il Colle diventa il vero collante del centrodestra


Ufficialmente è soltanto una riflessione. Ufficiosamente, però, a Palazzo Chigi molti l’hanno letta come qualcosa di più. Quando Giorgia Meloni ha spiegato che, dopo quasi ottant’anni di Repubblica, sarebbe naturale vedere un esponente della destra salire al Quirinale, il messaggio non era rivolto soltanto alle opposizioni. I destinatari principali erano dentro la stessa maggioranza.

Secondo fonti parlamentari, nelle ultime settimane il ragionamento è diventato ricorrente tra dirigenti di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia: il vero traguardo della legislatura non sarebbe soltanto confermare il governo dopo le prossime elezioni politiche, ma arrivare al 2029 con una coalizione sufficientemente compatta da affrontare l’elezione del successore di Sergio Mattarella. In privato, qualcuno lo riassume così: “Prima si tiene insieme il governo, poi si pensa al Colle”. E ancora: “Il Quirinale non si conquista con gli slogan, ma con i numeri e con la disciplina”.

È un obiettivo che richiede disciplina politica molto prima ancora dei numeri parlamentari. Ed è proprio questo, raccontano diversi osservatori, il senso politico delle parole della premier. Un dirigente della maggioranza, con una battuta che circola nei corridoi, l’ha messa così: “Meloni non ha aperto la corsa, ha acceso il faro”. Un altro, più prudente, ha commentato: “Chi pensa al 2029 oggi, in realtà, sta chiedendo fedeltà domani”.

Un avvertimento implicito anche al fronte più turbolento del centrodestra

Tra i corridoi di Montecitorio c’è chi interpreta quelle dichiarazioni come un messaggio indirizzato soprattutto agli alleati più irrequieti. Il riferimento, neppure troppo velato, porta a Roberto Vannacci e a quella parte del centrodestra che periodicamente alza il livello dello scontro interno.

Il ragionamento sarebbe semplice: evitare tensioni continue oggi significa non compromettere l’appuntamento istituzionale più importante della prossima legislatura. Il Quirinale viene così utilizzato come una prospettiva capace di tenere insieme una coalizione destinata inevitabilmente ad affrontare nuove competizioni elettorali, nuovi equilibri e inevitabili rivalità personali. In ambienti parlamentari la formula che gira è tagliente: “Se litighi adesso, il Colle lo guardi in televisione”. E ancora: “Il centrodestra può anche discutere, ma non può permettersi di farsi male da solo”.

Non è ancora il tempo dei nomi. Anzi, nella politica italiana chi parte favorito spesso finisce per essere bruciato. Ma fissare già oggi l’obiettivo politico significa offrire alla maggioranza un orizzonte comune che va oltre la normale amministrazione di governo. Un esponente azzurro lo sintetizza con una frase che suona quasi come un monito: “Il candidato del Quirinale non si annuncia, si costruisce”. E un leghista aggiunge: “Prima viene la tenuta della coalizione, poi tutto il resto”.

Il Colle resta una partita imprevedibile

Proprio qui, però, nasce il vero retroscena che molti parlamentari ricordano con una punta di prudenza.

L’esperienza insegna che nessuna elezione del presidente della Repubblica può essere considerata davvero sotto controllo. I grandi elettori votano a scrutinio segreto e la figura del franco tiratore continua a rappresentare l’incognita che può cambiare qualsiasi scenario. “Al Quirinale non vince chi parla più forte”, osserva un veterano di Palazzo, “ma chi arriva con meno nemici”. Un altro, con tono più secco, avverte: “Le maggioranze si contano, ma poi si scompongono nel segreto dell’urna”.

Anche maggioranze numericamente solide, nella storia repubblicana, si sono scontrate contro divisioni interne impreviste. È per questo che diversi esponenti del centrodestra evitano qualsiasi entusiasmo prematuro. Tre anni sono un’eternità in politica. Possono cambiare governi, leadership, rapporti di forza e perfino assetti parlamentari. “Oggi sembra tutto scritto”, confida un parlamentare, “domani basta un voto sbagliato e salta il banco”.

Per questo motivo nessuno, nemmeno dentro Fratelli d’Italia, considera il Quirinale una partita già scritta.

Il vero obiettivo è consolidare la leadership di Giorgia Meloni

Il retroscena più interessante riguarda però un altro aspetto. Più che aprire davvero la corsa al Colle, Giorgia Meloni avrebbe voluto rafforzare la propria leadership sulla coalizione.

L’idea che circola tra diversi parlamentari è che il Quirinale rappresenti oggi soprattutto un simbolo politico: ricordare agli alleati che una stagione storica potrebbe concludersi con l’elezione del primo presidente della Repubblica espressione della destra serve a rafforzare il senso di appartenenza e a ridurre le tentazioni centrifughe. In sostanza, il messaggio sarebbe questo: “Restiamo uniti, perché il traguardo è storico”. E ancora: “Chi pensa di giocare da solo, si mette fuori dalla foto finale”.

In altre parole, il Colle diventa uno strumento politico già adesso, molto prima dell’inizio ufficiale della partita. Non è un caso che, nei ragionamenti interni, ricorra spesso una formula quasi identitaria: “Il Quirinale è il premio della stabilità”. Una frase che, tradotta in linguaggio politico, significa una sola cosa: la leadership di Meloni passa anche dalla capacità di tenere insieme tutti fino al 2029.

Naturalmente resta la variabile più difficile da controllare: quella dei numeri e delle scelte individuali. Perché il presidente della Repubblica continua a essere eletto con il voto segreto e, come ripetono i veterani di Palazzo, il Quirinale è il luogo dove le certezze della vigilia spesso si trasformano nelle sorprese del giorno dopo. “Lì dentro”, dice un parlamentare di lungo corso, “si scopre chi è davvero leale e chi lo è solo a parole”.

Ed è proprio questa consapevolezza che rende il messaggio della premier ancora più significativo. Più che indicare un candidato, Meloni sembra aver indicato una direzione politica: arrivare uniti al 2029. Poi sarà il Parlamento, come sempre, a scrivere l’ultimo capitolo. E, come sussurra qualcuno nei corridoi della Camera, “al Quirinale non si arriva per diritto divino, ma per tenuta politica”.


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 Marco Antonellis

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