Il continuo scontro tra “fascismo rosso” e “fascismo nero” è ormai un teatrino ideologico stucchevole, una messinscena che annoia finché resta confinata sul piano astratto della propaganda. La musica cambia radicalmente quando quel finto dualismo sembra trasformarsi in un metodo pratico e calarsi nel tessuto sociale, finendo per coinvolgere direttamente i cittadini.
A Genova, da oltre un anno e mezzo, si susseguono episodi che, nel loro insieme, possono dare l’impressione della riemersione, in forme nuove e moderne, di un’antica logica: quella secondo cui l’avversario politico, o chiunque non sia perfettamente allineato, non è un interlocutore con cui confrontarsi, bensì un corpo estraneo da isolare, delegittimare ed espellere dallo spazio pubblico. È una lettura certamente opinabile, ma che trova alimento nella successione di vicende che hanno caratterizzato il dibattito cittadino.
Tutto comincia nell’aprile 2025, a Sestri Ponente, quando un sindacalista della Fillea-Cgil inventa un’aggressione fascista poi risultata inesistente, venendo successivamente condannato ai lavori di pubblica utilità. Più del comportamento del singolo, colpisce il clima che quell’episodio contribuì ad alimentare: il termine “fascismo” sembrò diventare, agli occhi di molti, una categoria politica immediatamente spendibile per esasperare il confronto pubblico.
A settembre 2025, in Consiglio comunale, il consigliere del Pd Claudio Chiarotti pronunciò nei confronti di una consigliera di Fratelli d’Italia la frase: «Vi abbiamo già appeso per i piedi una volta». Un’affermazione che, per molti osservatori, travalicò il normale scontro politico, evocando immagini incompatibili con il confronto democratico.
Anche il caso di Norma Cossetto ha suscitato forti polemiche. Prima il vandalismo contro la targa commemorativa di Oregina, poi il dibattito in aula, durante il quale la consigliera Francesca Ghio richiamò l’iscrizione della giovane al Partito Fascista mentre si discuteva della violenza da lei subita. Una circostanza che, secondo numerosi commentatori, ha rischiato di spostare l’attenzione dalla vittima al suo contesto politico.
Un altro passaggio significativo, secondo questa interpretazione, si verifica nel febbraio 2026, quando una delegazione di Genova Antifascista viene ricevuta a Palazzo Tursi dal Sindaco Silvia Salis per esporre la richiesta di rimuovere la sede di CasaPound. Formalmente si tratta di un incontro istituzionale. Politicamente, però, qualcuno vi ha letto il riconoscimento di quel movimento come interlocutore privilegiato su una questione di ordine pubblico, scelta che ha inevitabilmente alimentato il dibattito.
Da quel momento, è maturata in parte dell’opinione pubblica la sensazione che alcune realtà organizzate abbiano acquisito una crescente capacità di incidere sul dibattito cittadino anche oltre la normale dialettica politica.
L’episodio della camminata dei residenti di Sestri Ponente, organizzata per chiedere maggiore sicurezza e contrasto al degrado, rappresenta forse il caso più emblematico. La risposta con un contro-presidio antifascista è stata interpretata da molti come una forma di pressione nei confronti di cittadini che rivendicavano semplicemente problemi quotidiani. È naturalmente una lettura politica, ma che spiega il forte malcontento manifestato da numerosi residenti.
Una dinamica analoga è stata percepita anche in occasione della visita del generale Vannacci in via Cesarea. Il volantino della Fiom con la scritta «Benvenuto Vannacci, ti aspettiamo!» e lo striscione «Tornate nelle fogne» sono stati letti da alcuni come semplici forme di contestazione politica, da altri come messaggi dal carattere intimidatorio. La differenza sta proprio nella percezione di chi osserva.
A rendere ancora più pesante il clima hanno contribuito, secondo molti, alcune dichiarazioni provenienti da esponenti o collaboratori della maggioranza cittadina. Il consigliere comunale Mohamed Kabbour ha evocato Piazzale Loreto riferendosi agli avversari politici. La consulente comunale Ilaria Gibelli ha invece pubblicato interventi nei quali ha definito particolarmente omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti alcuni ambienti politici e sociali, arrivando poi, dopo la manifestazione di Sestri Ponente, ad accostare i manifestanti all’immagine di persone «uscite dalle fogne».
Presi singolarmente, questi episodi possono certamente essere interpretati in modi diversi. Considerati nel loro insieme, però, contribuiscono, secondo questa analisi, a delineare un clima nel quale una parte dei cittadini può sentirsi scoraggiata dall’esprimere pubblicamente le proprie opinioni.
È proprio qui che, a mio giudizio, si pone il vero problema politico. Non tanto nei singoli episodi, quanto nella sensazione che determinate espressioni, se pronunciate da una parte politica, vengano tollerate più facilmente rispetto ad altre. Il silenzio delle istituzioni, anche quando perfettamente legittimo sotto il profilo amministrativo, rischia così di essere interpretato come una mancata presa di distanza.
Naturalmente questa è una valutazione politica, non un’affermazione di fatto. Tuttavia è una percezione che merita attenzione, perché la storia insegna che le democrazie si indeboliscono quando una parte della popolazione inizia a ritenere che esistano cittadini più liberi di altri nell’esprimere le proprie idee.
Per questo motivo, la rete composta da Anpi, Fiom, centri sociali e altre organizzazioni militanti viene percepita, da una parte dell’opinione pubblica, come una realtà capace di esercitare un’influenza significativa sul clima politico cittadino. È un giudizio che può essere condiviso oppure respinto, ma rappresenta comunque una chiave di lettura presente nel dibattito pubblico.
Genova, città che fonda la propria identità anche sulla storia della Resistenza, dovrebbe essere il luogo nel quale ogni opinione espressa nel rispetto della legge possa trovare cittadinanza. Quando una parte dei cittadini arriva invece a sentirsi intimidita o delegittimata, indipendentemente dalle responsabilità effettive, significa che il clima democratico si è deteriorato.
Ed è forse questa, più di ogni altra cosa, la vera questione politica che oggi Genova dovrebbe interrogarsi ad affrontare.
Cristiano Di Pino/ Foto Roberto Bobbio
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Redazione Genova
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