Manchesterismo. Il (moderato) capitalismo progressivo di Burnham per il Regno Unito



Di Andy Burnham e di quel che intende fare in economia si sa tantissimo. Ma solo nelle linee generali, e poco nei dettagli (che fanno la sostanza). Quel che si sa ha messo paura ai mercati, ovvero agli operatori della finanza che vedono di cattivo occhio alcune delle sue possibili mosse, come un allargamento dell’indebitamento per realizzare infrastrutture pubbliche o interventi di rinazionalizzazione di imprese strategiche. È quello che nel Regno Unito già da tempo i commentatori chiamano Manchesterism, l’approccio che ha caratterizzato la sua leadership nella metropoli del Nordovest della Gran Bretagna. La città che oltre a essere la base di United e City, la patria dei Bee Gees, degli Smiths, dei Joy Division e degli Oasis, è stata anche la capitale della Rivoluzione Industriale dell’Ottocento, raccontata così bene da Friedrich Engels nel suo saggio del 1845, La situazione della classe operaia in Inghilterra.

Proprio in queste ore l’ex sindaco della città metropolitana di Manchester (che però è nato a Liverpool 56 anni fa) sta preparando il suo programma politico ed economico. I segnali sono inequivocabilmente di cautela e prudenza: non c’è aria di provvedimenti veramente radicali, anche se qualcosa di spettacolare dovrà giocoforza arrivare. Se non altro per marcare la distanza dal buonsenso piatto e noioso del suo predecessore Keir Starmer. 

Burnham sta anche mettendo a punto il suo gruppo di lavoro, la cerchia stretta di collaboratori che lavoreranno con lui, e la lista dei ministri più importanti. Anche qui i segnali sono chiarissimi: Rachel Reeves, la cancelliera dello Scacchiere di Starmer (ministro del Tesoro) non conserverà il suo posto, e verrà sostituita da Ed Milliband, un altro alfiere del cosiddetto “capitalismo progressivo”. Dice tanto anche l’arrivo nella posizione strategica di capo dello staff di James Purnell, già ministro con Tony Blair. Uno che ha appoggiato l’invasione dell’Iraq, ha guidato l’associazione dei laburisti amici di Israele, e che non disdegnava l’idea di fare test col lie detector a chi chiede i soldi del welfare.

Del resto, non stiamo parlando di un pericoloso outsider, anche se di sicuro è più a sinistra di Starmer: Burnham è stato parlamentare del Labour dal 2001 al 2017, e per tre volte è stato ministro. Quindi conosce bene Londra e il potere. 

Ma questo “Manchesterism”? Niente di bolscevico, e tanta distanza anche dalle idee del predecessore di Starmer, Jeremy Corbyn, che aveva proposto nel suo manifesto elettorale. La critica di Burnham allo status quo affonda le radici negli anni ’80: interpreta il malessere economico britannico come l’esito diretto della privatizzazione del potere economico. Tutto nasce da lì, dalla deregolamentazione selvaggia e del fallimento della teoria dei “benefici che colano dall’alto” (la trickle-down economics).

Il primo punto è che lo Stato deve avere strumenti per guidare la crescita economica, adoperando strategie mirate di investimento pubblico e infrastrutture. A cominciare dalla ricostruzione della rete ferroviaria e dal completamento della linea Alta Velocità HS2 tra Birmingham e Manchester.

Secondo punto, che ne discende, l’arsenale degli strumenti di gestione dell’economia deve essere rafforzato, rinazionalizzando imprese pubbliche che Margaret Thatcher e i suoi successori avevano privatizzato. Nel mirino esplicitamente c’è l’energia: un punto qualificante della Burnhamnomics sarà la riduzione delle bollette dell’energia per le famiglie. Ma torneranno pubblici altri servizi essenziali, come autobus, acqua e ferrovie, sempre per ridurre il costo della vita. Da sindaco Burnham municipalizzò la rete dei trasporti pubblici e impose un tetto di 2 sterline al biglietto degli autobus urbani. A suo tempo ha annunciato di voler estendere l’idea a tutto il paese. 

Terzo: costruire o ricostruire case popolari a basso costo e tariffe sociali. A Manchester Burnham varò un “fondo per la buona crescita” da 1 miliardo di sterline, destinato a progetti di rigenerazione, occupazione, edilizia abitativa e aiuto ai senza fissa dimora. Nel suo discorso di lancio della campagna, Burnham ha dichiarato di volere “il più grande programma di costruzione di case popolari dal secondo dopoguerra”. 

Quarto: devoluzione di fette significative di potere politico e autonomia fiscale da Londra, cioè dal parlamento di Westminster e dal governo centrale, alle amministrazioni regionali, “più vicine alle persone”, che dovrebbero poter decidere su abitazioni, servizi pubblici, trasporti e istruzione. Bella idea, a saperla realizzare (noi italiani non ci siamo tanto riusciti). 

Per rafforzare la credibilità verso l’esterno, il politico di Manchester si avvale di un team di consiglieri economici di alto profilo: c’è Andy Haldane, già capo economista della Bank of England, c’è Jim O’Neill, già capo economista di Goldman Sachs, e Richard Hughes, che in passato ha guidato l’Office for Budget Responsibility, l’autorità indipendente di vigilanza fiscale. Lo scorso settembre, Burnham ha messo in allarme gli investitori affermando che il Regno Unito deve andare “oltre questa faccenda di dover essere in balìa dei mercati obbligazionari”. Parole su cui è stato crocifisso dai mercati, e che ha ben presto rettificato.

Adesso O’Neill propone più debito “entro le regole” solo per le infrastrutture, tramite un’authority indipendente stile OBR che misuri i moltiplicatori e rassicuri i mercati. Proprio ieri Darren Jones, braccio destro di Starmer, ha incontrato Burnham e ha dichiarato di essere stato rassicurato sull’ortodossia delle sue proposte economiche. 

Funzionerà? Potrebbe. Anche se ci saranno resistenze fortissime alla politica di ripubblicizzazione, che potrebbe limitarsi a un maggiore controllo, più che a un vero e proprio possesso pubblico. È probabile che quelli che chiamiamo “i mercati”,che sono persone in carne ed ossa, sia come manager che come risparmiatori, possano scioperare contro il Manchesterismo. Rispetto all’acqua fresca e alle mille incertezze di Sir Keir Starmer, se non altro il messaggio, la “narrativa”, ha il pregio della chiarezza e della comprensibilità. Un messaggio che potrebbe essere gradito a una fetta rilevante del popolo che vota Labour. 

Difficilmente però Burnham piacerà alla sinistra post-Corbyniana o ai Green di Zach Polanski, che ha rubato al Labour tanti voti alle ultime amministrative. A quanto si dice, una delle mosse del futuro nuovo premier per conquistare consensi popolari potrebbe essere quella di riaprire lo sfruttamento del gas e del petrolio del Mare del Nord. Abbandonati un po’ per colpa delle politiche ambientali, ma soprattutto perché in via di esaurimento e per il taglio degli investimenti. 

La produzione ha raggiunto un picco di oltre 4 milioni di barili equivalenti di petrolio al giorno alla fine degli anni ’90, ma è scesa a circa 1,1 milioni lo scorso anno, ed è prevista in calo a circa 650.000 barili equivalenti di petrolio al giorno entro il 2030, secondo la North Sea Transition Authority. L’idea sarebbe quella di rivedere alcuni vincoli sull’esplorazione, ridurre la penalizzazione fiscale, trivellare di più, e cercare di fare un po’ come la Norvegia, girando ai cittadini il dividendo energetico fossile. Con bollette ridotte.

Sull’immigrazione proseguirà sulla linea dura – ma non durissima – del governo Starmer. Sull’Europa, Burnham ha sempre fatto campagna per restare nell’Unione Europea, e l’anno scorso ha detto che vorrebbe vedere “entro l’arco della sua vita” di nuovo la Gran Bretagna nell’Europa. Durante la campagna elettorale per diventare deputato, però, haprecisato che non è una sua priorità.


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 di Roberto Giovannini

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