L’investigazione sugli appetiti umani svela come la percezione del piacere – sia esso conviviale o carnale – sia continuamente modellata da un dispositivo biochimico il cui unico scopo è il perpetuarsi della specie e il rifornimento energetico dell’organismo.
Si tratta, in forma puramente materiale, di una sofisticata allucinazione collettiva che trasfigura operazioni puramente fisiologiche in esperienze estetiche, sentimentali o addirittura mistiche.
Se si potesse rimuovere, anche solo per un istante, il velo di dopamina e serotonina che accompagna un pasto elaborato, l’intera architettura del desiderio gastronomico crollerebbe, rivelando la nuda meccanica della masticazione e della digestione.
Questa visione disincantata trova un parallelo nello stato di sazietà che segue un eccesso alimentare: quando la grelina tace e la leptina impone il suo freno, il sistema limbico subisce un brusco ridimensionamento.
In quel preciso momento il piatto, che un attimo prima appariva come una sinfonia di consistenze e una celebrazione della creatività umana, si manifesta per ciò che è sempre stato: un assemblaggio di tessuti vegetali e animali, una massa di fibre e proteine destinate a essere frantumate da e inviate all’estrazione chimica di nutrienti.
Molti descrivono questa sensazione come una sorta di vuoto post-prandiale, ma in termini fenomenologici si tratta di un momento di lucidità in cui la biologia, ottenuto il suo carico calorico, ritira il premio sensoriale, lasciando l’individuo a osservare il proprio corpo come un impianto di trasformazione.
Ho già accennato che la visione meccanicistica, anche del nutrimento, suggerisce che, una volta eliminata l’identificazione con il sapore, la degustazione di un cibo raffinato non sia nulla di più di un’operazione di rifornimento condotta con lo stesso distacco con cui si innesta una cartuccia in una stampante.
Provocatoriamente avevo perfino detto che in questo contesto il corpo non è visto come un tempio ma un insieme di pompe, valvole e camere di fermentazione che richiedono periodica l’assunzione di materiale organico, gesto che nella sua essenza chimica non differisce dal rabboccare un serbatoio.
La forza gastronomica cieca che spinge l’individuo a investire tempo e risorse nella ricerca di preparazioni sempre più elaborate, crea l’allucinazione della promessa di felicità sensoriale al solo fine di assicurare il rifornimento dell’organismo.
Se si applica questa lente di disincanto ai rituali della ristorazione contemporanea, l’effetto si fa quasi grottesco.
Si osserva, allora, l’enorme dispendio di risorse, denaro e retorica che precede l’ingestione: la pantomima delle cene stellate, la messinscena di tovaglie e calici, la coreografia dei camerieri, le descrizioni visionarie di sentori e retrogusti, tutto per arrivare alla medesima, identica conclusione meccanica.
Appare quasi ridicolo che un individuo debba frequentare lunghi corsi di degustazione, studiare abbinamenti e investire in prodotti ricercati – nell’arte di versare il vuoto nel nulla, come direbbe Gurdjieff – al solo scopo di introdurre materia commestibile in una cavità progettata per la triturazione.
Il contrasto tra l’eleganza formale del pretesto e la rozza animalità del risultato finale mette in luce quanto il cervello umano sia disposto ad auto-ingannarsi pur di non vedere la realtà della propria condizione.
In questa stessa prospettiva, tante attività culinarie si prestano a un’analisi altrettanto disillusa. Se osservate con lucidità clinica, le immagini patinate di piatti grondanti salse, i primi piani di carni lucide e la messa in scena di alveoli di mollica, perdono ogni innocenza, diventano la costruzione artificiale di un feticismo del commestibile, un investimento estetico che gonfia il valore d’uso del cibo fino a farlo apparire un oggetto di desiderio quasi erotico.
E qui i due ambiti, la sfera culinaria e quella sessuale, si iniziano a sovrapporre in modo molto rivelatore: stesse dinamiche di eccitazione visiva, stesse promesse di piacere che precede e amplifica ogni meccanicità, lega l’immagine di un corpo seminudo a quella di un soufflé perfettamente lievitato.
La gastro-pornografia, così come l’erotismo spinto, isola il momento di massimo splendore sensoriale, mascherando il discorso meccanico dell’atto reale.
Ciò che resta fuori dall’inquadratura è esattamente la dimensione che la biochimica dell’appetito – gastronomico o sessuale – ci impedisce di vedere finché siamo immersi nella sua allucinazione.
Eppure, proprio in questo scarto tra l’allucinazione biochimica e la nuda meccanica del corpo, si apre un territorio di confine dove i due regimi sensoriali, carnale e il gastronomico, si scambiarsi lessico e sostanza, generando un’estetica dell’eccesso che merita di essere esplorata non certo con lo sguardo freddo e distaccato di un anatomista, ma con l’olfatto, il tatto e la lingua di chi vuole accettare di smarrirsi nel labirinto terreno delle sensazioni, in uno spazio in cui il confine diventa sottilissimo tra il palato e la gola e tra pancia e inguine fino a diventare una osmosi vicendevole: qui il linguaggio della degustazione scivola senza resistenza in quello della lascivia.
Si potrebbe allora intraprendere un percorso a tappe attraverso le geografie corporee e culinarie che la cultura ha erotizzato fino allo spasimo – dagli interni molli dei frutti tropicali spremuti sulla pelle, alle colate di cioccolato che solidificano su ventri ansimanti, fino al miele versato lentamente lungo la spina dorsale come un’unzione liturgica – per scoprire come l’eccesso, la saturazione sensoriale e la trasgressione del gusto non siano altro che i varchi attraverso cui il desiderio sfugge alla propria meccanica.
In questo viaggio, la gola e il sesso si rincorrono si rispondono a specchio senza mai sopraffarsi, e ciò che chiamiamo food porn si rivela essere soltanto la superficie visibile di un vortice sinestetico in cui l’ingestione e la penetrazione, la suzione e la deglutizione, diventano variazioni di un unico impulso.
Varcare quella soglia significa accettare che il corpo, lungi dall’essere un insieme di leve e serbatoi, è una camera di risonanza capace di amplificare all’infinito le proprie allucinazioni chimiche, fino a trasformare una cena in un abbraccio sessuale, in un banchetto.
Edonisticamente, le possibilità gustative sono molto più ampie di quelle copulatorie.
È l’invito a percorrere quel crinale sottile dove la bocca ritrova la sua ambiguità originaria di cavità nutritiva ed erotica, e il desiderio – liberato dalla tirannia del risultato meccanico – si espande in un’ebbrezza di puro eccesso che si autoalimenta.
Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!
Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!
A sto punto pure… affamati.
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Investigatore Culinario
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