Novantesimo minuto. La partita più importante della storia recente del Sora Calcio entra oggi in quegli ultimi frangenti che, come ogni buon sportivo sa, sono e saranno sempre al cardiopalma, vietati ai deboli di cuore.
Scade infatti nella giornata odierna l’ultimatum fissato dall’imprenditore Mario Russo, appoggiato da Denny Lunghi, nei confronti di Angelo Tinto. Dopo settimane di incontri, rinvii, mediazioni istituzionali, promesse, aperture e brusche frenate, il tempo delle attese sembra essere terminato. Ma mentre la trattativa resta sospesa tra speranze e timori, una cosa è certa: la città non è rimasta a guardare.
Nella serata di ieri, in occasione del tradizionale Faone di San Giovanni, Sora ha trasformato la propria festa popolare in una straordinaria manifestazione d’amore per i colori bianconeri. Striscioni sono comparsi sui ponti cittadini, bandiere del Sora hanno sventolato lungo il Lungoliri, mentre centinaia di tifosi hanno attraversato le strade del centro con vessilli, fumogeni e cori inequivocabili. “Nessuno tocchi il Sora”. Un messaggio diretto, potente, che non aveva bisogno di ulteriori spiegazioni.
Perché quello che si sta giocando in queste settimane non è soltanto il destino di una matricola sportiva. In ballo c’è un patrimonio che appartiene a un’intera comunità. Centoventi anni di storia, generazioni di tifosi, lacrime, vittorie, sconfitte, trasferte, promozioni e domeniche vissute con il cuore in gola.
E mentre l’Amministrazione comunale continua a presidiare ogni tavolo possibile – arrivando persino negli uffici della Lega Nazionale Dilettanti per rappresentare le ragioni della città – cresce il fronte di chi chiede ad Angelo Tinto di non portare il titolo lontano da Sora.
A sostegno della causa non ci sono soltanto i tifosi. Ci sono le vecchie glorie bianconere.
Ci sono quelli che quella maglia l’hanno sudata, difesa e resa immortale. Dopo l’appello del Toro di Sora Pasquale Luiso, nelle ultime ore sono arrivate altre voci autorevoli del passato bianconero.
Emilio Coraggio, uno dei simboli più amati della storia volsca, non usa mezzi termini. «Ho quella maglia tatuata sulla pelle, dopo averla indossata per quindici anni e aver scritto una favola che nessuno dimenticherà insieme ai miei compagni. So bene cosa rappresenta per chi è nato e cresciuto a Sora. Per questo sento il dovere di rivolgere un appello sincero a chi oggi sta decidendo il futuro del club».
Coraggio parla di patrimonio collettivo, di sacrifici e appartenenza: «Il Sora Calcio non è soltanto una società sportiva. È qualcosa che appartiene alla città e alla sua gente. Vedere il Sora morire sarebbe una ferita difficile da accettare per migliaia di tifosi. Mi auguro che prevalgano il dialogo, il rispetto degli impegni assunti e la volontà di trovare una soluzione che consenta alla città di continuare a identificarsi nella propria squadra. Il Sora merita di continuare a scrivere la sua storia dove è sempre stata scritta: a Sora, davanti al suo popolo».
Anche Michele Marcolini, che a Sora ha lasciato un ricordo indelebile prima di una straordinaria carriera tra Serie A e Serie B, si schiera apertamente. «Sora è stata un capitolo fondamentale per la mia crescita come uomo e come calciatore. Mi auguro di cuore che il titolo sportivo rimanga a Sora, per i tifosi, per la città e anche per tutti coloro che, come me, a Sora hanno vissuto esperienze importanti e le portano ancora nel cuore. Il Sora non deve sparire».
Parole cariche di sentimento arrivano anche da Antonio Pecoraro. «Il Sora non è solo una squadra di calcio. È storia, appartenenza ed orgoglio del territorio, per non parlare di tifosi stupendi e di generazioni abituate da sempre a non mollare mai. Tutto questo non può finire improvvisamente. Mi auguro che tutti facciano il massimo affinché ciò non accada. Difendiamo una maglia gloriosa. Sora deve rimanere a Sora. Forza Sora sempre. Chi ha vissuto questa realtà sa che qui non si difende soltanto un club, ma una parte importante dell’identità di una città».
E non poteva mancare il contributo di Marco D’Ambra, protagonista di tante emozioni con la casacca bianconera e bomber indimenticato della storia volsca: «Da ex calciatore del Sora e da persona che ha avuto l’onore di indossare questi colori, mettendo a segno alcuni dei gol più belli della mia vita con questa maglia, non posso restare indifferente davanti a ciò che sta accadendo».
D’Ambra richiama tutti alla responsabilità: «Chi è chiamato a decidere tenga conto non soltanto degli aspetti economici, ma anche del valore storico e affettivo di una società che rappresenta un’intera comunità. Centoventi anni di storia non possono essere considerati un dettaglio. Il Sora è nato a Sora, è cresciuto a Sora e merita di continuare il proprio cammino davanti alla sua gente».
Intanto, da Pontinia, arriva un altro elemento fondamentale, che perora con nuova linfa i diritti del popolo sorano e mette in discussione quel fantasma drammatico di uno spostamento del titolo in terra pontina. Il sindaco Eligio Tombolillo ha comunicato ufficialmente alla Lega Nazionale Dilettanti che il Comune non autorizzerà lo svolgimento di gare di Serie D per la stagione sportiva 2026-2027 presso l’impianto cittadino, una decisione che potrebbe incidere notevolmente sugli scenari che ruotano attorno al futuro del titolo sportivo.
Ma al di là delle carte, delle PEC, degli incontri e delle trattative, il messaggio che arriva da Sora è uno solo. La partita non è finita.
E qualunque sarà il risultato, la città ha già fatto sapere che non resterà in silenzio. Perché per i sorani il Sora Calcio non è un bene da trasferire da una provincia all’altra. È una storia da difendere. E nessuno sembra disposto a consegnarla senza combattere fino all’ultimo secondo.
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Cristina Lucarelli
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