Liste d’attesa sempre più lunghe, personale sanitario in fuga, spesa pubblica sotto la media europea e milioni di cittadini costretti a rinunciare alle cure o a rivolgersi al privato. È questo il quadro della sanità italiana emerso a Catania durante la presentazione del documento “Idee nuove per un SSN equo e sostenibile”, elaborato da accademici ed esperti di 14 università italiane. Un confronto che non si limita alla diagnosi della crisi, ma prova a delineare una possibile rifondazione del Servizio sanitario nazionale.
Un sistema sotto pressione: i numeri della crisi
Il punto di partenza è una fotografia tutt’altro che rassicurante. Secondo i dati Istat 2024, il 40,5% degli italiani convive con almeno una patologia cronica, mentre gli anziani non autosufficienti hanno superato i 4 milioni. Un cambiamento demografico e sanitario che sta trasformando radicalmente la domanda di salute, rendendo il modello attuale sempre meno adeguato a rispondere a bisogni continui e complessi. A questo si aggiunge un dato ancora più allarmante: nel 2024 circa 5,8 milioni di cittadini hanno rinunciato a prestazioni sanitarie, segnando un incremento del 29% rispetto all’anno precedente.
La crescente difficoltà di accesso alle cure spinge sempre più persone verso il settore privato: oltre la metà delle visite specialistiche viene ormai pagata direttamente dai cittadini. Un fenomeno che, secondo gli esperti, rappresenta un “razionamento implicito” del diritto alla salute. Il confronto europeo evidenzia ulteriori fragilità: la spesa sanitaria pro capite italiana resta sotto la media UE, mentre la carenza di infermieri raggiunge circa il 25-27% rispetto agli standard europei. Il risultato è un sistema sotto pressione, incapace di garantire tempi e livelli di assistenza omogenei sul territorio.
Liste d’attesa e fuga sanitaria: il divario territoriale
Le criticità non sono solo nazionali ma profondamente territoriali. Le liste d’attesa si allungano e il rapporto tra cittadini e sanità pubblica si incrina: secondo Agenas 2025, il 65,5% degli utenti rifiuta il primo appuntamento proposto dal CUP perché incompatibile con le proprie esigenze cliniche. Nel Mezzogiorno, inoltre, la mobilità sanitaria continua a rappresentare un’emorragia di pazienti verso il Nord, con un indice medio di fuga pari al 16,6%, quasi il doppio della media nazionale.
Secondo gli esperti, il problema non è più episodico ma strutturale. A pesare sono la frammentazione dei servizi, la disomogeneità nella gestione regionale e la crescente difficoltà delle aree periferiche e interne, dove la cosiddetta “desertificazione sanitaria” sta riducendo accessibilità e continuità assistenziale. In questi territori, la carenza di medici e la chiusura dei presidi locali amplificano disuguaglianze già esistenti, trasformando il diritto alla salute in una questione geografica.
Una riforma possibile: prevenzione, One Health e digitale

Il documento presentato a Catania non si limita alla denuncia, ma propone un cambio di paradigma. Il primo pilastro è l’approccio “One Health”, che integra salute umana, animale e ambientale, spostando il baricentro del sistema dalla cura alla prevenzione. L’obiettivo è intervenire sui determinanti della salute lungo tutto l’arco della vita, riducendo l’insorgenza delle malattie croniche e migliorando la sostenibilità complessiva del sistema.
Un altro punto centrale riguarda la necessità di superare la distanza tra diritti formali e diritti realmente esigibili. Gli esperti propongono l’introduzione di Piani Assistenziali Individuali con prenotazione automatica delle prestazioni e sistemi digitali di monitoraggio, per ridurre le liste d’attesa e garantire percorsi di cura più lineari. In parallelo, si punta a una riorganizzazione delle cure primarie attraverso équipe multidisciplinari, servizi territoriali integrati e una maggiore continuità tra medicina di base, farmacie, assistenza domiciliare e strutture intermedie.
Governance e personale: verso un SSN più integrato
La proposta interviene anche sulla struttura di governo del sistema sanitario. L’idea è quella di superare la frammentazione attuale attraverso una governance multilivello più chiara, in cui Stato, Regioni e agenzie dedicate operino con responsabilità distinte ma coordinate. Le Regioni, inoltre, dovrebbero essere valutate in base a indicatori oggettivi di efficienza, equità e capacità di garantire i Livelli essenziali di assistenza, con conseguenze dirette sul livello di autonomia.
Grande attenzione viene riservata al tema del personale sanitario, considerato uno dei punti più critici. Il documento propone un piano nazionale dei fabbisogni, una maggiore integrazione tra formazione universitaria e sistema sanitario e una revisione del ruolo del management. I direttori generali dovrebbero essere selezionati a livello nazionale sulla base di competenze e risultati, con incentivi alla mobilità verso le aree più fragili. Per contrastare la fuga di professionisti, si ipotizzano anche strumenti di flessibilità contrattuale e incentivi economici mirati.
La sanità italiana si trova oggi davanti a una soglia decisiva, in cui non basta più intervenire con correzioni parziali o misure tampone. Il rischio, sempre più concreto, è che il principio di universalità che ha definito il Servizio sanitario nazionale si trasformi in un obiettivo teorico, difficilmente garantito nella pratica quotidiana. Le disuguaglianze territoriali, la crescita delle rinunce alle cure, la pressione sulle liste d’attesa e la carenza di personale non sono fenomeni isolati, ma segnali convergenti di un sistema che fatica a reggere il cambiamento demografico e sociale in atto.
In questo scenario, le proposte emerse a Catania non rappresentano soltanto un esercizio accademico, ma un tentativo di ripensare le fondamenta del modello sanitario pubblico. Dalla prevenzione alla digitalizzazione, dalla riorganizzazione delle cure territoriali alla revisione della governance, l’obiettivo indicato dagli esperti è uno: riportare il diritto alla salute da principio formale a realtà concreta ed equamente accessibile. La sfida, però, resta aperta e tutt’altro che semplice, perché richiede scelte politiche strutturali e una visione di lungo periodo capace di superare logiche emergenziali.
Alla fine, la domanda che emerge con forza è una sola: il Paese è disposto a riformare davvero il proprio sistema sanitario per garantirne la sostenibilità futura, o continuerà a inseguire le emergenze rinviando le soluzioni?
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Dalila Battaglia
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