Dal presagio di Bertha von Suttner all’ultimo monito dell’era atomica: il filo della coscienza che attraversa il Novecento e interroga il nostro tempo (Laura Tussi)


La storia del Novecento è attraversata da un paradosso che continua a interrogare il XXI secolo: mentre il progresso scientifico ha consegnato all’umanità possibilità straordinarie di conoscenza, ha anche reso possibile la distruzione dell’intera civiltà. Dal pacifismo profetico di Bertha von Suttner alle riflessioni di Albert Einstein dopo Hiroshima, fino alla testimonianza degli Hibakusha e all’impegno delle campagne internazionali per il disarmo nucleare, emerge una domanda che resta drammaticamente attuale: può esistere una sicurezza fondata sulla minaccia dell’annientamento?

Il Novecento si apre sotto il segno di una straordinaria coincidenza storica. Nel 1905, mentre il Premio Nobel per la Pace veniva assegnato a Bertha von Suttner, un giovane impiegato dell’Ufficio Brevetti di Berna, Albert Einstein, pubblicava la teoria della relatività ristretta. Lei aveva sessantadue anni, lui appena ventisei. Due generazioni, due percorsi apparentemente lontanissimi: la prima impegnata nella battaglia diplomatica e culturale contro la guerra, il secondo immerso nelle più astratte formulazioni della fisica moderna. Eppure, in quell’anno destinato a entrare nella storia come annus mirabilis della scienza, si intrecciavano inconsapevolmente due destini destinati a segnare l’intera vicenda dell’umanità.


Da una parte prendeva forma uno dei più grandi manifesti del pacifismo moderno; dall’altra nasceva quella rivoluzione scientifica che, attraverso la celebre relazione tra massa ed energia, avrebbe reso possibile anche lo sviluppo dell’energia nucleare e, tragicamente, dell’arma atomica. È forse uno dei paradossi più profondi della modernità: il massimo slancio della conoscenza umana coincideva con la premessa teorica della sua possibile autodistruzione.

Bertha von Suttner possedeva l’intuizione dei grandi profeti della storia. Non vide l’esplosione della Prima guerra mondiale: morì nel giugno del 1914, pochi giorni prima dell’attentato di Sarajevo. Ma aveva già compreso che la rivoluzione industriale stava trasformando radicalmente il volto della guerra. Nei suoi scritti denunciava come il progresso tecnologico, se non accompagnato da un analogo progresso morale, avrebbe reso il conflitto sempre meno umano e sempre più impersonale, fino a trasformarlo in un meccanismo di sterminio di massa. La sua non era un’utopia ingenua, ma un lucido realismo etico: intuiva che la tecnica, privata di un orientamento morale, avrebbe finito per dominare l’uomo anziché servirlo.

Ciò che Bertha von Suttner aveva intuito sul piano filosofico e politico, Einstein lo vide materializzarsi nella storia. Attraversò due guerre mondiali, sperimentò l’esilio imposto dal nazismo e assistette con dolore alla trasformazione della Germania, culla della sua formazione culturale, in uno dei principali teatri della barbarie del Novecento. Ma il peso più grande della sua esistenza rimase il rapporto tormentato con le conseguenze della propria scoperta scientifica.

La celebre lettera inviata nel 1939 al presidente americano Franklin D. Roosevelt, nella quale segnalava il rischio che la Germania nazista potesse sviluppare la bomba atomica, rappresentò per Einstein un dilemma morale che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni. Sebbene non partecipasse direttamente al Progetto Manhattan, egli considerò sempre quella firma come uno dei più grandi rimpianti della sua vita. La paura del nazismo lo aveva spinto ad avvertire Washington; ma l’esito finale fu l’apertura di un capitolo completamente nuovo nella storia dell’umanità.

Con Bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, la guerra cessò definitivamente di essere soltanto uno strumento politico. L’arma nucleare introdusse una dimensione completamente diversa del conflitto: quella della possibile estinzione della civiltà. La distruzione non riguardava più soltanto gli eserciti o le nazioni coinvolte, ma l’intera specie umana. La deterrenza nucleare inaugurava un equilibrio fondato sul terrore reciproco, trasformando la sicurezza in una minaccia permanente.


Negli ultimi anni della sua vita Einstein comprese pienamente questa nuova realtà. Insieme al filosofo Bertrand Russell firmò il celebre Manifesto Russell-Einstein, il cui invito conserva ancora oggi una forza straordinaria: “Ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto”. Non era soltanto un appello alla pace, ma una richiesta di sopravvivenza della civiltà stessa.

Quel filo ideale non si è mai interrotto. È passato attraverso figure come Albert Schweitzer, che denunciò i pericoli dei test nucleari atmosferici richiamando il principio del rispetto per ogni forma di vita. Ha attraversato l’impegno dei medici della International Physicians for the Prevention of Nuclear War, che durante la Guerra fredda dimostrarono scientificamente come nessun sistema sanitario sarebbe stato in grado di affrontare le conseguenze di una guerra nucleare.

Ma la condanna più autorevole dell’arma atomica continua a provenire dalle vittime stesse. Gli Hibakusha, riuniti nel movimento Nihon Hidankyo, hanno trasformato il proprio dolore in una straordinaria testimonianza educativa. La loro voce continua a ricordare che dietro ogni discussione strategica esistono esseri umani, famiglie, generazioni segnate per sempre dalle radiazioni, dalle malattie e dalla perdita di ogni riferimento.

Nel nuovo scenario internazionale, attraversato dal ritorno della competizione tra grandi potenze e da un linguaggio che ricorre con crescente leggerezza alla minaccia nucleare, il loro insegnamento acquista un valore ancora più urgente. Anche il lavoro svolto dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2017, testimonia quanto la società civile continui a considerare il disarmo nucleare non un’utopia, ma una necessità storica.

Oggi il mondo dispone di un potere tecnologico senza precedenti, mentre le istituzioni politiche faticano ancora a costruire un ordine internazionale capace di governarlo in modo condiviso. È questa la vera eredità irrisolta del Novecento: un potere immenso affidato a un sistema internazionale ancora fragile, frammentato e attraversato da profonde rivalità.


Condannare le armi nucleari non significa soltanto chiedere la riduzione degli arsenali. Significa rifiutare un paradigma secondo cui la sicurezza collettiva possa fondarsi sulla minaccia dell’annientamento reciproco. Bertha von Suttner ed Albert Einstein, pur provenendo da esperienze profondamente diverse, convergono nello stesso insegnamento: il progresso scientifico può essere autenticamente umano solo se accompagnato da un corrispondente progresso della coscienza morale.

L’atomo ha mostrato all’umanità la propria immensa potenza. Resta ora da dimostrare che la ragione, la responsabilità e la cooperazione internazionale siano più forti della paura. Solo allora il monito che attraversa tutto il Novecento potrà finalmente trasformarsi in un’autentica speranza per il futuro.

Laura Tussi


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