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Roma, 26 giu – La morte di Louis, diciassettenne massacrato a Narbonne dopo essere stato attirato in un cantiere, non può essere letta soltanto come l’ennesimo fatto di cronaca nera. Sarebbe troppo poco. Sarebbe persino comodo. Perché il punto non è soltanto la brutalità del caso, né il dettaglio, ormai ricorrente, della violenza filmata e consegnata alla circolazione digitale. Il punto è ciò che accade dopo: il modo in cui una società reagisce, metabolizza, neutralizza e infine dimentica.
La morte di Louis in Francia riaccende il ciclo d’indignazione
Louis viene colpito, lasciato agonizzante, ritrovato solo ore dopo. Le immagini circolano e la notizia esplode. Per qualche giorno il suo nome entra nel flusso dell’indignazione pubblica. Poi, quasi certamente, verrà sostituito dal nome successivo, dalla vittima successiva, dal video successivo, dal prossimo frammento insostenibile della decomposizione occidentale. È questo il problema politico vero: non tanto la mancanza di reazione, ma la forma della reazione, la sua sterilità, l’incapacità di trasformare il rumore in conseguenze. Qui il concetto di iperpolitica elaborato da Anton Jäger diventa una chiave preziosa per leggere il nostro tempo. Nel suo saggio lo storico belga ribalta un luogo comune molto diffuso: la nostra epoca non è depoliticizzata, ma al contrario, è una delle epoche più politicizzate della storia recente. Tutto diventa immediatamente politico: un’aggressione, un film, un tweet, una scelta alimentare, un caso giudiziario, una guerra, una canzone, un omicidio su un treno, una frase pronunciata da un poliziotto. Ogni fatto viene catturato, interpretato, trasformato in segnale di appartenenza. Tutto produce schieramento e indignazione. Eppure, spiega Jäger, quasi nulla produce vero potere.
È questa la vera contraddizione della nostra epoca: politicizzazione estrema senza conseguenze politiche. Una società in cui milioni di individui commentano, reagiscono, si indignano e si sentono mobilitati, ma in cui mancano le strutture collettive capaci di dare forma stabile a quella mobilitazione. La rabbia, le emozioni, la memoria – tutto ciò che è propriamente irrazionale – esiste, ma non diventa organizzazione, disciplina, istituzione o conflitto realistico.
L’europeicidio come concetto politico esteso
La morte di Louis, come quella di Iryna Zarutska a Charlotte o di Henry Nowak a Southampton, entra perfettamente in questo schema. Sono casi diversi, in Paesi diversi, con dinamiche giudiziarie diverse. Ma tutti vengono assorbiti dallo stesso dispositivo: prima lo shock, poi la viralità, poi la polarizzazione, poi la rimozione. Ogni volta sembra di essere davanti a una svolta. Ogni volta si dice che “questa volta” qualcosa dovrà cambiare. Ogni volta il sistema trova il modo di disinnescare il trauma. Non siamo davanti a episodi identici, ma a segnali convergenti. Il quadro d’insieme parla di società sempre più esposte, spazi pubblici meno custoditi, istituzioni che arrivano tardi, vittime che diventano immagini, opinioni pubbliche che si infiammano senza riuscire a organizzarsi.
È qui che la categoria di europeicidio va intesa non tanto come ennesima formula emotiva, ma come concetto politico. Questa parola non deve indicare soltanto il sangue versato, ma un processo di “disarmo” complessivo: demografico, culturale, familiare, sociale, istituzionale, psicologico. L’europeicidio è la condizione in cui gli europei, nei loro stessi spazi di vita, si scoprono progressivamente vulnerabili, minoritari, privati di continuità, abbandonati e discriminati dal proprio Stato, incapaci di considerare intollerabile ciò che invece viene amministrato come inevitabile. L’europeicidio non è solo morire ma abituarsi alla morte. È accettare che ogni nuovo caso venga archiviato come eccezione pur appartenendo a una sequenza evidente. È subire il colpo e poi discutere per giorni su come sia lecito parlarne. È vedere la realtà, ma essere educati a temere più la generalizzazione che la ripetizione del fatto. È trasformare ogni domanda politica in problema di tono, ogni richiesta di sicurezza in sospetto morale, ogni istinto di difesa in colpa da giustificare.
Trasformare la memoria in progetto e riconquista
Ma anche qui si apre una trappola. Perché l’europeicidio, se resta soltanto una parola di denuncia, può diventare esso stesso materiale “iperpolitico”. Può facilmente diventare slogan, estetica del lutto, pornografia del dolore. Può alimentare una comunità momentanea di indignati senza costruire alcuna capacità reale di intervento. Può farci sentire dalla parte giusta della storia mentre restiamo spettatori della nostra impotenza. Qui il pensiero di Lewis Coser ci aiuta a fare un passo ulteriore. Il sociologo americano distingueva nella sua Teoria del conflitto sociale, il conflitto realistico dal conflitto non realistico. Il primo nasce da domande concrete, interessi riconoscibili, obiettivi politici, trasformazione dei rapporti di forza. Il secondo è soprattutto scarico di tensione: rabbia che cerca un bersaglio, non necessariamente una soluzione; conflitto come valvola, non come costruzione. Inutile ripetere a quale categoria appartiene gran parte della politica contemporanea: l’indignazione è a tutti gli effetti una forma di consumismo.
Il passaggio decisivo è proprio su questa sottile linea di demarcazione: tra la vittima come contenuto e la vittima come criterio politico. Una società sana non usa i morti per emozionarsi ma per capire che cosa non deve più accadere. Una società ancora vitale non si limita a piangere i propri figli, si chiede quali condizioni abbiano reso possibile la loro morte, quali istituzioni abbiano fallito, quali rapporti di forza debbano essere cambiati, quali spazi debbano essere riconquistati.
Essere minoranza inizia dal sentirsi minoranza
Per questo l’europeicidio deve diventare una categoria di analisi della vulnerabilità europea: fisica, simbolica, politica, organizzativa. Il futuro da minoranza non comincia solo nei numeri ma soprattutto nella testa. Comincia quando una popolazione smette di pensarsi come soggetto storico e accetta di essere una somma di individui impauriti, commossi, indignati, ma isolati. Comincia quando il massimo della reazione possibile diventa condividere un video o scrivere una frase più dura delle altre. Comincia quando la politica viene sostituita dalla testimonianza. Perché l’unica vera forza che il sistema non può tollerare è quella che esprime una durata. Il sistema non teme l’individuo indignato ma la comunità organizzata. Non teme lo sfogo di rabbia ma la disciplina. Non teme la memoria ma la memoria che diventa istituzione, ritualità, militanza, progetto. E il progetto corretto non può essere l’enclave, magari su modello Sudafricano. Una civiltà non si salva ritirandosi, perché il ritiro è già accettazione della sconfitta. Si salva tornando nei luoghi in cui la civiltà muore o si rigenera: città, quartieri, scuole, università, trasporti, spazi pubblici, associazioni, comunità concrete.
Per Louis, Henry e Iryna
La grande politica è quella in grado di intercettare le energie di un’epoca e organizzarle. Spezzare il ciclo dell’iperpolitica significa passare dall’indignazione alla rivendicazione concreta. È il primo obiettivo potrebbe proprio essere quello di nominare il fenomeno: se una minoranza politico-culturale è riuscita a imporre il termine femminicidio come categoria giuridica, mediatica e istituzionale, allora agli europei non può essere negato il diritto di nominare la propria vulnerabilità storica. Il riconoscimento dell’europeicidio deve diventare terreno di battaglia: dossier, osservatori, raccolte dati, interrogazioni, commissioni d’inchiesta, pressione mediatica. Ma soprattutto deve diventare rivendicazione: sicurezza, sovranità, spazio. Così Louis, Iryna ed Henry potranno essere raccontati, un giorno, dentro un movimento di rinnovamento e rigenerazione che ha portato l’Europa a riconoscere se stessa.
Sergio Filacchioni
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