Vannacci arriva tardi, Albaro si blinda e il comizio diventa uno show muscolare tra cori, “remigrazione” e attacchi a Sivia Salis


Circa settecento persone hanno atteso per oltre un’ora il leader di Futuro Nazionale, mentre il quartiere veniva isolato e due presidi di Genova Antifascista contestavano la sua presenza. Tra frasi infelici a una giornalista “colpevole” di aver fatto domande scomode, accuse alla sindaca e l’appello a ridare il taser alla polizia locale genovese che, però, non l’ha mai avuto. La nuova destra ha messo in scena il proprio repertorio in una rovente giornata di luglio

Il generale si è fatto attendere. O, più precisamente, l’ex generale, anche se in piazza Leopardi la differenza sembrava interessare poco. Sotto un sole da oltre trenta gradi, circa seicento persone hanno aspettato per un’ora l’arrivo di Roberto Vannacci, partito in ritardo dalla tappa precedente e fermatosi anche comodamente negli studi di un’emittente locale mentre i suoi sostenitori cercavano riparo all’ombra degli alberi di Albaro.

Il quartiere, nel frattempo, era diventato una cittadella sotto assedio preventivo. Camionette, transenne, strade chiuse e accessi controllati separavano il comizio dalla contestazione di Genova Antifascista, concentrata ai margini di via Albaro. In centro, alcune ore prima, Cgil e Anpi avevano tenuto un altro presidio. Per permettere il comizio serviva dunque un apparato di sicurezza capace di trasformare una delle zone più tranquille della città in un’area ad accesso contingentato.

Quando Roberto Vannacci è finalmente apparso, la lunga attesa ha assunto immediatamente il tono dell’apparizione miracolosa. La piazza ha scandito «Generale, generale», poi «C’è solo un generale», adattando al nuovo idolo un repertorio da curva calcistica. Il dettaglio che dal 2024 non sia più un generale in servizio è stato archiviato come una pignoleria burocratica, poco adatta al clima della celebrazione.

Dopo l’elezione al Parlamento europeo, Roberto Vannacci è passato nella riserva. Già nel 2023 lo Stato Maggiore lo aveva rimosso dal comando dell’Istituto geografico militare in seguito all’autopubblicazione del suo libro. I vertici dell’esercito avevano ritenuto che il libro e la sua esposizione pubblica avessero compromesso il principio di neutralità e terzietà delle Forze armate, oltre al prestigio e alla reputazione dell’istituzione. Il Tar del Lazio aveva poi respinto il ricorso di Vannacci, ritenendo legittima la sanzione e qualificando il volume come un intervento con una marcata natura politica, incompatibile con gli obblighi connessi al ruolo militare. Nonostante questo, i titoli, come certi slogan, hanno vita propria: una volta entrati nell’immaginario, resistono ai provvedimenti amministrativi, alle date e perfino alla realtà.


Oggi in piazza erano numerosi i giovani. Alcune ragazze apparivano emozionate nell’incontrare il leader di Futuro Nazionale, quasi si trovassero sotto il palco di un concerto di Olly. «Che bello vedere tanti giovani», ha commentato lui. Giovani che, effettivamente, di rado si vedono, ormai, ai comizi, che siano di destra o di sinistra. È questa una delle marce in più di Vannacci rispetto ai suoi diretti sfidanti di area. Tricolori e bandiere del partito hanno completato la scenografia di una formazione politica che si presenta come nuova, pur proponendo un immaginario nel quale il passato sembra occupare quasi tutto lo spazio disponibile.

La crescita del movimento, almeno secondo un sondaggio YouTrend per l’Agi del 9 luglio, sarebbe consistente: il 6,2 per cento, un risultato superiore di 0,4 punti rispetto a quello attribuito alla Lega. Una stima, naturalmente, non un’elezione. Ma sufficiente per alimentare l’immagine del nuovo predatore del centrodestra, impegnato a sottrarre consensi soprattutto alla Lega e a Fratelli d’Italia.

Non a caso, tra il pubblico si riconoscevano volti già vicini ai partiti dai quali Futuro Nazionale sta importando elettori, dirigenti e parole d’ordine. Più che una migrazione spontanea, un’operazione di dragaggio politico: stessi bacini, nuove bandiere e un lessico ancora più aggressivo, più facile da usare da chi non ha mai governato che da chi lo ha fatto e/o lo sta facendo.

Prima del comizio, il confronto con i giornalisti ha offerto un’anticipazione del metodo. A una cronista che gli chiedeva conto della piazza blindata e della distanza tra la sua iniziativa e una città Medaglia d’oro della Resistenza, Roberto Vannacci ha replicato: «Me lo dica lei, che mi guarda con quegli occhi poco espressivi».

Non una risposta sul merito, ma un attacco personale rivolto alla giornalista che gli aveva posto la domanda. Una tecnica comunicativa consolidata e già usata ampiamente da Beppe Grillo ai suoi tempi d’oro: quando il quesito disturba, si sposta il bersaglio dall’argomento all’interlocutore. Il vantaggio è immediato. Non occorre spiegare nulla e, contemporaneamente, si offre alla platea una piccola scena di sopraffazione verbale da applaudire o rilanciare sui social.


La giornalista ha osservato che esiste un linguaggio capace di alimentare comportamenti violenti. Roberto Vannacci ha risposto che il linguaggio è libero e che a fare paura sono le azioni. Principio ragionevole, almeno finché non viene usato per assolvere preventivamente ogni parola dalle conseguenze che può produrre.

«Alle idee si risponde con le idee», ha aggiunto Vannacci. Sarebbe un’impostazione difficilmente contestabile, se pochi secondi prima alla domanda di una cronista non si fosse risposto con un giudizio sull’espressione dei suoi occhi. Evidentemente la libertà dell’argomentazione conosce momenti di pausa.

Il leader di Futuro Nazionale ha attribuito il massiccio dispositivo di sicurezza alle minacce provenienti dall’area antagonista. Ha sostenuto che la piazza non fosse blindata per la sua presenza, ma perché qualcuno avrebbe annunciato di voler mettere la città «a ferro e fuoco». Le forze dell’ordine avevano effettivamente predisposto sbarramenti per evitare contatti tra i gruppi contrapposti, ma il risultato visibile per residenti e commercianti era uno solo: Albaro deserta, attività condizionate e strade presidiate come se fosse in atto una sommossa.

Il comizio che avrebbe dovuto celebrare una politica della sicurezza è così iniziato dentro un quartiere svuotato per ragioni di sicurezza. Un paradosso che non ha turbato la narrazione della giornata.

Quando gli è stato ricordato (dalla giornalista mal apostrofata) che Genova è una delle città simbolo della Resistenza, Roberto Vannacci ha risposto con un’arrampicata sugli specchi dialettica, ricordando che la nostra è anche la città di Andrea Doria e una Repubblica Marinara. «Se uno si presenta qui con gli sci viene cacciato via?», ha domandato.


Il paragone voleva probabilmente ridicolizzare l’idea che una città possa riconoscersi in una tradizione politica e respingere simbolicamente chi la contesta. Ma a Genova è il senso stesso dell’arrivo a suscitare diffidenza, soprattutto se accompagnato da un’autocolonna, un quartiere chiuso e una folla che grida «remigrazione».

Volendo cercare qualcosa per cui sorridere in tutta questa vicenda, si può dire che l’ex generale ignora forse l’esistenza del movimento ironico “Basta Milanesi” che rivendica l’assoluta e proverbiale inospitalità dei genovesi, ma non è necessario che aggiorni il suo dossier territoriale. La giornata – per tornare seri – ha già dimostrato che una parte della città non aveva alcuna intenzione di accoglierlo con pesto, focaccia e banda musicale, in stile “fu amministrazione Bucci/Piciocchi”. Gli slogan del corteo di Cgil e Anpi del pomeriggio potete sentirli qui e descrivono bene il clima.

La parola centrale del comizio è stata “remigrazione”, scandita ripetutamente dal pubblico. Roberto Vannacci ha rivendicato il termine, rispondendo alla sindaca Silvia Salis, che lo aveva definito vergognoso.

Nel replicare, ha scelto di chiamarla «il sindaco», sottolineando intenzionalmente il maschile. Un’altra piccola provocazione linguistica, perché nel nuovo repertorio politico anche il genere grammaticale diventa una trincea.

«La parola fa parte del vocabolario italiano», ha affermato. Vero. Nei vocabolari esistono anche termini come “deportazione”, “segregazione” e “autoritarismo”, ma la presenza in un dizionario non costituisce automaticamente un certificato di rispettabilità politica.


Il vocabolario Treccani definisce la “remigrazione” come un eufemismo per il ritorno forzato delle persone immigrate nel Paese d’origine e ne ricorda l’utilizzo da parte dell’estrema destra europea. Dunque non un innocuo vocabolo disperso tra le pagine, ma una precisa parola d’ordine politica, resa più presentabile da una patina burocratica.

Dopo l’immigrazione, il discorso si è spostato sulla sicurezza. Roberto Vannacci ha ammesso che è partita dello Stato (ma ha aggiunto «anche dei cittadini», forse ammiccando a certe “passeggiate” che alcuni vorrebbero mettere in atto). Non ha, tuttavia perso l’occasione di accusare Silvia Salis di non fare abbastanza, sostenendo che la sindaca partecipa al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e dispone della polizia locale.

Fin qui il ragionamento segue una linea politica comprensibile: le amministrazioni locali hanno responsabilità sulla prevenzione, sul presidio urbano e sulle politiche sociali, mentre la sicurezza pubblica in senso stretto resta principalmente competenza dello Stato.

Poi è arrivato il taser.

«Come mai il sindaco di Genova ha eliminato la possibilità per la polizia locale di utilizzare il taser che salva le vite?», ha chiesto Roberto Vannacci, aggiungendo una spiacevole immagine perfettamente nel copione nel sostenere che l’alternativa sarebbe la pistola calibro nove, con proiettili «rigorosamente di fabbricazione italiana».


La frase ha il pregio della potenza scenica: taser o calibro nove, elettricità o piombo nazionale. Ha però un problema meno spettacolare e più concreto. La polizia locale di Genova il taser non lo ha mai utilizzato.

Le precedenti amministrazioni di centrodestra avevano acquistato due dispositivi per un Corpo composto da quasi mille operatori. I taser sono rimasti nell’armeria perché, per avviare anche soltanto una sperimentazione, sarebbe stato necessario modificare il regolamento comunale.

Le Giunte guidate da Marco Bucci e, successivamente, da Pietro Piciocchi disponevano della maggioranza in Consiglio comunale. Avrebbero quindi potuto presentare la modifica e approvarla anche senza la collaborazione della minoranza oggi passata al governo della città. La proposta, però, non è mai arrivata in aula.

Non è stata dunque la sindaca Silvia Salis a togliere il taser agli agenti: non si può sottrarre ciò che non è mai entrato in servizio. I due dispositivi sono rimasti costosi soprammobili, acquistati con denaro pubblico e mai impiegati.

Il quesito interessante sarebbe semmai perché chi li aveva comprati non abbia portato a termine l’iter necessario per usarli. Ma questa domanda avrebbe richiesto di rivolgersi ai partiti che amministravano la città, cioè a quella stessa area politica dalla quale una gran parte dei nuovi sostenitori di Vannacci proviene. Il leader di Futuro Nazionale potrebbe chiedere lumi all’ex assessore al porto delle giunte Bucci-Piciocchi, Francesco Maresca, che è stato prima in Vince Genova, poi nella Lista Toti, poi in Fratelli d’Italia e ora è approdato alla corte dell’ex generale. Una parabola, dal 2017 ad oggi, di costante spostamento a destra.


È stato più semplice attribuire alla nuova sindaca una cancellazione mai avvenuta. Nella comunicazione politica, del resto, il vantaggio dell’affermazione inesatta è che arriva al pubblico in pochi secondi; la rettifica richiede paragrafi, date, regolamenti e, inevitabilmente annoia la curva e finisce per passare inosservata.

Roberto Vannacci ha poi chiesto dove siano le ordinanze contingibili e urgenti e le iniziative della sindaca per migliorare la sicurezza, invitandola a dimostrare «cosa sa fare». La giunta Salis, in realtà, ha reso le strutturali le precedenti ordinanze contingibili e urgenti, che per loro stessa natura e per legge non si possono reiterare all’infinito. Ha modificato il regolamento di polizia urbana per rendere permanenti e strutturali i divieti anti-alcol, trasformando le vecchie ordinanze temporanee in regole fisse valide su tutto il territorio cittadino.

L’ex generale ha quindi illustrato la sua ricetta per la sicurezza, tra cui uno scudo penale e legale per le forze dell’ordine e la revisione degli articoli 52 e 53 del Codice penale.

Il passaggio più netto ha riguardato il principio di proporzionalità nell’uso della forza. Secondo l’ex generale, andrebbe eliminata quella interpretazione perché, altrimenti, «sarebbe troppo facile fare il delinquente se il poliziotto deve essere proporzionale con le sue azioni».

La proporzionalità, però, non è un fastidioso vezzo da salotto. È uno dei criteri fondamentali con cui uno Stato di diritto distingue l’uso legittimo della forza dall’arbitrio. Superarla non significa semplicemente aiutare gli agenti: significa ridisegnare il confine entro il quale il potere pubblico può esercitare coercizione sui cittadini.


«Chi si difende è sempre legittimato a farlo», ha aggiunto parlando della legittima difesa. Formula efficace, soprattutto nei film nei quali il protagonista sa sempre chi è il cattivo, dispone di una colonna sonora e non deve spiegare le proprie azioni a un magistrato.

Nella realtà, stabilire chi si stesse difendendo, da quale pericolo, con quali mezzi e in quale proporzione è esattamente il compito delle indagini e dei processi. Togliere ogni valutazione significa sostituire il diritto con l’autocertificazione morale di chi ha usato la forza.

Non eravamo in Oklahoma, davanti a una convention suprematista sul diritto assoluto alle armi, ma nel cuore di Albaro. Fuori dalla piazza, le camionette separavano il pubblico dai contestatori. Dentro, il leader parlava di ampliare l’uso della forza e ridurre i vincoli di proporzionalità. La scenografia, almeno, era coerente con il testo.

In serata Genova Antifascista ha ringraziato chi aveva partecipato ai presidi e ha rilanciato un nuovo appuntamento per domenica 19 luglio, alle 15,30, in piazza Carlo Giuliani, il nome con cui l’area antagonista indica piazza Alimonda.

Nel messaggio diffuso attraverso i propri canali è comparsa anche un’immagine modificata con l’intelligenza artificiale: la targa di via Montevideo, dove si trova la sede di CasaPound, trasformata in “Via Vannacci da Genova”, più che un toponimo, un’esortazione.


La giornata si è quindi chiusa come era cominciata: con due schieramenti impegnati a produrre simboli, slogan e immagini destinati alle rispettive comunità digitali.

Da una parte, la piazza dei «generale», della “remigrazione” e della sovranità riconsegnata al popolo. Dall’altra, i presidi antifascisti, le contestazioni e la richiesta di espellere politicamente dalla città il nuovo leader dell’ultradestra.

Nel mezzo, i residenti di Albaro, i commercianti, le forze dell’ordine e un quartiere svuotato per consentire a tutti di sostenere che il problema fossero esclusivamente gli altri.

Roberto Vannacci ha ottenuto ciò che cercava: una piazza, molte telecamere, una lunga sequenza di dichiarazioni e un’accoglienza da celebrità politica. Genova gli ha offerto anche ciò di cui la sua narrazione ha più bisogno: contestatori, barriere, conflitto e una parte di città da descrivere come ostile.

Resta da capire quanto possa durare una politica costruita sulla provocazione permanente. Per ora funziona. Nei sondaggi cresce, sottrae spazio alla Lega, inquieta Fratelli d’Italia e mobilita sia i sostenitori sia gli avversari.


Il rischio è che, continuando così, ogni città diventi soltanto il fondale di uno spettacolo già scritto: arriva il leader, si chiudono le strade, si schierano le camionette, si insultano i giornalisti, si scandiscono parole estreme e alla fine ciascuno torna a casa convinto di avere salvato la democrazia.

Con l’unica certezza che, nel frattempo, la democrazia è rimasta per ore dietro una transenna.


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