GIOIA TAURO Prima ancora dei carabinieri, ad indagare sul furto ci pensano loro: i boss. Quando dal cantiere dove sta nascendo il futuro polo logistico Amazon della Piana di Gioia Tauro sparisce un camion insieme a un carico di rame, i vertici della cosca Piromalli non si limitano a incassare la notizia. Convocano testimoni, interrogano operai, mandano uomini a caccia di risposte in giro per la provincia. Il tutto mentre la vittima del furto sta ancora aspettando l’esito della denuncia sporta ai carabinieri. È una delle pagine più singolari dell’informativa del Ros depositata nell’inchiesta “Res Tauro”: la cronaca di un’indagine mafiosa, parallela e più rapida di quella ufficiale, condotta per proteggere gli affari di un cantiere che di lì a poco avrebbe fatto gola anche ad Amazon.
Il furto e il sospetto
L’11 marzo 2022 il geometra della Beton Costruzioni srl, denuncia il furto di un vecchio autocarro Iveco, di attrezzi da muratura e di gasolio dai mezzi in cantiere. Sparisce anche ingente materiale elettrico, in particolare rame, della Giardina srl, impresa incaricata degli impianti. Ma la cosca Piromalli, che su quel cantiere incasserebbe il pizzo da tutte le ditte coinvolte, non crede alla versione della denuncia. Giuseppe Piromalli, il boss “Facciazza” lo dice alla moglie Maria Martino: «il palisi se lo mette in sacca no?», convinto che i Furfaro sappiano raggirare Antonio Zito, l’uomo di fiducia della cosca — «quelli se lo maneggiano… lo voltano e se lo girano come un pupo». La conclusione: «abbiamo sta scusa», il furto sarebbe un pretesto per non pagare la tangente pasquale.
La credibilità della ‘ndrangheta e del sistema estorsivo
Secondo la lettura che il Ros dà della vicenda, la reazione dei Piromalli non è casuale né sproporzionata rispetto al valore, tutto sommato modesto, della refurtiva. Ad allarmare i boss è piuttosto il precedente che quel furto rischia di creare: se un cantiere sotto la protezione mafiosa può essere colpito impunemente, l’intera credibilità del sistema estorsivo ne esce compromessa agli occhi delle imprese che pagano il pizzo proprio in cambio di quella garanzia. È lo stesso Piromalli, del resto, a sospettare che dietro il furto ci sia un calcolo dei Furfaro per sottrarsi al pagamento della tangente pasquale. Da qui l’urgenza di un’indagine lampo: non tanto recuperare un vecchio camion, quanto ristabilire, e mostrare a tutti, che sul territorio nulla si muove senza il consenso della cosca.
Il sospettato in casa e la riunione tra cosche
Piromalli e Zito individuano rapidamente, attraverso i propri canali, gli autori materiali del furto in alcuni esponenti della comunità rom. Ma secondo la loro ricostruzione la regia sarebbe di un uomo di famiglia: Giovanni Furfaro, detto “Armani” o “u pezzaro”, figlio e fratello dei titolari delle ditte derubate. L’ipotesi dei boss è che Furfaro abbia indicato lui stesso il cantiere ai rom, con un duplice scopo: screditare la ‘ndrangheta di Gioia Tauro agli occhi delle imprese che già pagavano il pizzo, e permettere ai propri familiari di sottrarsi alla tangente lamentando il danno subito. Piromalli sospetta persino che Furfaro fosse in affari con gli autori materiali e avesse spartito con loro il bottino. Per verificare la pista, i Piromalli chiedono aiuto alla cosca Pesce di Rosarno: Zito convoca Domenico Sibio, referente del clan, e lo accompagna a parlare direttamente con Piromalli. Il confronto con Sibio allontana progressivamente i sospetti da Furfaro e li sposta, almeno temporaneamente, su altri due nomi della comunità rom: Aurelio Messineo, detto “Unghia lorde”, e i Romagnosi, padre e figlio, quest’ultimo soprannominato “quello con la motoretta”.
A caccia di un nome mai sentito
Zito riceve l’incarico di rintracciare proprio Sibio per chiedere alla comunità rom locale una mano nel ritrovamento del mezzo. Il problema è che né Zito né il suo autista Nicola Callè sanno chi sia: «gli devo trovare a Sibio… non lo conosco manco io», ammette Zito in auto. I due si affidano a un intermediario, Francesco De Bartolo detto “lo gnocco”, pregiudicato per associazione mafiosa già noto per la passata inchiesta “Bosco Selvaggio”, che li accompagna verso Rosarno facendo da staffetta con la propria auto. Lungo il tragitto, Callè indica a Zito un’area di palazzine costruite nei pressi di una scritta murata contro lo storico collaboratore di giustizia Giuseppe Scrivà, detto “Pino“: secondo i due, quel rione sarebbe stato interamente acquisito dalla ‘ndrangheta rosarnese, segno del controllo capillare che il clan eserciterebbe sul territorio anche attraverso l’edilizia.
«E’ chiaro che fu uno zingaro»
Per ricostruire i fatti dall’interno, Piromalli e Zito convocano Carmelo Cipri, nipote di Zito e dipendente della GT srl, impresa impegnata nei lavori del cantiere. Cipri ridimensiona il valore dell’autocarro rubato — «due, tremila euro» — indicando nel rame della Giardina il vero obiettivo del furto, e fornisce ai boss i dettagli sull’avanzamento dei lavori dell’hub: ottomila metri quadrati complessivi, duemila su soletta per gli uffici, il resto un unico volume «dal pavimento al tetto». Alla fine la responsabilità viene attribuita alla comunità rom di Rosarno: «è chiaro che fu uno zingaro». Ma poco prima lo stesso Piromalli aveva ammesso che qualcosa ancora non tornava: «puzza da tutte le parti… non c’è chiarezza». Il camion, intanto, viene ritrovato il 16 marzo a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia. Ma la vicenda, per i Piromalli, non è affatto chiusa: nei giorni successivi la cosca deciderà di trasformare il ritrovamento in un’occasione per un regolamento di conti ben più ampio, con le altre ‘ndrine.
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Redazione Corriere
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