ROMA Il furto delle 80 fiale di fentanyl dall’ospedale Israelitico di Roma non è soltanto un caso di sicurezza sanitaria. È il segnale di una vulnerabilità che riguarda la filiera legale dei farmaci stupefacenti e che può interessare, per la sua potenziale ricaduta sul mercato illecito, anche le organizzazioni criminali. Poche fiale, secondo quanto emerso, sarebbero idonee a confezionare fino a circa 20mila dosi: un dato che spiega l’allarme scattato a Palazzo Chigi, l’attivazione dei Carabinieri del Nas e l’ispezione disposta dal ministero della Salute.
Il fentanyl è un farmaco utilizzato in ambito sanitario, ma fuori dai circuiti autorizzati diventa una sostanza ad altissimo rischio. Negli Stati Uniti ha alimentato una crisi devastante, legata alla diffusione degli oppiacei e alla capacità dei cartelli criminali di occupare il vuoto lasciato dalla dipendenza da farmaci prescritti. In Europa e in Italia lo scenario è diverso, ma il tema resta aperto: quanto può diventare appetibile, per il mercato illegale, una sostanza così potente, facilmente occultabile e potenzialmente molto redditizia? È una domanda che era emersa anche a Trame.15, il festival dei libri sulle mafie di Lamezia Terme, durante un confronto sulle nuove rotte e sulle trasformazioni del mercato della droga. A ragionare su questo scenario è stato Ruggero Scaturro, senior analyst della Global Initiative against Transnational Organized Crime, che studia i mercati della droga in Europa, le rotte criminali transnazionali e i rapporti tra mafie italiane e reti balcaniche. Intervistato dal Corriere della Calabria sul consumo di fentanyl in Italia e in Europa e sul possibile interesse dei circuiti criminali, aveva invitato a distinguere il caso europeo da quello americano: «In realtà secondo me è anche una questione di cultura dell’utilizzo di sostanze».
La differenza, per Scaturro, sta proprio nel rapporto tra prescrizione medica, dipendenza e mercato illegale. Negli Stati Uniti, spiega, l’oppiaceo «è molto più facile» da ottenere: «È la prima cosa che viene prescritta». Da qui l’esempio usato durante l’incontro: «Se uno si rompe una gamba in America gli si dà subito il tramadol e quando poi il tramadol non te lo danno più cerchi subito uno che te lo sostituisce».
È dentro quel vuoto che, secondo Scaturro, si è inserito il mercato criminale. «I cartelli messicani hanno in un certo senso cavalcato quell’onda lì e hanno inondato il mercato di una sostanza estremamente forte», capace di sostituire altre sostanze oppiacee non più disponibili per chi ne era diventato dipendente. Il fentanyl, aggiunge Scaturro, ha finito così per «sostituire un gap che si era creato in determinati user di altri oppiacei»: persone che, una volta private della sostanza prescritta, «l’hanno dovuta sostituire».
«In Europa è molto diverso», sottolinea ancora Scaturro al Corriere della Calabria. Qui, tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, il mercato e la cultura del consumo di oppiacei sono stati segnati soprattutto dall’eroina. «L’eroina è sicuramente un oppiaceo naturale», spiega, ma produce «un altro tipo di condizione» e soprattutto, salvo alcune fasi di crisi dell’offerta, «c’è sempre stata». Per questo, secondo Scaturro, nel mercato europeo non si è creato lo stesso vuoto che negli Stati Uniti ha aperto la strada alla diffusione massiccia del fentanyl. «Quello che non è successo sostanzialmente in Europa è il bisogno di andare a sostituire una sostanza», perché quella sostanza, cioè l’eroina, «c’era e soddisfaceva la domanda di coloro che utilizzano gli oppiacei». Una spiegazione che aiuta a leggere anche il caso italiano: non l’assenza del rischio, ma un contesto diverso, nel quale la domanda di oppiacei sintetici non ha ancora assunto le dimensioni viste negli Stati Uniti.
Il passaggio più delicato, però, è un altro. Scaturro avverte che la minore diffusione non equivale a inesistenza del fenomeno. «Questo però non significa che il fentanyl non è presente o che altri oppiacei sintetici non siano presenti nel mercato europeo», dice. «Ci sono, soprattutto ci sono sempre stati».
Accanto al fentanyl, Scaturro cita anche le nitazene, sostanze di cui «si parla relativamente poco» ma che sono «molto più potenti del fentanyl». Una crisi, spiega, non sovrapponibile a quella americana, ma più legata ad alcuni circuiti farmaceutici europei, «quantomeno inglesi» e dei «Paesi baltici». Il rischio, in ogni caso, resta altissimo. Questi prodotti, ricorda Scaturro, sono stati presenti anche come farmaci, poi sottoposti a restrizioni perché «troppo potenti e troppo pericolosi». Anche «una micro dose», spiega, può creare «una fortissima dipendenza» o addirittura provocare «una overdose» e portare «se non alla morte quasi».
È proprio su questo punto che il furto delle 80 fiale all’ospedale Israelitico assume un peso ulteriore. Il fentanyl nasce come farmaco, usato in ambito sanitario e sottoposto a regole rigorose di conservazione, accesso e tracciabilità. Ma se esce dalla filiera legale può diventare merce ad altissimo rischio sul mercato illecito. Per questo Palazzo Chigi ha parlato di «forte allarme» e di «comportamento irresponsabile» da parte di chi è chiamato a garantire la sicurezza di sostanze così delicate. Il Comando carabinieri per la tutela della salute ha annunciato un’intensificazione delle attività di vigilanza sulla corretta detenzione e gestione dei farmaci stupefacenti lungo tutta la filiera distributiva: farmacie, distributori intermedi, farmacie pubbliche di ospedali e aziende sanitarie, oltre ai servizi per le dipendenze.
Il ministero della Salute, su impulso del ministro Orazio Schillaci, ha avviato l’ispezione e sta predisponendo una nuova circolare per rafforzare i controlli sull’uso e sulla circolazione impropria di fentanyl, oltre che sulle modalità di conservazione e stoccaggio nelle strutture mediche e ospedaliere.
La vera domanda, aggiunge Scaturro, è un’altra: «Ci sarà una crisi come quella americana?». Il furto di Roma non basta, da solo, a rispondere. Ma riporta quella domanda al centro del dibattito pubblico italiano. Perché il fentanyl, anche dove non ha ancora prodotto una crisi di massa, resta una sostanza capace di saldare tre piani diversi: la fragilità della filiera sanitaria, il rischio del mercato illegale e l’interesse dei circuiti criminali per droghe sempre più potenti, redditizie e difficili da controllare. (g.curcio@corrierecal.it)
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Redazione Corriere
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