Il Libro del Signore Shang, (商君書Shāng Jūn Shū ), pubblicato in italiano da Adelphi a cura di J.J.L. Duyvendak si erge come uno dei testi più formidabili e inquietanti della tradizione filosofica cinese. Compilato tra il IV e il III secolo a.C. e attribuito allo statista Qin Shang Yang e ai suoi seguaci, i “legisti”è un’opera che è stata sia denigrata dall’ortodossia confuciana come l’apoteosi della brutale realpolitik, sia, in tempi più recenti, vista da alcuni come un sorprendente presagio moderno dell’ingegneria sociale guidata dallo Stato. Leggere questo testo significa confrontarsi con una visione politica di coerenza totale e inflessibile: un modello di potere che rifiuta qualsiasi compromesso con la complessità dei sentimenti umani o l’inerzia della tradizione. È un’”apologia del potere statale”, ed è proprio nella sua natura intransigente che risiede il suo significato storico e il suo terrore filosofico.
Il nucleo ideologico del Libro del Signore Shang si fonda su una diretta e violenta opposizione all’ordine morale confuciano. Laddove Confucio cercava di coltivare il senso di vergogna attraverso riti e virtù, il testo di Shang Yang propugna un sistema di leggi oggettive, misurabili e draconiane, accessibili a tutti. Non si tratta di una filosofia morale, bensì di una tecnologia di controllo. La celebre, o famigerata, proclamazione del testo è il suo rifiuto totale del canone culturale classico: “Poesie, documenti, riti, musica, bontà, auto-coltivazione, benevolenza, rettitudine, capacità di argomentazione, intelligenza: quando lo Stato possiede queste dieci cose, i superiori non possono costringere il popolo a difendersi e a combattere”.
Non si tratta semplicemente di una preferenza intellettuale, ma di una critica fondamentale delle motivazioni umane. L’autore o gli autori del testo si basano su un’antropologia decisamente cinica: gli esseri umani sono uniformemente mossi dalla ricerca del profitto personale e del “nome” (reputazione e status). Pertanto, ogni comportamento umano può essere manipolato. Il ruolo dello Stato non è quello di coltivare una cittadinanza virtuosa, ma di creare un sistema in cui l’unica via per ottenere ricompense e l’unica via per evitare punizioni devastanti risiedano nei compiti reciprocamente rafforzativi dell’agricoltura e della guerra. Il risultato è uno “Stato totalizzante ” che monopolizza tutte le vie di avanzamento, eliminando fonti alternative di potere, siano esse provenienti da mercanti, intellettuali o dalla vecchia aristocrazia, al fine di creare una popolazione di contadini diligenti e soldati valorosi.
La difesa dello stato di diritto da parte del testo è, in apparenza, una delle sue idee più “moderne”. Sembra sostenere un sistema di governo basato su meccanismi trasparenti di ricompensa e punizione. Tuttavia, come sottolineano i suoi critici, questo non rappresenta un impegno per lo stato di diritto nel senso moderno del termine, inteso come tutela dei diritti o limitazione del potere. Si tratta, in sostanza, di un “governo basato sulla legge”, uno strumento a disposizione dei governanti autocratici per infiltrarsi nella società e massimizzare le capacità estrattive e coercitive dello Stato.
Il trattato rappresentava un attacco radicale al monopolio interpretativo dell’élite istruita secondo i principi confuciani. Stabilendo criteri chiari e misurabili – come la famosa regola che lega il grado militare al numero di teste nemiche mozzate – si cercava di spezzare il potere delle autorità tradizionali che giudicavano sulla base di un’intuizione morale soggettiva. La legge doveva essere uniforme, imparziale e, soprattutto, nota al popolo affinché potesse esserne guidato. Come osserva uno studioso, questa argomentazione può essere considerata una “linea di pensiero liberale” in quanto mirava a fornire alla gente comune un punto di riferimento per contestare il trattamento subito e limitare i capricci arbitrari degli aristocratici. Eppure, questa “condizione di pubblicità” è accompagnata da un sistema di punizioni così brutali – in cui chi non denunciava un colpevole poteva essere tagliato in due – che la legge non è tanto uno scudo per il popolo quanto un meccanismo di controllo totale e terrificante. È un sistema concepito per pacificare la popolazione non proteggendola dallo Stato, ma rendendo le sue richieste assolutamente ineludibili.
Il Libro del Signore Shang è, dal punto di vista letterario e storico, un testo stratificato e problematico. Gli studiosi dubitano che alcuno dei suoi capitoli sia stato scritto da Shang Yang in persona; piuttosto, è il prodotto dei suoi seguaci e dei suoi ammiratori successivi, riuniti nel corso dei decenni. Una delle principali sfide accademiche è la datazione dei suoi diversi capitoli, poiché i riferimenti a eventi successivi alla morte di Shang Yang nel 338 a.C. indicano un lungo processo di accumulazione. Tale processo non è una semplice curiosità storica; rivela un’affascinante evoluzione dell’ideologia stessa.
L’eredità duratura del Libro del Signore Shang è il suo successo pratico e terrificante. Servì da motore ideologico per lo stato di Qin, che unificò la Cina nel 221 a.C. e rappresenta una testimonianza del potere delle idee che riducono gli esseri umani a semplici ingranaggi di una macchina per l’espansione dello stato. È un testo che, nella sua spietata ricerca di uno “stato ricco e di un esercito forte”, anticipò il pragmatismo politico di un Machiavelli di quasi due millenni. Eppure, nonostante la sua audacia intellettuale, è un’opera di profonda povertà per quanto riguarda lo spirito umano. E ci viene in aiuto il celebre brocardo latino “summum ius, summa iniuria” significa “all’estremo rigore del diritto corrisponde la massima ingiustizia” attribuito a Cicerone,che avverte che applicare le leggi alla lettera, senza tenere conto del buon senso o dell’equità nel caso specifico, rischia di produrre effetti gravemente ingiusti e paradossali. Tale discrepanza – tra la teoria del controllo totale e la realtà indomabile dell’esistenza umana – è forse la critica più severa che il libro muove.
Confrontarsi con il Libro del Signore Shang significa guardare nell’abisso di una logica politica slegata dall’etica. Esso presenta un’ideologia che ha raggiunto il suo obiettivo immediato di potere statale, ma che, nel farlo, ha costruito un sistema così fragile e disumanizzante che la sua dinastia è crollata in quindici anni. È un’opera ammonitrice, un promemoria del fatto che la macchina statale più efficiente è spesso quella più priva di vita.
CarloMarino
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