Il delirio religioso che ha invaso la Casa Bianca, 250 anni dopo si torna a teorizzare la guerra giusta per sgombrare i territori (I. Smirnova)


Il rapporto tra politica e religione negli Stati Uniti torna al centro del dibattito internazionale, con una crescente preoccupazione per quella che diversi osservatori definiscono una possibile “deriva religiosa” della Casa Bianca sotto l’influenza del presidente Donald Trump. Il tema non è nuovo nella storia americana, ma negli ultimi anni ha assunto contorni più marcati e simbolicamente più aggressivi.

Al centro della discussione vi è la progressiva saldatura tra potere politico e linguaggio religioso, con un rafforzamento della retorica messianica attorno alla figura del presidente, spesso presentato – da una parte del suo elettorato e da ambienti evangelici conservatori – come un leader “prescelto” o investito di una missione storica e spirituale.


Una narrazione che rischia di trasformare la religione da spazio di coscienza individuale a dispositivo di legittimazione politica, con effetti potenzialmente destabilizzanti sul principio costituzionale della separazione tra Stato e Chiesa, cardine dell’ordinamento americano.

Negli ultimi mesi, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche internazionali, la presenza di gruppi religiosi e di figure del mondo evangelico negli ambienti decisionali della Casa Bianca sarebbe aumentata, alimentando l’idea di una progressiva “sacralizzazione” della politica federale.

Un fenomeno che, secondo i critici, non riguarda solo la dimensione simbolica, ma anche l’elaborazione delle politiche pubbliche, soprattutto su temi eticamente sensibili come diritti civili, immigrazione e istruzione.

In questo quadro, la figura di Trump viene letta da alcuni osservatori come fulcro di una narrazione identitaria in cui fede e nazione tendono a sovrapporsi, fino a confondersi. Una dinamica che richiama modelli storici già visti in altri contesti politici, dove il richiamo religioso è stato utilizzato per rafforzare la coesione del consenso.

Non mancano, tuttavia, le difese di questo approccio. I sostenitori del presidente rivendicano infatti il diritto di riportare la religione nello spazio pubblico, sostenendo che la società americana abbia subito negli ultimi decenni una progressiva marginalizzazione del sentimento religioso.


Ma è proprio questo equilibrio a essere oggi al centro della controversia: fino a che punto la riaffermazione della fede nello spazio pubblico resta espressione democratica, e quando invece si trasforma in strumento di potere?

La domanda attraversa il dibattito politico e culturale americano, mentre cresce la polarizzazione tra una visione laica delle istituzioni e una lettura sempre più identitaria e religiosa della politica.

Il rischio, sottolineano alcuni analisti, è che la religione perda la sua funzione universale di ponte etico e spirituale per diventare fattore di divisione e legittimazione di parte.

In questo scenario, la Casa Bianca appare sempre più come il teatro di una tensione irrisolta tra costituzionalismo laico e pulsioni teocratiche, che riflette più in generale la trasformazione profonda della democrazia americana contemporanea.

A 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti, il paradosso che emerge da certe retoriche politiche contemporanee è particolarmente evidente: un Paese fondato su un’idea di libertà e autodeterminazione torna a confrontarsi con linguaggi che evocano la “guerra giusta” come strumento di ordine e stabilizzazione.


Non si tratta solo di una formula teorica, ma di un lessico che, quando riaffiora nel dibattito pubblico, segnala sempre una tensione profonda tra diritto internazionale e ragion di Stato. L’idea che esistano guerre moralmente legittime per “sgomberare territori”, ristabilire controllo o ridefinire equilibri geopolitici riporta la discussione a categorie pre-moderne del potere, in cui la forza viene nuovamente rivestita di una giustificazione etica.

Il punto critico non è soltanto la presenza di tali teorie, ma la loro possibile normalizzazione nello spazio politico contemporaneo. Quando la guerra torna a essere descritta come strumento ordinario di ingegneria geopolitica, il rischio è quello di una progressiva erosione delle categorie giuridiche costruite nel secondo dopoguerra, a partire dal principio della sovranità degli Stati e dal divieto dell’uso della forza sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.

In questo quadro, la distanza tra linguaggio religioso, giustificazione morale e decisione politica tende a ridursi pericolosamente. La “giustezza” della guerra, che nella tradizione classica era sottoposta a criteri rigorosi e restrittivi, viene così riattualizzata in forme più elastiche e funzionali alle esigenze strategiche del presente.

Il rischio più evidente è quello di un ritorno a una logica selettiva del diritto, in cui la legittimità dell’intervento armato dipende non da principi universali, ma dalla narrazione che lo accompagna. E quando la narrazione assume toni salvifici o civilizzatori, la soglia tra difesa e conquista diventa sempre più sottile.

A 250 anni dalla Dichiarazione di indipendenza, che proclamava il diritto dei popoli a determinare il proprio destino, questa torsione del linguaggio politico solleva una domanda di fondo: se la libertà nasce come rifiuto dell’oppressione, cosa accade quando viene utilizzata per giustificare nuove forme di imposizione?


È in questa contraddizione che si misura la distanza tra la promessa originaria e le sue interpretazioni contemporanee.

 

 

Irina Smirnova

Nella foto: Il genocidio dei nativi americani rappresenta una delle pagine più drammatiche della storia degli Stati Uniti. Nell’Ottocento le tribù indigene vennero considerate un ostacolo al progresso e alla “civiltà” dei coloni bianchi.
Secondo questa visione, solo chi praticava l’agricoltura aveva diritto legittimo alla terra.
I popoli nativi, nomadi e basati su caccia e raccolta, venivano così esclusi da ogni diritto. Dopo l’indipendenza del 1783, gli Stati Uniti iniziarono l’espansione verso Ovest. Le Grandi Pianure divennero il principale obiettivo della conquista.
Il territorio era abitato da numerose tribù da secoli insediate. La convivenza venne considerata impossibile dalle autorità statunitensi.
Il presidente Andrew Jackson fu una figura centrale di questa politica. Egli promosse l’Indian Removal Act del 1830. La legge autorizzava lo spostamento forzato delle tribù a ovest del Mississippi.
Molti trattati vennero ignorati o violati dal governo.
Il risultato fu la deportazione delle “cinque tribù civilizzate”. Cherokee, Chickasaw, Choctaw, Creek e Seminole furono costretti a migrare.
Questo evento è ricordato come il “Trail of Tears”.
Circa un terzo dei deportati morì durante il trasferimento. Le condizioni erano estremamente dure e prive di assistenza.


Nel corso dell’Ottocento si intensificarono le guerre contro i nativi. Le tribù vennero progressivamente spinte verso territori sempre più marginali.
Le autorità giustificarono la conquista come “destino inevitabile” degli USA. Il generale Philip Sheridan sintetizzò la violenza con la frase: “L’unico indiano buono è un indiano morto”. L’Ufficio degli affari indiani fu addirittura inserito nel Dipartimento della Guerra.
Tra gli episodi più sanguinosi vi fu il massacro di Sand Creek del 1864.
Donne, bambini e anziani Cheyenne e Arapaho furono uccisi dalla milizia.

Nel 1876 la guerra contro i Sioux culminò nella battaglia di Little Bighorn. Nonostante alcune resistenze, la superiorità militare statunitense prevalse. I Sioux, guidati da Toro Seduto e Cavallo Pazzo, furono infine sconfitti.
La base economica dei nativi, il bisonte, venne sistematicamente distrutta.
Da circa 70 milioni di capi si passò a poche centinaia in pochi decenni. La caccia indiscriminata e le ferrovie accelerarono la loro estinzione.
Senza bisonti, i nativi persero risorse fondamentali per la sopravvivenza. Molte tribù furono costrette a vivere nelle riserve governative.

Nel 1890 il massacro di Wounded Knee segnò l’ultimo grande eccidio. Centinaia di Sioux furono uccisi dall’esercito americano. Lo stesso anno il governo dichiarò conclusa la conquista del West.
I sopravvissuti, circa 250.000, erano ormai confinati nelle riserve.
Il processo storico è oggi interpretato come un vero genocidio culturale e fisico


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