La graduate school della New School for Social Research di New York, uno dei più antichi e prestigiosi presidi del pensiero critico del Novecento, sta per essere smantellata. L’appello di alcune studiose e studiosi su Le Monde a cui vogliamo unire la nostra voce. Perché ciò che è in gioco non è soltanto il riassetto di un bilancio o un nuovo organigramma: si spegne una vera e propria vocazione
Nei giorni scorsi, dalle colonne di Le Monde, alcune studiose e alcuni studiosi – tra cui Étienne Balibar, Seyla Benhabib, Judith Butler, Judith Revel, Bernard Harcourt – hanno promosso un appello che vogliamo far nostro e rilanciare qui in Italia. La graduate school della New School for Social Research di New York, uno dei più antichi e prestigiosi presidi del pensiero critico del Novecento, sta per essere smantellata. Non per un decreto del governo, ma – ed è ciò che rende la vicenda esemplare – per decisione della sua stessa dirigenza. A quell’appello vogliamo unire la nostra voce e insistere su un punto. Perché ciò che è in gioco non è soltanto il riassetto di un bilancio o un nuovo organigramma: si spegne una vera e propria vocazione .
La New School
La New School non è un ateneo come altri che stanno attraversando difficoltà finanziarie. È nata nel 1919 da un atto di dissenso: un gruppo di docenti la fondò in protesta contro le compressioni della libertà accademica imposte alle università americane durante la Grande guerra. Fin dall’origine, dunque, la riflessione critica non è stata un tratto distintivo tra gli altri, bensì la ragione stessa della sua esistenza. È questa identità che, nel 1933, le fece compiere il gesto per cui la ricordiamo oggi. Pochi mesi dopo l’ascesa al potere di Hitler, il suo direttore, Alvin Johnson, creò la “University in Exile”: un rifugio per gli intellettuali europei perseguitati dai fascismi.
Tra il 1933 e gli anni successivi vi trovarono casa e poterono continuare a pensare, a scrivere e a discutere alcune delle menti che hanno disegnato la filosofia e le scienze sociali e politiche del secolo: Hannah Arendt, che vi insegnò stabilmente dalla fine degli anni Sessanta fino alla morte; Hans Jonas; lo psicologo della Gestalt Max Wertheimer; i fenomenologi Aron Gurwitsch e Alfred Schütz; Erich Fromm e molti altri. Nello stesso spirito, nel 1942, Jacques Maritain ed Henri Focillon vi affiancarono l’École libre des hautes études, l’università francese e belga in esilio che ospitò, tra gli altri, Claude Lévi-Strauss e Roman Jakobson. La New School fu, in senso letterale, una luce in tempi bui: il ponte che teneva in vita, sull’altra sponda dell’Atlantico, il pensiero europeo che in Europa si voleva spegnere.
Quella chiamata non si è esaurita con i fondatori. È passata a una seconda e a una terza generazione, che ne hanno custodito il lascito: Reiner Schürmann, che vi insegnò dal 1975 alla morte; Ágnes Heller, titolare per oltre trent’anni della cattedra intitolata proprio a Hannah Arendt; e poi figure come Richard J. Bernstein, Aristide R. Zolberg, Andrew Arato, Nancy Fraser e per alcuni periodi Jürgen Habermas, Jacques Derrida, Seyla Benhabib, che hanno fatto della New School uno dei pochi luoghi al mondo in cui la teoria critica e sociale è rimasta una pratica viva e non un capitolo di storia delle idee.
Una forma di vita intellettuale
È di questo che parliamo quando parliamo di vocazione: non di una specializzazione disciplinare, ma di una forma di vita intellettuale – l’abitudine, sempre più rara, di interrogare il potere invece di assecondarlo, di conoscerlo dalla prospettiva di chi lo subisce, lo indaga e lo contesta. Ed è proprio questa attitudine che la dirigenza ha scelto di colpire. Le motivazioni addotte sono finanziarie. Ma le circostanze temporali raccontano un’altra storia. La crisi della New School non è di oggi: affonda le radici nei primi anni Duemila, in una stagione di espansione spericolata – investimenti immobiliari avventati (il solo University Center fu costruito con un debito di centinaia di milioni di dollari), una crescita abnorme dei costi amministrativi e dirigenziali (un problema di tutte le università private), una dipendenza quasi totale dalle rette degli studenti del college. Il deficit, oggi stimato intorno ai cinquanta milioni di dollari, non nasce nelle aule di filosofia, sociologia, storia o antropologia, ma da quelle scelte di governo – come hanno denunciato, con dati alla mano, gli stessi economisti della New School prima di essere licenziati. Il dissesto c’è da vent’anni.
Ma, guarda caso, è solo oggi che prende la strada della chiusura. La politica antiuniversitaria dell’amministrazione Trump ha fatto precipitare la crisi e accelerato l’epilogo: chiudere insegnamenti (come a Barnard College della Columbia University) e interi dipartimenti, spingendo, come alla New School, professori di fama internazionale a rinunciare all’incarico e licenziando direttamente i giovani docenti non ancora incardinati. Della New School resterà in piedi la Parsons School of Design, una mossa rivelatrice, perché questa scuola è come un marchio di vendita remunerativa che attira iscritti e denaro. Ma la sua vocazione, per quanto eccellente, è la professione, non la conoscenza critica della storia e della società. Sacrificare il laboratorio di pensiero e salvare la fucina del profitto: non è una misura contabile neutra; è una decisione sul significato e sulla missione da attribuire all’istituzione. Un messaggio per altri atenei, americani e non: l’università non è il luogo in cui si custodisce e si crea un sapere libero, ma un’impresa che deve produrre un bene di consumo redditizio. Il discorso manageriale del neoliberalismo e l’ostilità politica verso il pensiero che indaga e semina dubbi, che insegna a praticare l’esame critico, qui si saldano in un’alleanza perfetta.
Il caso della New School è il caso esemplare di un progetto molto chiaro, lo stesso che riconosciamo, ben oltre le università e ben oltre gli Stati Uniti, negli slittamenti autoritari degli ultimi anni. Chiudere la New School for Social Research in questo momento non è casuale. Nell’America del secondo Trump, in cui la pressione sugli atenei «ostili» e sulla ricerca libera è diventata sistematica, liquidare una delle voci critiche più originali e ascoltate del Novecento non è un atto di prudenza gestionale. È un atto di obbedienza preventiva, mostrato come segno di accondiscendenza, magari da premiare. È il modo in cui un’istituzione capitola prima ancora che le venga chiesto di farlo, traducendo in lingua di bilancio una resa che è, in tutto e per tutto, politica. Noi crediamo che gli intellettuali europei abbiano, in questa vicenda, un debito da onorare.
Quando i nostri studiosi furono perseguitati nell’età dei fascismi, fu la New School ad accoglierli e a permettere loro di continuare a pensare. Oggi che quel rifugio è minacciato dall’interno, restare in silenzio sarebbe ingrato e miope. Prendere posizione a favore della New School for Social Research non significa proteggere un’istituzione lontana: significa difendere l’idea stessa che il pensiero critico abbia diritto di cittadinanza – e che un’università che vi rinuncia, per quanti corsi di design le restino, abbia già smesso di essere un’università.
© Riproduzione riservata
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Simona Forti e Nadia Urbinati
Source link


