l’asse Graviano-Filippone dietro la strategia stragista


REGGIO CALABRIA Una strategia ben precisa per permettere a ‘ndrangheta e Cosa nostra di dettare la linea, «soddisfare una serie di esigenze», come spiegato più volte dal magistrato della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, nel corso delle lunghe requisitorie che hanno accompagnato i tre processi – uno in primo grado e due in appello, dopo il rinvio della Cassazione – scaturite dall’inchiesta ‘Ndrangheta stragista. E ad unire queste due compagini – secondo quanto ricostruito dalla Procura e come hanno ritenuto i giudici che per ben tre volte li hanno condannati all’ergastolo – ci sono figure di primo piano del panorama criminale: Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, rispettivamente boss di Brancaccio ed esponente di vertice dei Piromalli di Gioia Tauro. Le due sponde dello Stretto unite da un patto criminale che avrebbe portato all’uccisione dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, oltre che di altri due agguati ai danni dei militari dell’Arma. 
Al centro della ricostruzione processuale si colloca infatti un legame profondo e strutturato, un sodalizio fondato su «accertati, risalenti, numerosissimi rapporti coltivati nell’arco di decenni dalle due organizzazioni criminali, concretizzatisi nello scambio di favori sia in ambito di traffici di armi e droga che in contesti maggiormente espressivi di potere criminale, che hanno definitivamente cementato gli obiettivi comuni delle stesse, tesi a condizionare e piegare la stessa vita dello Stato ai loro desiderata e ad insinuarsi nelle strutture istituzionali, occupando le stesse».

L’evoluzione della ‘ndrangheta e il ruolo strategico di Filippone

Secondo quanto ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia e dalle indagini coordinate dai pubblici ministeri Giuseppe Lombardo e Walter Ignazitto, l’organizzazione criminale calabrese «agì, attraverso le sue componenti apicali, d’intesa con quella siciliana», segnando la storia d’Italia con la strategia stragista. Questo percorso affonda le radici in una profonda trasformazione interna alla stessa criminalità calabrese. Come sottolineato dal procuratore Lombardo, la strategia organizzativa della ‘ndrangheta muta radicalmente «a seguito del summit di Montalto, in Aspromonte, dell’autunno del 1969, nominando persone di strettissima fiducia al posto loro». Il consolidamento definitivo di questa nuova struttura avviene pochi anni dopo, quando «la forza dei Piromalli e dei De Stefano scaturisce dalla vittoria della prima guerra di ‘ndrangheta, del 1974, a Reggio Calabria, contro il boss Mico Tripodo, e trasformano la ‘ndrangheta in quel mostro criminale che è oggi. In tal senso esistono riscontri non solo fattuali, ma storici e logici».
È in questo preciso assetto che si inserisce la figura di Rocco Santo Filippone, esponente della cosca Piromalli di Gioia Tauro. Le ricostruzioni dell’accusa lo indicano come «l’anello di congiunzione tra sodalizi ed esecutori materiali, il perno attorno a cui ruota la strategia stragista».
I legami di vertice venivano gestiti anche attraverso un meccanismo strutturato. Il collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese ha riferito nelle sue testimonianze l’esistenza di vere e proprie «doppie affiliazioni», spiegando come esponenti di primo piano quali «Paolo De Stefano, Peppe e Mommo Piromalli, Nino Pesce, Pino Mammoliti, Luigi Mancuso, Pino Piromalli, Nino Molè, Nino Gangemi, qualcuno degli Alvaro» avessero «un ruolo di vertice apicale anche nella mafia».
I verbali dei collaboratori delineano inoltre la storica vicinanza tra la cosca della Piana e i vertici di Cosa nostra. Il pentito Gaetano Costa ha spiegato che i Piromalli, insieme ai De Stefano, «erano la famiglia storicamente più legata a Salvatore Riina e a Cosa Nostra», individuando nell’omicidio del giudice Antonino Scopelliti «un esempio concreto delle sinergie fra Cosa Nostra e ‘ndrangheta». A questo si aggiungono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sulla «venerazione» che i boss calabresi, a partire dai Molé-Piromalli, provavano per Mariano Agate, indicato come l’«esponente di vertice di Cosa Nostra e certamente da considerarsi, così come mi spiegarono i fratelli Graviano e così come ho compreso stando in Cosa Nostra, l’anello di congiunzione fra Cosa Nostra e la ‘ndrangheta».

Il boss di Brancaccio e la frase di “Facciazza”

A fare da controcanto alle ricostruzioni dell’accusa sono rimaste le posizioni della difesa e le dichiarazioni spontanee di Giuseppe Graviano. Il boss di Brancaccio, prima della sentenza d’appello bis, nelle sue dichiarazioni spontanee ha fermamente negato ogni radicamento o conoscenza del contesto calabrese: «Io con i signori Piromalli non ho avuto mai nessun rapporto». Davanti ai giudici, Graviano ha cercato di recidere ogni legame territoriale: «A Reggio Calabria, Catanzaro, Vibo, da quelle parti, non sono mai andato. Non conoscevo, prima del mio arresto, persone di quelle località e calabresi». I contatti con gli esponenti della Piana, secondo la sua versione, sarebbero avvenuti solo per motivi di comune detenzione nelle carceri di Spoleto e Novara, limitandosi a scambi formali: «Solo: “Buongiorno e buonasera”».
Le tesi difensive hanno provato a smontare la presenza del boss in Calabria ritenendo che «il rilevamento della sua posizione non è attendibile» e che, durante i colloqui in carcere del 2016 con il compagno di ora d’aria Umberto Adinolfi, «Graviano non ha mai espresso la parola Calabria». Su quelle intercettazioni, lo stesso Graviano ha sostenuto che i riferimenti a scalate al potere riguardassero contesti geografici del tutto estranei: «Nelle intercettazioni si parlava della Bolivia con Adinolfi, e io dissi: “A quest’ora ero presidente e ti proclamavo ministro”. E dissi: “Avremmo il paese nelle mani”. Ma si parlava della Bolivia, non dell’Italia».
A riaccendere l’attenzione degli investigatori e a determinare la riapertura dell’istruttoria dibattimentale è stata un’intercettazione del dicembre 2022, proveniente dalle carte dell’inchiesta “Res Tauro”, in cui il boss Pino Piromalli, detto “Facciazza”, esprimeva giudizi netti sui fratelli di Brancaccio: «I Graviano loro sono… due fratelli seri… Filippo e Giuseppe… loro sono due ragazzi seri vero». Nella relazione del Ros, emerge come Piromalli nel 2022 avesse esplicitato «commenti di pregio verso i fratelli Graviano», indicandoli come i reali successori ai vertici dell’organizzazione siciliana: «Dopo Riina c’erano i Graviano… quando c’era allora tutte queste cose qua». Per il magistrato Giuseppe Lombardo, queste parole rappresentano un riscontro decisivo poiché «ci conferma i suoi rapporti con i fratelli Graviano», considerandola «l’unica chiave di lettura che si può dare».

Il progetto politico e la nascita di “Cosa Nuova”

Le finalità della strategia criminale congiunta non si limitavano all’azione sul territorio, ma miravano a condizionare gli equilibri politici nazionali in un momento di transizione istituzionale. Il collaboratore Gaetano Costa ha descritto la progettazione di una super-struttura denominata «Cosa Nuova», nata subito dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio per unire gli interessi delle due organizzazioni. Si trattava, secondo il pentito, di «un’organizzazione di vertice per inserire in modo organico nel tessuto criminale persone insospettabili, collegamenti con entità politiche e massoniche». Già nel 1997, il collaboratore Giuseppe Lombardo aveva accennato a una «Cupola» composta da «mafia, politica, massoneria e imprenditoria», definendone i componenti tra i quali figurava proprio Giuseppe Piromalli di Gioia Tauro.
Questo quadro di convergenza trova riscontro nelle motivazioni dei giudici, dove viene esplicitato il mutamento degli obiettivi delle consorterie criminali verso le nuove formazioni politiche dei primi anni Novanta: «Altro esito indubbio che il presente giudizio ha consegnato è costituito dagli accertati intrecci che negli anni si sono dipanati tra organizzazioni criminali e ambienti massonici e politici, in una evidente convergenza e commistione di interessi che mirava al comune intento di destabilizzare lo Stato e sostituire la vecchia classe dirigente che, agli occhi dei predetti, non aveva soddisfatto i loro “desiderata”».


Il prossimo round giudiziario

L’ultimo verdetto del processo d’appello bis rappresenta uno snodo cruciale, ma non la parola fine su questa complessa vicenda processuale. Adesso l’attenzione si sposta sul deposito delle motivazioni della sentenza da parte della Corte d’Assise d’Appello reggina, che dovranno essere formalizzate entro i prossimi 90 giorni. Sarà quello il momento in cui i giudici metteranno nero su bianco i passaggi utilizzati per blindare la tesi dei mandanti. Soltanto dopo la pubblicazione di questo documento le difese potranno analizzare le carte e affilare le armi in vista del passo successivo, già ampiamente preannunciato. I legali di Giuseppe Graviano hanno infatti confermato l’intenzione di ricorrere nuovamente alla Suprema Corte. 

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 Redazione Corriere

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