeno uno spettacolo. Mi ritrovai praticamente da solo. In Francia i costi di produzione sono molto elevati e gran parte delle spese deve essere sostenuta in anticipo. Accendemmo prestiti importanti. Era una scommessa enorme. Se lo spettacolo fosse andato male, non so davvero come avrei fatto a ripagare quei debiti. Eppure le cose sono andate diversamente. Gli stessi produttori che avevano deciso di abbandonarmi cercarono successivamente di tornare. Penso che, talvolta, un’opera arrivi nel momento giusto. Esiste una sorta di incontro tra il desiderio del pubblico e ciò che un’opera riesce a offrire. Entrano in gioco il tempismo, le circostanze e una molteplicità di fattori che finiscono per convergere. Vale anche per gli attori. Di recente guardavo un documentario su Tom Hanks. A un certo punto della sua carriera è arrivato un ruolo che ha incontrato perfettamente la sua storia personale e il modo in cui il pubblico lo percepiva. Da lì è cambiato tutto. Credo che il successo sia anche questo: una serie di rendez-vous. Bisogna farsi trovare pronti quando arriva quel momento”.
Questi incontri decisivi, questi rendez-vous che hanno segnato la sua carriera, hanno finito per influenzare anche la sua vita privata?
“Penso di sì. Il mio rapporto con il lavoro è molto immersivo, quasi totalizzante . Cerco sempre di prestare attenzione alle relazioni personali, ma sono consapevole del fatto che spesso non riesco a dedicare alle persone il tempo che vorrei. Quando si parte in tournée per quattro mesi, inevitabilmente si è assenti. È il lavoro a richiederlo. Quando riesco a essere presente, cerco di esserlo fino in fondo, ma è una presenza diversa da quella di chi ha orari regolari e una quotidianità più stabile. Nel nostro mestiere tutto segue dinamiche differenti”.
Che cosa desidera Fabio Marra oggi?
“Sicuramente vorrei dedicarmi di più al cinema. È una direzione che mi interessa molto. Poi devo confessare una cosa: dopo tre giorni di vacanza sto male. Davvero. L’ozio mi mette a disagio. Per fortuna esiste la scrittura. Posso isolarmi, magari di notte, quando tutti dormono, e scrivere. Questo mi permette di affrontare meglio anche i periodi di pausa più lunghi. L’idea di non fare assolutamente nulla, invece, mi risulta molto difficile. Riesco a vivere serenamente il tempo libero soltanto se posso accompagnarlo alla scrittura o a qualche altra forma di lavoro creativo. Naturalmente è importante fermarsi ogni tanto. Esiste però un piacere particolare nel rimanere immersi in un processo di lavoro, di costruzione e di ricerca continua. Ma siamo anche privilegiati, perché svolgiamo professioni che abbiamo scelto. Questo è fondamentale ricordarlo: siamo fortunati. Possiamo lavorare continuamente perché amiamo ciò che facciamo. Ma non tutti hanno questa possibilità. Per questo considero importanti tutte le tutele legate al lavoro. Penso, per esempio, agli orari, ai limiti sulle ore lavorative, alle condizioni dei lavoratori. Qui in Italia vedo spesso tecnici che lavorano a forfait e senza reali limiti di orario. In Francia la situazione è molto diversa. Un tecnico non può superare un determinato numero di ore. Esistono regole precise, tempi di riposo obbligatori e limiti molto chiari. Sono strumenti importanti. Noi, invece, abbiamo la fortuna di svolgere un mestiere che continua a lavorare dentro di noi anche quando apparentemente siamo fermi. La mente non si spegne mai del tutto”.
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