come costruire una nuova sinistra senza il progressismo


Mi ha molto incuriosito, gli scorsi giorni, la vicenda della nomina dei quattro nuovi vescovi scismatici da parte della “Fraternità sacerdotale San Pio X” di mons. Marcel Lefebvre (1905/1991) e della conseguente scomunica automatica da parte del Papa verso sacerdoti e fedeli ad essa aderenti (circa mezzo milione di persone circa). Lo strappo definitivo – benché il conflitto fosse risalente nel tempo – si è consumato nel nome della tradizione e dell’ortodossia.
La vicenda potrebbe apparire solo come il frutto di una disputa dottrinaria. Sennonché altri osservatori la reputano collegata ad una più ampia emersione, negli ultimi decenni, di destre estreme e suprematismi bianchi. A me pare, tuttavia, che ci troviamo di fronte a un fenomeno più complesso, che ha a che fare anche con la difficoltà della politica più illuminata di porre un argine contro certe derive di una modernità fraintesa. Quella politica che fatica a comprendere, ad esempio, quanto sta accadendo in un Occidente che si avvia alla più pesante mutazione antropologica che si sia mai vista. Mi riferisco, ovviamente, all’AI ed alla robotica, che in pochi anni ridurranno gli uomini ad un’accozzaglia di algoritmi biochimici, come preconizzò Juval Noha Harari nel suo libro “Homo deus”.
Dietro la retorica integralista dei lefebvriani, infatti, non può non intravedersi, sia pure in filigrana, un bisogno ben più vasto di stabilità, di continuità, di legami e, in una parola, di “tradizione”, termine che viene dal latino traditio e che significa consegnare qualcosa da tramandare nel tempo. Tutto quello, insomma, che abbiamo abiurato troppo rapidamente nella civiltà che ci impone continuamente di resettare il nostro modo di stare al mondo. Sembra essersi inverata, insomma, la profezia del nichilismo, che ha attraversato la filosofia del ‘900, da Nietzsche ad Heidegger a Jünger.
Ecco, l’ho detto! Ora verrò tacciato di essere conservatore, passatista e magari anche scismatico. Eppure la mia matrice è libertaria (in astratto), socialdemocratica (in concreto), direi di sinistra se non fosse che le sinistre di oggi non mi rappresentano più e che le destre non mi hanno mai rappresentato. Dare valore a quel bisogno di “tradizione” di cui ho parlato, anche da sinistra, non significa certo stare dalla parte degli integralisti lefebvriani o dei neofascisti o dei suprematisti bianchi o, ancora, dei nuovi edonisti che affollano tutte le classi sociali dell’Occidente. Tutt’altro.
Provo a spiegarmi. Talvolta mi diverto, durante le discussioni politiche con gli amici, ad autodefinirmi “un conservatore di sinistra” e un anti-moderno, un uomo antico, nel senso in cui intendeva Pier Paolo Pasolini. Amo i classici, il pensiero ed il senso religioso degli antichi greci, i dialetti, i piccoli luoghi, i paesi, la sobrietà, la lentezza, la civiltà contadina, chi resiste abbarbicato a un albero, a una roccia, a una zolla di terra contro lo tsunami dell’ossessione progressista, che sta sia a sinistra che a destra. Amo la mitezza, che non significa rifiutare di indignarsi quanto è necessario. Amo il dubbio, che non vuol dire arrendersi ad un relativismo assoluto. Amo tutto ciò che si oppone alle folle, alle masse, alle città, all’artefatto, alle mode, alle “verità”, ai dogmi anche laici, ai mille modi per cancellare il pensiero critico, alla lotta di stampo securitario contro ogni tentativo di ribellione. Del resto, se il “progresso”, dacché andava a braccetto con le rivoluzioni è divenuto invece omologazione e sorveglianza, è proprio la “tradizione”, invece, che rappresenta la nuova ribellione ad un sistema che prometteva benessere per tutti ed ha invece prodotto terrore e distopia, tranne che per poche centinaia di oligarchi da cui esso promana e si diffonde.
Provo un senso di liberazione a parlare così apertamente di questo tema che a sinistra è divenuto un vero e proprio tabù. Non per rafforzare le mie convinzioni, perché io vivo fuori dagli schemi e non ho tessere. Ma per far riflettere i tanti di sinistra che avvertono la crisi di un’appartenenza: quelli che io vedo come gli orfani delle idee, della storia, delle radici, delle utopie della sinistra. E penso che in mezzo alla gente che abbocca alle nuove retoriche tradizionaliste – di cui i lefebvriani, i trumpiani ed i vannacciani sono i simboli più icastici e grotteschi – ve n’è anche tanta altra che non trova più a sinistra la speranza di un vero cambiamento. Sì, perché oggi, per essere davvero di sinistra, occorre a mio parere rivoltarsi proprio contro il “progresso”, che è divenuto solo prevaricazione, disuguaglianza, conflitto, accumulazione di ricchezze immense nelle mani di pochi. Quei pochi che, come abbiamo appreso dall’esperienza americana, hanno già sostituito, nelle stesse democrazie liberali, governi e capi di stato, condizionando ogni scelta politica: vedi il caso emblematico degli USA, dove il presidente Trump è esso stesso l’oligarca che lucra per sé governando il Paese.
Ecco, io credo che la sinistra dovrebbe “dimettersi” da quell’internazionale progressista che ha prostituito le menti dei suoi leader: basta vedere che fine hanno fatto un laburista come Tony Blair o un socialdemocratico come Gerhard Schröder. Penso che dovrebbe tornare alla socialdemocrazia ma nello stesso tempo assumere piccole dosi di sano “conservatorismo” antiretorico. Che non significa certo aderire al nuovo scisma d’Occidente o alla deriva neofascista, razzista, neo-edonista.
C’è una frase, erroneamente attribuita al grande compositore Gustav Mahler (1811/1860) – in realtà è tratta da un discorso sull’istruzione di un politico socialista francese, Jaen Jaurés, tenuto nel 1910 – che rappresenta molto bene ciò che sto provando a dire: “la tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Ed è proprio questo che la sinistra dovrebbe imparare a fare per uscire da questa crisi che sta sempre più dilagando fra le sue fila: custodire il fuoco! Lasciando alla destra la vacua, inutile, passatista adorazione delle ceneri.

*Avvocato e scrittore


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 Redazione Corriere

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