il grande cortocircuito di Hollywood


Roma, 5 lug – C’è una domanda che molti spettatori si sono fatti almeno una volta: perché in certi film il personaggio che dovremmo detestare finisce per sembrarci il più interessante, il più coerente, a volte perfino il più giusto? Perché guardando Starship Troopers è così facile tifare per i soldati, anche sapendo che il film vorrebbe essere una satira del militarismo? Perché in Avatar il colonnello Quaritch, pensato come simbolo brutale del colonialismo umano, non risulta sempre così odioso come James Cameron vorrebbe? Perché Rorschach, in Watchmen, continua a essere il personaggio più amato da moltissimi lettori, nonostante Alan Moore lo avesse concepito come una figura disturbante e negativa? Perché John Walker, in Falcon & The Winter Soldier, doveva apparire come un falso Capitan America e invece a molti è sembrato semplicemente un uomo a cui era stata fatta sporca? La risposta più semplice è anche la più scomoda: il pubblico capisce benissimo quello che la storia sta mostrando, anche quando sceneggiatori e registi vorrebbero spingerlo verso un’altra conclusione.

Hollywood e la pretesa di educare il pubblico con la morale

Qui sta il grande cortocircuito dell’immaginario pop contemporaneo. Hollywood vuole educare lo spettatore, guidarlo, mettergli davanti una morale chiara, spesso persino didascalica. Ma il cinema non funziona come un comunicato stampa, e non basta decidere a tavolino chi deve essere il buono e chi il cattivo. Una storia persuade attraverso ciò che mostra: azioni, sacrifici, conseguenze, scelte, immagini, ritmo, tensione morale. Se il film predica una cosa ma ne rappresenta un’altra, lo spettatore tende a credere alla rappresentazione, non alla predica. È normale, allora, aver visto Starship Troopers e aver tifato per gli umani. Il film, nelle intenzioni di Paul Verhoeven, avrebbe dovuto dissacrare il militarismo, mostrando una società fanatica, propagandistica e fascistoide. Ma per due ore mette in scena giovani soldati che combattono contro insetti mostruosi, vedono morire i compagni, resistono, si addestrano, fanno corpo e reagiscono a una minaccia esistenziale. I cinegiornali interni al film segnalano la satira, certo. Ma se il nemico è una massa aliena che massacra esseri umani, se la guerra appare necessaria alla sopravvivenza della specie, è inevitabile che il pubblico si schieri con la fratellanza combattente.

Lo stesso schema si ripropone con Avatar. Cameron trasferisce nello spazio la grande narrazione del nativo innocente contro il colonizzatore predatore. I Na’Vi vivono in armonia con la natura, gli umani arrivano con macchine, armi e avidità. Lo schema morale è semplicissimo, eppure il film introduce elementi che complicano tutto. Il minerale cercato dagli umani non è un semplice lusso, ma una risorsa decisiva per la Terra. Quaritch è feroce, ma non parte subito dalla distruzione: tenta prima l’infiltrazione, la trattativa, la pressione. La violenza finale arriva dentro un’escalation in cui Jake, passato dall’altra parte per amore di Neytiri e del mondo Na’Vi, smette di ragionare come uomo e sceglie definitivamente un’altra appartenenza. A quel punto la domanda, anche se il film non vuole porsela, emerge da sola: stiamo tifando per la salvezza di Pandora o per la sconfitta dell’umanità terrestre? Ecco perché Quaritch e i suoi marines-contractors diventano narrativamente più robusti di quanto il film vorrebbe. L’autore voleva un cattivo monolitico; la storia invece gli concede ragioni, peso, responsabilità, concretezza. E il pubblico lo percepisce.

Rorschach è forse il caso più emblematico. Alan Moore lo costruisce come un fanatico, un paranoico, un moralista assoluto, una figura segnata da traumi e pulsioni punitive. Dovrebbe inquietare, non affascinare. Ma dentro Watchmen è anche l’unico che rifiuta il compromesso finale: l’unico che non accetta di coprire una strage immane in nome della pace mondiale. Gli altri possono apparire più intelligenti, più maturi, più politicamente consapevoli. Ma Rorschach resta l’unico che dice no. E il suo no, proprio perché assoluto, diventa più potente di tutte le giustificazioni degli altri.

L’effetto “John Walker”: da Starship Troopers a Fight Club

Quello di cui stiamo parlando è il cosiddetto “John Walker Effect”. Non è una teoria accademica, ma una definizione nata dal web per indicare un fenomeno ormai ricorrente: quando gli sceneggiatori cercano di costruire un antagonista come bersaglio morale, caricandolo di tutto ciò che considerano negativo, e finiscono invece per renderlo più vivo, più credibile, più divertente e perfino più eroico dei protagonisti. Il personaggio dovrebbe incarnare il male da respingere; diventa invece quello che smaschera le ipocrisie degli eroi, quello che ha motivazioni concrete, quello che agisce davvero, quello che dice ciò che la storia non vorrebbe ammettere. La definizione nasce da Falcon & The Winter Soldier. Gli autori sembrano volerci dire fin dall’inizio che Walker non è degno dello scudo di Steve Rogers, perché non ne possiede la purezza e l’aura. Ma quello che vediamo è un uomo normale messo in un ruolo impossibile, circondato da supersoldati, osteggiato e caricato di aspettative politiche e simboliche insostenibili. Quando cerca collaborazione, viene respinto. Quando prova a servire il suo Paese, viene trattato come un usurpatore. Perde il suo migliore amico in combattimento e, nel crollo emotivo, compie un gesto brutale. Da quel momento la serie vorrebbe chiudere il discorso: Walker è indegno. Ma il pubblico ha visto anche altro. Ha visto trauma, solitudine, pressione, fedeltà, rabbia, lutto. Ha visto soprattutto due protagonisti che, invece di chiudere la minaccia terroristica, sembrano più preoccupati di togliergli lo scudo.

È qui che il “John Walker Effect” diventa interessante: più gli autori cercano di esasperare un personaggio per costringerci a odiarlo, più rischiano di rivelare la debolezza dei loro eroi. Il cattivo viene spinto verso la caricatura, ma conserva un codice, una ferita, una motivazione, una funzione narrativa. I protagonisti, invece, restano spesso protetti dalla sceneggiatura: hanno ragione perché il film o la serie ci dice che hanno ragione, non perché le loro azioni lo dimostrino davvero. Uno degli esempi più lampanti è Tyler Durden in Fight Club: dovrebbe incarnare una deriva nichilista e distruttiva, ma intercetta con precisione chirurgica il vuoto dell’uomo consumatore, addomesticato, privato di forma e conflitto. Alla fine diventa lui il centro di gravità del film. Il punto comune di questi casi non è politico in senso stretto: è narrativo, psicologico, antropologico. L’essere umano è attratto dai personaggi che agiscono, decidono, rischiano, restano fedeli a un codice, proteggono i propri e pagano un prezzo. È attratto dal carisma, dalla forma, dalla disciplina, dall’appartenenza, dal sacrificio. Hollywood, invece, sempre più spesso sembra voler sostituire questa grammatica con una morale esplicita. Il buono è chi dice le cose giuste, chi incarna il messaggio corretto, chi pronuncia il discorso finale edificante. Il cattivo è chi porta con sé forza, ordine, volontà, radicamento, gerarchia, decisione. E così accade il rovesciamento: agli eroi resta la legittimazione morale, ai cattivi viene consegnata la grandezza scenica.

Il grande cortocircuito di Hollywood

Jonathan Bowden, parlando di Pulp Fascism, aveva colto e in larga parte anticipato questo tema che oggi si agita nei forum e nei fandom: il ritorno carsico di forme eroiche e superomistiche dentro l’immaginario popolare. La cultura liberal può anche volerle condannare, ma per renderle davvero minacciose deve rappresentarle con potenza. Deve dare al cattivo un corpo, uno stile, una visione, una missione, un destino. E nel momento in cui glieli dà, lo rende interessante. A volte più interessante del protagonista. Non è dunque il pubblico a reagire “male” alla storia che gli viene offerta. Reagisce in modo perfettamente coerente con ciò che l’opera gli ha mostrato. La grande illusione del cinema pedagogico contemporaneo è pensare che basti indicare il cattivo perché il pubblico lo detesti. Ma il pubblico, almeno quando non è completamente anestetizzato, guarda altro: guarda chi agisce, chi rischia, chi resta in piedi, chi ha una forma, chi possiede una visione del mondo. Guarda, in una parola, chi è cinematograficamente vivo.

La società liberale crede di aver sconfitto il mito eroico trasformandolo nel volto del nemico. In realtà lo ha soltanto trasferito lì. Ha lasciato agli eroi la morale ufficiale e ai cattivi il magnetismo della grandezza. Poi si sorprende se, usciti da una sala, molti spettatori ricordano più Vader che Luke, più Rorschach che Ozymandias, più Walker che Sam Wilson, più Quaritch che Jake Sully. Ma non è il pubblico ad aver tradito la storia. È la storia ad aver aver fatto il suo corso.

Sergio Filacchioni




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