Nei giorni scorsi il convegno promosso dal deputato di FdI Aldo Mattia sulla riperimetrazione del Sin Valle del Sacco ha riacceso le polemiche sulla necessità di ridurre o meno l’area da bonificare (con risanamento in ritardo da vent’anni ormai). Anche in considerazione delle affermazioni della dirigente regionale Wanda D’Ercole che, parlando dello studio di caratterizzazione dei valori di fondo delle acque sotterranee e del suolo, Arpa-Ispra, ha parlato della contaminazione da metalli pesanti essenzialmente in connessione con le caratteristiche geologiche dei terreni.
Gli ambientalisti di Fare Verde hanno subito alzato il tiro: “Per oltre vent’anni – ha scandito il presidente Marco Belli -, nel SIN sono stati registrati superamenti significativi di metalli pesanti e metalloidi. È legittimo chiedersi perché, in tutto questo tempo, non siano state condotte analisi comparative tra aree interne ed esterne al SIN, come quelle presentate ora”.
Ma a prendere polemicamente la parola erano state anche cinque realtà associative parlando di “Cavallo di troia del Sin” e alludendo alla possibilità di ulteriori insediamenti impattanti, in una nota firmata congiuntamente: il Comitato No Biodigestore a Frosinone – Valle del Sacco, il Comitato residenti Colleferro, i Cittadini della Valle del Sacco Sgurgola – Anagni, il Blog Frosinone Bella e Brutta e il gruppo LabrioLab (LEGGI QUI). Anche la politica ora s’è mobilitata. Il Collettivo Parte da Noi – Provincia di Frosinone ha detto “No al revisionismo ambientale sulla Valle del Sacco”.
“Da qualche giorno – si legge in una nota dell’organizzazione riferibile all’area della segretaria nazionale Pd, Elly Schlein -, la destra regionale, racconta che la Valle del Sacco sia stata improvvisamente riabilitata dalla scienza. Come se esistesse un interruttore: on/off”.
“Non si può trasformare quello studio nello slogan la Valle non è inquinata”
“Lo studio al centro della discussione, denominato ‘Studio sulla presenza di metalli e metalloidi nei suoli di aree esterne e interne al SIN “Bacino del Fiume Sacco”, realizzato da ARPA Lazio con il CNR, è una cosa seria e va valutato in maniera oggettiva. Quel lavoro, basato su circa 150 campioni, si propone dichiaratamente di ricondurre alcuni superamenti a ‘fenomeni di origine naturale’: laddove il fondo geochimico lo confermi: attribuisce cioè a una causa geologica, e non industriale, la presenza di alcuni metalli (arsenico, vanadio, cobalto) in alcuni suoli, dentro e fuori il perimetro”.
“Trasformare quel dato nello slogan ‘la Valle non è inquinata’ è, però, un’operazione politica. È un salto logico che i dati non autorizzano e che serve a un altro scopo: smontare una vertenza ambientale che non è mai nata per i metalli, bensì per i veleni industriali come il beta-HCH, i solventi clorurati, l’amianto e gli sversamenti, accertati negli anni anche dalla magistratura. Tutti ricorderanno le immagini del luglio 2005 con 25 mucche morte dopo aver bevuto l’acqua del fiume Corniglio, affluente del Sacco. Confondere una revisione tecnica con la cancellazione di una storia è esattamente il revisionismo ambientale a cui ci opponiamo”. – Si legge ancora nella nota.
“Il vero problema Sin è che le aree bonificate in vent’anni sono lo 0,2%”
“Insomma, lo studio ARPA – avvrte il Collettivo – non cancella la contaminazione da beta-HCH, non cancella gli allevamenti che sono stati sequestrati, non cancella i biomonitoraggi che quel veleno l’hanno trovato nel sangue dei residenti, non cancella le bonifiche ancora aperte. Aggiunge soltanto un tassello tecnico: non ogni valore oltre la soglia ha un’origine industriale. Appunto, un tassello, non un colpo di spugna. È bene ricordare che la perimetrazione del SIN è frutto di un lavoro congiunto tra associazioni ambientaliste e soggetti istituzionali, Comuni, Regione e Ministero dell’Ambiente. Ridurre tutto alla presenza naturale di fattori inquinanti semplifica una vicenda estremamente complessa e tradisce la promessa di rinascita di un territorio”.
“Il vero problema non è il SIN: è che in vent’anni sia stato bonificato appena lo 0,2% delle aree e caratterizzato meno del 10% del territorio. Chi oggi chiede di cancellare il perimetro non risponde di questo fallimento gestionale: lo usa come alibi. E lo fa mentre mancano ancora i dati più importanti, quelli sulle acque sotterranee e sul fiume. Anche la giustizia amministrativa, del resto, non ha mai “assolto” la Valle: ha chiesto che ogni vincolo poggi su basi tecniche puntuali”.
“Alleggerire la tutela… proprio mentre s’insedia una fabbrica d’esplosivi”
“Se è vero per i vincoli, è vero anche per la loro rimozione. Già nel 2015 Nazzareno Pilozzi, fece approvare in Legge di Stabilità un emendamento a sua prima firma che destinava 10 milioni di euro alla bonifica del SIN Valle del Sacco. La conferma che il problema non è mai stato il perimetro, ma la lentezza con cui quelle risorse e quelle bonifiche sono state tradotte in fatti”.
“C’è poi un nesso che non possiamo ignorare. Si chiede di alleggerire la tutela proprio mentre nello stesso territorio, ad Anagni, dentro l’area SIN, si autorizzano un mega biodigestore nell’ex area Saxa Gres e una fabbrica di esplosivi in nitrogelatina nel polmone verde della Macchia. Non vorremmo che la riscrittura del SIN sia la porta di servizio per far rientrare nuovi impianti inquinanti in una valle che ha già dato troppo”.
“Va ricordato, al contrario – conclude il collettivo Parte da Noi -, che i miglioramenti di questi anni li dobbiamo proprio al SIN: dal blocco di impianti di rifiuti di dubbia provenienza a Ferentino, alla chiusura di Colle Fagiolara e degli inceneritori. Per noi la questione centrale riguarda il futuro che vogliamo per questo territorio. Il vecchio modello di sviluppo ci ha lasciato in eredità disoccupazione alta, uno dei più alti consumi di suolo d’Italia e una sanità sottodimensionata. A questo si sono aggiunte negli anni le incapacità della pianificazione urbanistica e le carenze infrastrutturali”.
“Non si esce da lì cancellando un perimetro su una mappa, ma cambiando chiaramente direzione. E gli asset per farlo ci sono tutti: dalle aree industriali da riconvertire in chiave sostenibile, al patrimonio storico, archeologico e culturale, così come una vocazione agricola e artigianale di eccellenza. La salute e il lavoro dei cittadini della Valle del Sacco non sono merce di scambio. Non scegliamo tra salute e lavoro: le pretendiamo entrambe”. Conclude il Collettivo Parte da Noi.
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