La riconoscenza dopo il culmine


Ho perso il conto dei solstizi. Trent’anni di Massoneria fanno questo: ti tolgono la capacità di contarli uno per uno e te li lasciano tutti sovrapposti, come una sola lunga sera che si ripete il 24 giugno.

A un certo punto, dopo abbastanza anni, smetti anche di chiederti dove finisca la tua vita e dove cominci il tuo cammino iniziatico.

Non sono più due binari paralleli. Sono diventati la stessa strada e io non saprei più indicare con precisione il punto in cui si sono fusi.

Ne ricordo alcuni per il luogo. Uno scavo archeologico a Pompei, fra reperti che hanno duemila anni più di noi e che, in quella luce, sembravano ancora caldi.


Giardini bellissimi in case di fratelli e sorelle, di quelli che si aprono solo una sera l’anno. Templi storici napoletani, con quel peso particolare che hanno le pietre quando sai che altri, prima di te, le hanno toccate nello stesso modo, nella stessa data, per lo stesso motivo.

Per anni ho pensato che fosse quella bellezza a fare il rito. Che un tempio antico “funzionasse” meglio di una sala qualunque, che uno scavo archeologico aggiungesse qualcosa che un giardino di periferia non poteva dare.

Mi sbagliavo e l’ho capito lentamente, solstizio dopo solstizio: l’energia di quelle sere non veniva mai dal luogo. Veniva dalle persone. Cambiava la cornice, cambiava poco altro. Quello che accendeva la serata erano i volti, non le colonne.

È una scoperta che disorienta, all’inizio. Viviamo dentro un’estetica fatta apposta per farci credere il contrario: il tempio importa, il sito archeologico importa, l’eleganza del contesto importa.

E in parte è vero, il luogo accoglie, amplifica, a volte commuove davvero. Ma non basta da solo.


Ho visto sere bellissime per location e fredde nell’anima e sere in giardini qualunque diventare indimenticabili solo perché le persone sedute in cerchio c’erano davvero, presenti, non solo di passaggio.

Negli anni di studio delle Arti Liberali, quelle che un Maestro affronta con un metodo diverso da quello di un apprendista, mi sono trovata spesso a pensare a questa stessa cosa con un altro linguaggio.

Il Trivio, la Grammatica, la Retorica, la Dialettica, insegna a dire le cose con misura. Il Quadrivio, Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia, insegna a vederle in proporzione. Nessuna delle due cose riguarda l’ornamento.

Riguardano la capacità di distinguere ciò che è essenziale da ciò che semplicemente abbaglia.

Un tempio antico, come una frase ben costruita, può abbagliare senza dire nulla. La misura, quella vera, sta altrove: nella relazione fra le parti, non nella loro bellezza isolata.


Questo mi porta al punto che mi interessa di più del solstizio: cosa significa stare al culmine senza farsene travolgere.

Il sole, in quel giorno, si ferma nel punto più alto del suo cammino. Non festeggia. Sembra dirci una cosa sola, ed è la stessa che ho imparato, lentamente, in trent’anni di Loggia: ciò che arriva al culmine non deve esaltarsi, deve riconoscersi.

Il momento più alto non è quello in cui dici “sono arrivata”. È quello in cui capisci che adesso, da qui, hai qualcosa da custodire.

San Giovanni Battista mi sembra parlare proprio di questo. Non si mette al centro: indica. Non trattiene: prepara. Non invade: annuncia.

C’è un paradosso, nella sua figura, che ho sentito mio più volte: scomparire perché il senso possa emergere. Non è rinuncia, è la forma più alta di umiltà operativa che conosca.


E, forse, è anche per questo che, dopo trent’anni, fatico a distinguere dove finisca la mia vita e dove cominci il mio percorso massonico. Non sono due cose separate da molto tempo.

C’è un latino che porto con me da anni

Sic transit gloria mundi

e che non uso mai con malinconia. Lo uso come promemoria. Tutto ciò che appare compiuto è transitorio, anche il culmine di una sera perfetta. Resta il modo in cui l’abbiamo attraversata, non la sua durata.

Per questo, dopo il culmine, la domanda che mi faccio non è mai “quanto ho ricevuto”, ma “che cosa sono diventata”. È una domanda che non finisce mai fuori di sé.

Per chi vive il cammino iniziatico, la vera ricerca resta sempre dentro, anche quando si svolge in un sito archeologico o in un tempio di tremila anni.


Quella sera, qualunque sera, qualunque luogo: il vero lavoro comincia dopo. Comincia quando le luci si spengono e bisogna restare fedeli a quello che si è ricevuto. Fedeli alla parola data, alla ricerca, alla fraternità, alla dignità del gesto fatto in silenzio.

La riconoscenza, per me, è proprio questo: non un sentimento grato e passivo, ma il primo gesto di responsabilità verso ciò che si è ricevuto da altri, e che non ci appartiene fino in fondo.

Seneca lo scriveva già duemila anni fa, nel De Beneficiis:

Qui grate beneficium accipit, primam eius pensionem solvit.

Chi accoglie un beneficio con animo grato, ne paga già la prima rata.

Il costruttore antico lo sapeva. Dopo l’arco perfetto viene il peso della struttura. Dopo la bellezza della forma, la tenuta dell’insieme.


Il solstizio, per me, non è mai stato la fine di un percorso. È il suo punto più delicato, quello in cui si decide se la luce ricevuta resterà solo un bel ricordo o diventerà qualcosa che porti avanti, lavorando, nei mesi che seguono.

C’è una cosa che ho capito tardi, e che forse vale la pena dire con chiarezza: il culmine non si ripete mai uguale. Ogni 24 giugno arriva una donna diversa da quella dell’anno prima, anche se il rito è lo stesso, anche se le parole pronunciate sono identiche da secoli.

Cambiano le domande che porti con te in quella sera. Cambia ciò che hai da riconoscere. Da giovane, in Loggia, pensavo che la riconoscenza fosse qualcosa di stabile, una virtù che una volta acquisita resta acquisita.

Non è così. Va rinnovata ogni volta, esattamente come la luce del solstizio non resta accesa per inerzia, ma va meritata di nuovo l’anno dopo, e quello dopo ancora.

Forse, il messaggio più vero di queste sere di giugno è semplice, anche se ci ho messo trent’anni ad arrivarci: la luce non si possiede, si merita ogni volta.


Non basta celebrarla, va resa operante. E si può fare ovunque, in uno scavo o in un giardino, perché alla fine non è mai stata una questione di luogo.

Renderla operante, per me, vuol dire anche qualcosa di molto meno solenne di come suona. Vuol dire tornare al lavoro ordinario, alle Tavole da scrivere, alle persone da ascoltare, alle piccole incoerenze quotidiane da correggere in se stessi prima che negli altri.

Nessuno torna da un solstizio diverso per decreto. Si torna diversi solo se, nei mesi che seguono, si fa qualcosa con quello che si è ricevuto: si è più pazienti con un fratello che sbaglia, più onesti con se stessi su un proprio limite, più disposti a fare un passo indietro quando servirebbe lasciare spazio a un altro.

È un lavoro silenzioso, quasi invisibile, e proprio per questo è quello vero. La luce spettacolare di una sera di giugno si dimentica in fretta, se non si trasforma in qualcos’altro nei giorni feriali che vengono dopo.

Dopo il culmine non resta che fermarsi un istante, guardare il cielo, ascoltare il silenzio della sera che si chiude lentamente intorno a noi. Non perché tutto sia finito. Perché, ogni volta, può ricominciare in modo più vero.



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 Rosmunda Cristiano

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