La pacienza del Massone – ExPartibus


A Napoli non c’è parola più densa della parola pacienza.

Non è la pace e non è nemmeno soltanto la pazienza: è un equilibrio instabile tra accettazione e azione, tra attesa e presenza.

La pacienza è un’arte. E come ogni arte, non si insegna: si attraversa.

Il Massone, nel suo cammino iniziatico, è chiamato a incarnare questa parola senza tradurla, senza impoverirla. Deve viverla. Deve, lentamente, diventarla.


Nella tradizione partenopea si dice che la pacienza si impara a dint’ ‘a vita, dentro le pieghe delle giornate, tra il caos dei vicoli e il silenzio improvviso di un’alba sul Golfo.

È lo stesso per il Libero Muratore: la pacienza non è una virtù da proclamare, ma un respiro da accordare.

I latini dicevano:

Festina lente.

Affrettati lentamente.

È forse la prima chiave di tutto questo.

Seneca, nel ‘De brevitate vitae’, osservava che la vita non è breve in sé: lo diventa per come la sprechiamo, rincorrendo il domani e trascurando il presente che abbiamo già in mano.


Non è un caso che proprio da Seneca, autore che il Massone incontra spesso anche nei propri studi, penso al ‘De beneficiis’ e alla sua riflessione sul dare e ricevere senza fretta di contraccambio, venga uno dei ritratti più lucidi di cosa significhi possedere davvero il proprio tempo, invece di lasciarselo scivolare addosso.

La pacienza, letta così, non è rassegnazione: è la scelta di abitare il tempo che si ha, invece di rincorrere quello che ancora non si ha.

Nel Tempio il tempo non è quello del mondo profano, fatto di urgenza e immediatezza. È un tempo rituale, ciclico, simbolico.

Il neofita entra portando con sé l’impazienza moderna: vuole comprendere, avanzare, “arrivare”.

Ma il Tempio non è un luogo di arrivo. È un luogo di trasformazione, e la trasformazione ha bisogno di tempo.


Il Massone impara presto che nulla gli sarà dato prima del momento giusto. Ogni grado, ogni parola, ogni segno si svela solo quando l’interiorità è pronta ad accoglierlo

Anticipare significherebbe tradire il processo. Ritardare, forse, proteggerlo. E, allora, la pacienza diventa disciplina, ascolto, silenzio, non inattività, ma lavoro invisibile.

Dove si esercita?

Anzitutto nel lavoro di Loggia: nel saper attendere il proprio momento di parola, nel rispettare ritmi rituali che non sono mai casuali, nel tollerare, senza giudizio, le diversità tra Fratelli. Ogni Fratello è in un punto diverso del proprio cammino e la fretta di “uniformare” è nemica dell’armonia.

La pacienza è anche capacità di reggere il dubbio. Non tutto deve essere chiarito subito. Ci sono simboli che maturano nel tempo, come il vino nelle botti dei Campi Flegrei: solo chi sa aspettare ne coglie la vera essenza.


Quando conta davvero?

Soprattutto nei momenti di crisi.

Nel percorso iniziatico, prima o poi, ogni Massone attraversa una fase di smarrimento: le certezze si incrinano, i simboli sembrano muti, il lavoro interiore appare sterile. È il tempo del deserto ed è lì che la pacienza diventa forza.

Non la pazienza passiva e rassegnata, ma quella attiva, vigile, quasi ostinata, tipicamente napoletana.

Quella che ti fa dire:


Aspetto, ma non mollo.

È la pacienza di chi continua a frequentare il Tempio anche quando non “sente” più nulla, di chi continua a lavorare la propria pietra grezza anche quando sembra non cambiare mai.

Nella vita profana la cosa si complica.

Il Libero muratore è chiamato a fare da ponte tra il mondo simbolico e quello concreto, ma il mondo profano non conosce i tempi del Tempio: è veloce, rumoroso, spesso superficiale.

La pacienza diventa, allora, la capacità di non reagire d’impulso, di non perdere il centro.

È facile essere “illuminati” in Loggia. Molto più difficile esserlo nel traffico di Napoli, tra le urgenze quotidiane e le incomprensioni. Eppure, è lì che si misura il vero lavoro massonico: ascoltare prima di giudicare, capire prima di reagire, costruire invece di distruggere.


Non sempre ci si riesce ed è importante dirlo.

Il Massone non è perfetto, non è un essere superiore: è un uomo che lavora su di sé, che prova, sbaglia, ricomincia.

La pacienza vale anche verso sé stessi, accettare i propri limiti e le proprie cadute non come giustificazione, ma come parte del processo. Senza questo, il lavoro iniziatico rischia di diventare sterile perfezionismo. E allora la pacienza si fa umiltà.

Le arti liberali della pacienza

C’è un’immagine che torna utile a chi arriva alla Massoneria già formato dal Trivio e dal Quadrivio: la pacienza somiglia al percorso stesso delle arti liberali.

La Grammatica insegna prima di tutto a fermarsi sulla singola parola, a non saltare le regole per arrivare subito al senso.


La Logica costringe a seguire un ragionamento passo dopo passo, senza scorciatoie, senza concludere prima di aver verificato ogni premessa.

La Retorica, infine, chiede di aspettare il momento giusto per parlare, non ogni pensiero merita di essere detto appena nasce.

Allo stesso modo, nel Quadrivio, l’Aritmetica e la Geometria educano a un tempo che non si comprime: un teorema non si dimostra per intuizione improvvisa, ma per costruzione, un passaggio dopo l’altro.

La Musica, che unisce numero e armonia, insegna, forse, la lezione più diretta: il silenzio tra una nota e l’altra non è un vuoto da riempire in fretta, è parte della composizione.

Il Massone che ha attraversato questo percorso prima del Tempio porta con sé, spesso senza saperlo, un allenamento già pronto alla pacienza.


Non deve impararla da zero: deve solo riconoscerla, e applicarla a un ambito diverso da quello in cui l’aveva incontrata la prima volta.

A Napoli si dice spesso:

Adda passà ‘a nuttata.

Non è solo una frase, è una filosofia: ogni crisi è temporanea, il tempo vissuto con pacienza trasforma, la notte per quanto lunga non è eterna.

Il Massone che interiorizza questa sapienza popolare la porta dentro il proprio percorso. Non fugge dalla notte, non la teme: la attraversa. Sa che anche il buio ha una funzione, che anche il silenzio è parola.

La pacienza diventa così una forma di resilienza, fluida più che rigida, come il mare di Napoli: a volte calmo, a volte agitato, ma sempre fedele al suo ritmo.


Il punto più alto si raggiunge quando non c’è più distinzione tra il lavoro in Loggia e la vita profana. Quando il Massone non “interpreta” un ruolo nel Tempio, ma vive secondo i principi appresi.

Quando la pacienza smette di essere uno sforzo e diventa una disposizione naturale dell’essere. È il passaggio dalla pratica alla natura ed è anche il più difficile, perché il mondo esterno provoca, accelera, destabilizza in continuazione.

Eppure, ogni volta che il Massone riesce, anche solo per un attimo, a rispondere con pacienza invece che con impulsività, compie un atto iniziatico reale. Non visibile, non celebrato, ma autentico.

Non perché sia migliore degli altri, ma perché prova a essere più consapevole. E questo tentativo, anche imperfetto, ha un valore immenso.

La pacienza non è una meta né uno stato definitivo. È una via, napoletana, ma anche universale, che unisce la lentezza del lavoro interiore alla complessità della vita quotidiana. Richiede coraggio, costanza e, paradossalmente, tempo.


Chi sceglie di percorrerla accetta di non avere risposte immediate, di non vedere subito i frutti del proprio lavoro, di camminare spesso nel dubbio. Ma sa che ogni passo, se compiuto con pacienza, costruisce qualcosa dentro e fuori di sé.

E, forse, il senso più profondo della parola è proprio questo: non solo sopportare il tempo, ma abitarlo con dignità, in silenzio, e con pacienza!


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 Rosmunda Cristiano

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