Quando la solidarietà viene dimenticata: l’Italia vergognosamente si astiene sul blocco a Cuba mentre il popolo cubano continua a pagare il prezzo di una crudele guerra economica (Editoriale di Luciano Vasapollo)


La decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di riaprire il dibattito sulla necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro Cuba rappresenta un passaggio politico di grande significato internazionale. Non è soltanto una votazione tecnica, ma l’ennesima testimonianza dell’isolamento diplomatico della politica statunitense verso l’isola caraibica. La richiesta cubana è stata accolta con una larga maggioranza: 136 Paesi hanno votato a favore dell’apertura del dibattito, 9 contro e 30 si sono astenuti.

Ancora una volta emerge una contraddizione evidente: una parte significativa della comunità internazionale riconosce che il bloqueo rappresenta uno strumento di pressione che colpisce soprattutto la popolazione civile, mentre Washington continua a difenderlo come strumento politico contro il governo cubano. Il problema è che le sanzioni economiche, nella realtà concreta, non colpiscono soltanto le istituzioni, ma incidono sulla vita quotidiana di milioni di persone, sull’accesso alle risorse, ai medicinali, alle tecnologie e allo sviluppo economico.


Il voto delle Nazioni Unite assume quindi il valore di una denuncia del carattere anacronistico di una politica nata durante la Guerra fredda e ancora oggi mantenuta come elemento di pressione geopolitica. Dopo oltre sessant’anni, il bloqueo continua a essere utilizzato come arma economica contro un Paese che, pur con tutte le proprie difficoltà e contraddizioni interne, ha difeso la propria sovranità e un modello sociale alternativo rispetto all’ordine dominante.

In questo quadro pesa particolarmente la scelta dell’Italia di astenersi. Un voto che appare incomprensibile alla luce della storia dei rapporti tra il popolo italiano e quello cubano. Durante la pandemia di Covid-19, Cuba inviò medici e personale sanitario in diversi Paesi colpiti dall’emergenza, compresa l’Italia, mostrando una pratica concreta di solidarietà internazionale. Quel gesto oggi sembra dimenticato nelle scelte della diplomazia italiana.

L’astensione italiana non è soltanto un atto diplomatico: è il segnale di una perdita di autonomia politica e di una subordinazione alle logiche dei grandi blocchi di potere. Un Paese come l’Italia, che ha conosciuto nella propria storia il valore della solidarietà internazionale e della cooperazione tra popoli, avrebbe potuto assumere una posizione diversa, coerente con la propria tradizione costituzionale e con il principio del multilateralismo.

La vicenda cubana mostra ancora una volta il doppio standard dell’attuale sistema internazionale. Si invoca il rispetto del diritto internazionale quando conviene, mentre si tollerano politiche di embargo e sanzioni unilaterali che producono conseguenze sociali profonde. La stessa centralità delle Nazioni Unite viene messa in discussione quando le decisioni dell’Assemblea Generale non coincidono con gli interessi delle grandi potenze.

Cuba, invece, continua a rappresentare un laboratorio politico e sociale che molti vorrebbero cancellare dalla storia. Non perché sia priva di problemi, ma perché dimostra che esistono modelli di sviluppo e relazioni internazionali fondati su principi diversi dalla subordinazione economica e militare.


Il voto dell’ONU non cancella il bloqueo, ma rafforza una consapevolezza: l’assedio contro Cuba non gode del consenso della maggioranza del mondo. È una battaglia diplomatica che si rinnova ogni anno e che evidenzia una frattura crescente tra il vecchio ordine unipolare e un mondo sempre più orientato verso il multipolarismo.

La lezione della pandemia avrebbe dovuto insegnare che nessun Paese può salvarsi da solo e che la cooperazione tra popoli è una necessità, non una concessione. Cuba, con i suoi medici e la sua solidarietà, lo ha ricordato concretamente. Oggi il voto dell’ONU richiama tutti a una domanda fondamentale: quale idea di comunità internazionale vogliamo costruire? Una basata sui blocchi e sulle punizioni collettive oppure una fondata sul dialogo, sulla pace e sulla collaborazione tra nazioni sovrane?

Quello che emerge da questa vicenda è il volto di un’Italia sempre più subordinata alle logiche strategiche degli Stati Uniti, un’Italia che rinuncia a una propria autonomia di politica estera e si allinea alle posizioni di Washington anche quando queste entrano in contrasto con il sentimento della maggioranza della comunità internazionale.

L’astensione italiana sul bloqueo contro Cuba assume un valore politico preciso. Non appare come una scelta neutrale, ma come il risultato di un vincolo di fedeltà atlantica che finisce per prevalere sui principi del multilateralismo, della solidarietà tra popoli e della stessa tradizione diplomatica italiana. È una posizione particolarmente grave se confrontata con quella di altri Paesi europei, come Francia e Spagna, che hanno scelto invece di votare a favore del dibattito promosso contro il blocco economico imposto a Cuba.

Dopo le tensioni nei rapporti con Washington e il rapporto sempre più complesso tra Donald Trump e il governo italiano, con il presidente statunitense che in più occasioni ha mostrato un atteggiamento di aperta svalutazione nei confronti della leadership europea, l’astensione dell’Italia appare anche come un gesto di riallineamento politico, quasi la necessità di dimostrare fedeltà all’alleato americano.


Ma la politica estera di un grande Paese non può essere costruita sulla ricerca di approvazione da parte di un altro Stato. Il voto delle Nazioni Unite sul bloqueo cubano richiama invece l’esigenza di recuperare una voce autonoma, capace di difendere il diritto internazionale, il dialogo e la cooperazione tra popoli. Anche perché Cuba, nel momento più difficile della pandemia, non ha esportato sanzioni o pressioni, ma medici e solidarietà, aiutando concretamente anche l’Italia.

Luciano Vasapollo

Nella foto: il grazie a Cuba sulla Mole Antonelliana di Torino. Il gruppo medico cubano, composto da 38 specialisti, tra cui 20 medici e 18 infermieri, nel 2020 ha prestato servizio alle OGR di Torino durante la pandemia di Covid, ha cominciato, a Cuba, il periodo di quarantena. Isolamento necessario per evitare di intensificare i contagi sull’isola.

Il ministero della Sanità cubano ha riferito che in Piemonte i membri del contingente hanno effettuato oltre 5.100 interventi medici, circa 29.000 procedure infermieristiche e hanno curato più di 170 pazienti con un solo deceduto.

Attualmente sono attivi nel mondo 39 contingenti di medici volontari partiti da Cuba alla volta di 33 nazioni



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