Mef, Regioni e operatori avevano trovato l’accordo sull’annosa riforma del gioco fisico, ma è saltato tutto a pochi metri dal traguardo, secondo fonti di Policy Maker. Ecco come sarebbe stata e perché si è arenata
Dopo mesi di trattative, Mef, Regioni e operatori avevano trovato un accordo sulla riforma del gioco fisico, secondo fonti di Policy Maker. Ma a pochi metri dal traguardo è arrivato lo stop di Palazzo Chigi. Se non si troverà una quadra entro le prossime settimane, il gioco fisico rischia di diventare l’unico grande capitolo della delega fiscale a restare incompiuto. Ecco chi ha congelato la revisione dei distanziometri – le distanze minime dai luoghi sensibili – e perché.
COME SAREBBE STATA LA RIFORMA DEL GIOCO
Il Governo ha approvato in via definitiva il decreto di riordino sui giochi a distanza (decreto legislativo n.41 del 25 marzo 2024). Una norma che modificato il quadro regolatorio del settore online. L’aggiornamento normativo ha permesso di dare il via alla nuova gara per le nuove concessioni, a cui hanno aderito 52 operatori versando ciascuno 7 milioni di euro. Il decreto ha lasciato però fuori i punti fisici e le case da gioco. A giugno sembrava che il vulnus normativo potesse essere finalmente colmato.
Dopo mesi di trattative, operatori, Regioni e Mef avevano trovato la quadra su una distanza di 100 metri per i negozi certificati e 200 metri per i punti vendita generalisti, secondo quanto rivelano a Policy Maker fonti vicine al ministero. Tuttavia, la riforma si è arenata a 20 metri dal traguardo a causa del no del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Palazzo Chigi si è opposto fermamente alla rimozione o revisione dei distanziometri, bloccando di fatto il decreto attuativo della delega fiscale.
IL NODO DEI DISTANZIOMETRI
La causa del contendere riguarda le distanze dei punti fisici dai luoghi sensibili. Attualmente esistono 5 limitazioni differenti a seconda della Regione: 500 metri, 400 m, 300m, 250 e distanza variabile in base al numero di abitanti. Un’eterogeneità che ostacola l’indizione delle gare del settore retail. Per questa ragione, da dieci anni a questa parte il legislatore ha ricorso a proroghe per assicurare la prosecuzione della gestione del servizio. L’ultima scade il 31 dicembre di quest’anno.
La palla passa ora al Governo Meloni, che avrà tempo fino al 29 agosto 2026 (termine ultimo della delega fiscale dopo l’ultima proroga della legge 120/2025) per sbloccare la situazione. Se non si troverà una quadra politica entro le prossime settimane, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) dovrà ricorrere a un’ulteriore proroga tecnica delle vecchie concessioni per evitare il blocco totale del mercato legale.
In altre parole, i nuovi bandi di gara legati alle concessioni in scadenza (scommesse, bingo, apparecchi AWP e VLT) slitteranno. Lo stop improvviso ha bruciato risorse che avrebbero dato una boccata d’aria alle casse statali, secondo AGIC. La mancata assegnazione di queste nuove gare priva l’Erario di entrate stimate in circa 2 miliardi di euro, a cui si aggiunge l’incognita sui Gratta e Vinci).
Una vera e propria occasione persa, che rischia di tradursi anche in minori investimenti da parte degli operatori. Tra i più a rischio sono soprattutto i settori in calo, come le slot machines. Come se non bastasse, un’eventuale nuova proroga delle concessioni esporrebbe l’Italia al rischio di procedure d’infrazione da parte dell’Unione Europea per il continuo rinvio delle gare pubbliche.
I NUMERI DEL GIOCO
L’Italia è ai primi posti per solidità del modello regolatorio. Lo dimostra il fatto che dal 2005 ad oggi il mercato italiano è entrato nell’Olimpo dei più floridi, arrivando a generare nel 2025 un Gross Gaming Revenue (GGR) di 21, 6 miliardi di euro, di cui 16 miliardi dal settore retail e 5,61 dall’online. Risorse che hanno portato 11,5 miliardi di entrate erariali, pari all’1,8% degli introiti totali da tassazione, secondo le elaborazioni di MDF Partners su dati ADM.
Nel primo trimestre di quest’anno, invece, il CGR del settore è ammontato a 5,70 miliardi di euro: 4,11 miliardi dal retail e 1,59 dall’online. Analizzando la spesa degli italiani al netto delle vincite erogate (GGR) emerge che nel biennio 2024-2025 le scommesse hanno visto un incremento sia online sia nel retail (6% GGR). L’online ha trainato la crescita (11GGR), con il gaming grande protagonista con aumento del 15% rispetto al 2024. Al contrario, il retail ha mostrato segnali di stanchezza nello stesso periodo (-2% GGR), fatta eccezione per le scommesse (7%). Le lotterie, però, si stanno digitalizzando. Il comparto ha fatto registrare infatti un +15% sul settore online. In calo, invece, del 5% la spesa degli apparecchi da intrattenimento (slot machines etc.).
PERCHE’ SERVE UNA RIFORMA DEL GIOCO?
Numeri da industry leader a livello europeo, ma AGIC sottolinea che il delicato ecosistema costruito intorno al gioco funziona solo quando il quadro regolatorio riesce ad adattarsi ai cambiamenti di mercato, mantenendo così il giusto bilanciamento tra interessi dello Stato, degli operatori e dei giocatori. L’evoluzione del mercato degli ultimi rende necessario un aggiornamento continuo delle regole per garantire un sistema efficace, sostenibile e competitivo rispetto ai canali illegali, secondo gli operatori. Al contrario, ad oggi il quadro normativo italiano è diventato sempre più complesso e frammentato, anche a causa della stratificazione di norme regionali e regolamenti comunali che negli anni hanno integrato e sostituito le regole nazionali.
Il contrasto al mercato illegale è ancora oggi la sfida principale del settore del gioco pubblico. Una delle ragioni della vulnerabilità italiana è la difficoltà nel tracciare l’offerta. Infatti, gli operatori pirata si sono evoluti per aggirare le limitazioni e diventare più attrattivi per i giocatori. Un esempio sono le svariate pubblicità che appaiono giornalmente sui social e promuovono siti di dubbia affidabilità e legalità. Un fenomeno che prospera quando la competitività del settore del gioco legale cala, così come le tutele per i giocatori. Anche per questa ragione, sottolineano gli operatori, il riordino del settore non è più rimandabile.
L’INCOGNITA MERCATI PREDITTIVI
Nell’ultimo anno il mondo delle scommesse online ha accolto un nuovo attore protagonista: i mercati predittivi, piattaforme online che permettono di puntare sull’esito di eventi futuri acquistando e vendendo contratti. Nel 2025 i volumi di scambio negli Usa hanno superato i 13 miliardi di dollari al mese.
Un fenomeno che incrocia questioni etiche, finanziarie e di sicurezza. Il nodo centrale è che il valore di ogni contratto dipende dalla probabilità che un evento si verifichi. Inoltre, le transazioni avvengono prevalentemente attraverso blockchain e criptovalute. Una configurazione che li rende simili ai mercati finanziari. Non a caso, gli Stati Uniti stanno lavorando a un modello regolatorio che fa capo a due agenzie federali: la CFTC (Commodity Futures Trading Commission) e la SEC (Securities and Exchange Commission). La CFTC ha introdotto una proposta di norma per definire in modo univoco cosa costituisca “gaming” e per stabilire quando un contratto “coinvolga” attività contrarie al pubblico interesse. La novità forse più rilevante è che se la scommessa riflette l’andamento economico o decisionale di un singolo titolo azionario, la SEC tende a classificarli come security-based swaps, esigendo il rispetto delle severe leggi sui mercati finanziari.
Spostando lo sguardo oltre Oceano, Francia, Belgio, Polonia, Portogallo e Romania hanno già introdotto restrizioni sui prediction market. Ma i regolatori italiani sembrano ancora distratti. Infatti, non esiste ancora nessuna norma sui mercati predittivi, nonostante le attuali limitazioni sul trading possano essere facilmente aggirate con VPN da altri Paesi. Il normatore dovrebbe assoggettare i prediction market alle stesse regole del gioco pubblico, secondo i principali concessionari del gioco lecito. Una posizione manifestata dalla stessa World Lottery Association.
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Edoardo Lisi
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