C’è una domanda che mi fanno spesso, di solito a una cena, di solito dopo il secondo bicchiere, di solito con un tono che vorrebbe essere scherzoso e non lo è mai del tutto:
Ma è vero che voi adorate il diavolo?
Non rispondo mai subito di no.
Rispondo chiedendo:
Cosa intendi per diavolo?
Quasi sempre cala il silenzio. Perché nessuno se l’è mai chiesto davvero.
Eppure è la domanda giusta. Forse l’unica che conta.
Un funzionario, non un mostro
Il diavolo che abita l’immaginario collettivo, corna, zoccoli, tridente, è un’invenzione tardiva, costruita pazientemente da secoli di iconografia popolare e propaganda ecclesiastica.
Non nasce nelle Scritture. Nasce nei pulpiti e nelle cattedrali, dove serviva un nemico visibile per tenere insieme il gregge della religione di stato.
Andiamo alla fonte. Nel Libro di Giobbe il personaggio si chiama ha-satan: l’avversario, l’accusatore. Compare nel primo capitolo come membro del consiglio divino, non come ribelle esterno. Non agisce di nascosto.
Si presenta davanti a Dio insieme agli altri “figli di Dio” e Dio stesso gli chiede conto del suo giro di ispezione sulla terra. Il satan risponde insinuando un dubbio preciso: Giobbe è integro solo perché tutto gli va bene. Toglietegli la prosperità, e vedrete che maledirà Dio.
Dio accetta la sfida. Permette che Giobbe perda i beni, poi i figli, infine la salute. Un’unica condizione: non togliergli la vita.
Ecco il punto che trovo decisivo: il satan non agisce mai da solo. Opera sempre con l’autorizzazione esplicita del Re. Non è un potere parallelo.
È un funzionario che chiede il permesso prima di colpire, esegue il mandato, e poi sparisce dal racconto: dopo il secondo capitolo, il satan del Libro di Giobbe non viene più nominato.
Tutto il resto, i quaranta capitoli di dialogo tra Giobbe e i suoi tre amici, poi il giovane Eliu, infine la voce di Dio dal turbine, si svolge senza che nessuno dei personaggi umani sappia nulla del patto stipulato nei cieli.
Giobbe soffre senza spiegazione. I suoi amici gli propongono la teologia consolatoria del tempo: se soffri, hai peccato. Giobbe la rifiuta con tutta la forza della sua innocenza.
E qui il libro tocca una vertigine che la teologia successiva ha spesso voluto addomesticare: esistono giusti che soffrono senza colpa e nessuna formula religiosa semplice riesce a spiegarlo fino in fondo.
Riassumo perché conta per il nostro discorso: il satan biblico non è il principio del male in lotta con il bene. È l’elemento che mette alla prova, che verifica se la fedeltà regge quando le condizioni esterne crollano. Una funzione, non un’entità ribelle.
Solo secoli dopo, a partire da letture come quella di Gregorio Magno nel VI secolo, il satan diventa “il diavolo” nel senso pieno e ostile che conosciamo oggi.
Pensateci. Un’istituzione senza qualcuno che le dica la verità scomoda, che la metta alla prova, che verifichi se la sua fedeltà ai principi regge quando le cose si fanno difficili, è un’istituzione condannata a illudersi.
Il vero pericolo non è chi accusa onestamente o chi mette alla prova. È chi tace per quieto vivere, o peggio, chi smette di mettersi alla prova da solo.
Diavolo, l’opposto di simbolo
Qui arriva il punto che mi interessa di più, e che da Libero Muratore trovo decisivo.
La parola diavolo viene dal greco dia-ballo: dividere, separare, gettare attraverso, spezzare. È esattamente l’opposto di sym-ballo, mettere insieme, far convergere: la radice da cui nasce la parola simbolo.
Noi, in Loggia, lavoriamo sui simboli. Il termine stesso ci dice cosa dovremmo fare: tenere insieme ciò che appare diviso. Riunire ciò che è sparso. Riconoscere l’unità sotto la frammentazione.
Il diavolo, in questa prospettiva, non è un’entità che ci aspetta fuori dalla porta del Tempio. È esattamente il movimento opposto a quello per cui il Tempio esiste.
Dove c’è simbolo, si costruisce. Dove c’è diavolo, si distrugge il legame.
Il caso Taxil: quando l’accusa si autodenuncia
Non si può parlare di diavolo e massoneria senza sofffermarci su Léo Taxil. Nel 1885 questo giornalista francese inventa di sana pianta le confessioni di Diana Vaughan, presunta gran sacerdotessa di un satanismo massonico interno al Palladismo.
Dodici anni di rivelazioni sempre più fantasiose, sempre più applaudite dai pulpiti cattolici, sempre più riprese dai giornali.
Nel 1897 Taxil convoca una conferenza stampa e ammette tutto: era una beffa, costruita per dimostrare quanto fosse facile ingannare chi voleva essere ingannato.
La cosa interessante non è la bugia. È che la bugia ha continuato a vivere anche dopo la smentita pubblica del suo stesso autore. Ancora oggi, in certi ambienti, Taxil viene citato come fonte attendibile.
Questo dovrebbe far riflettere più della bugia stessa: alcune narrazioni sopravvivono non perché sono vere, ma perché qualcuno ha bisogno che lo siano.
Legione: la vera diagnosi
C’è un passo del Vangelo che, da massone, leggo come un trattato di psicologia prima ancora che come un episodio di esorcismo. Un uomo posseduto, alla domanda “come ti chiami?”, risponde a Gesù: “Il mio nome è legione, perché siamo in tanti.”
Legione non è solo un nome. È una condizione.
È l’io che si è frantumato in tante sub-personalità scollegate tra loro, ciascuna che tira da una parte, nessuna governata da un principio superiore che le tenga insieme.
È quello che, nel linguaggio delle Corporazioni Muratorie, chiamiamo la pietra grezza: l’uomo prima del lavoro su di sé.
Il lavoro iniziatico, in fondo, è tutto qui: ricondurre la Legione a Uno. Ricostruire dentro di sé quel principio ordinatore che il diavolo, per sua natura, vuole disperdere.
Centripeto contro centrifugo
Dante, nell’ultimo verso della Commedia, scrive che è l’amore a muovere il sole e le altre stelle. Quella forza è centripeta: attira, unisce, fa convergere verso un centro.
Il diavolo è il movimento contrario. Centrifugo. Disperde, allontana, separa.
Ogni volta che un’istituzione, qualsiasi istituzione, smette di lavorare per unire e comincia a lavorare per dividere, ha imboccato la via centrifuga.
Non è solo la Chiesa
Qui di solito si pensa subito alla Chiesa cattolica, ai suoi roghi, alle sue crociate. Ed è un esempio vero, ma limitarsi a quello è comodo, perché permette a tutti gli altri di sentirsi assolti per contrasto.
Il meccanismo centrifugo non ha confessione né tessera. Funziona identico ovunque ci sia un gruppo di uomini che si organizza intorno a un principio. Morale, etico o iniziatico.
Funziona negli ordini professionali, quando l’albo smette di tutelare la competenza e comincia a tutelare la casta, quando l’esame di ammissione diventa un cancello per tenere fuori i concorrenti invece che un filtro per garantire la qualità.
Funziona nelle associazioni di volontariato, quando la missione originaria si svuota e resta solo l’organigramma, le poltrone, il chi-comanda-chi.
Funziona nei partiti, quando l’appartenenza sostituisce il pensiero, e dissentire diventa tradimento invece che contributo.
Funziona nei consigli di amministrazione, nelle cooperative, nei condomini, nei comitati di quartiere. Funziona in qualunque corpo intermedio, grande o minuscolo, dal Vaticano al circolo culturale di Forlimpopoli con quindici soci e un tesseramento da rinnovare ogni gennaio.
Ovunque ci sia un “noi”, c’è il rischio che quel noi si richiuda su se stesso, definisca un nemico per sentirsi compatto, scambi la fedeltà alla forma per fedeltà alla sostanza.
Questo è il diavolo nel senso che ho provato a spiegare: la divisione che si traveste da appartenenza, l’esclusione che si traveste da identità.
Più piccola è l’istituzione, più è facile che questo accada senza che nessuno se ne accorga. Nei grandi corpi c’è almeno il rumore, la stampa, il controllo esterno.
Nel circolo di paese, nella piccola loggia, nell’associazione di condominio, la deriva può consumarsi nel silenzio più totale, tra dieci persone che si conoscono da una vita e che hanno smesso, senza dirselo, di vedersi davvero come fratelli.
E allora, la Massoneria è diabolica?
Posso essere onesto fino in fondo, perché altrimenti tutto questo discorso non avrebbe senso.
Sì, la Massoneria può essere diabolica. Lo è ogni volta che tradisce i propri principi.
Quando il Tempio diventa una sala riunioni per interessi materiali. Quando la Fratellanza si riduce a una rete di favori. Quando il Compasso, che dovrebbe tracciare cerchi di unione, viene usato per disegnare recinti di esclusione.
In quei momenti, sì: il diavolo è entrato. Non con le corna. Con la divisione.
Ma la stessa accusa vale, identica nella forma, per ogni istituzione costituita di cui ho appena parlato. Il diavolo non ha indirizzo fisso. Non abita le Logge più di quanto non abiti le sacrestie, i palazzi del potere, gli albi professionali, o l’ultimo circolo culturale di provincia.
Quando non sappiamo più tenere insieme le cose con amore e consapevolezza. Lì c’è il diavolo.
Abita il Centro diviso dell’uomo. Il Sé profanato. Il Tempio distrutto. Che non è altro che il nostro stesso cuore.
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Hermes
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