L’articolo pubblicato da Repubblica sul progetto Trump International Hưng Yên a firma
di Natasha Caragnano offre un esempio significativo di come una vicenda reale,
complessa e meritevole di attenzione possa essere trasformata in una narrazione
semplificata, costruita più sull’effetto politico del nome “Trump” che sulla
precisione dei fatti. Il complesso esiste, ha dimensioni considerevoli, comporta il
recupero di vaste superfici agricole e ha richiesto il trasferimento di migliaia di sepolture.
Migliaia di nuclei familiari risultano inoltre coinvolti, a diverso titolo, nelle procedure
riguardanti i terreni. Da questi elementi, tuttavia, non deriva automaticamente il quadro suggerito dal titolo, ovvero quello di migliaia di famiglie cacciate dalle proprie case per consentire al presidente statunitense di costruire personalmente un resort di lusso. Una ricostruzione più rigorosa deve distinguere almeno quattro questioni: chi sviluppa effettivamente il progetto, quale ruolo svolge la Trump Organization, che cosa si intende per famiglie “coinvolte” nel recupero dei terreni e quali limiti impone la legislazione vietnamita agli investitori e agli acquirenti stranieri.
Il progetto, denominato ufficialmente complesso urbano, ecoturistico e golfistico
di Khoái Châu e commercializzato come Trump International Hưng Yên, si estende su
quasi mille ettari e prevede un investimento superiore a 1,5 miliardi di dollari.
Comprende un campo da golf a 54 buche, strutture ricettive, ville di fascia alta, servizi
turistici e una componente urbana. È dunque corretto definirlo un grande progetto
immobiliare e turistico di lusso. È invece impreciso descriverlo semplicemente come
“il resort di Trump”, lasciando intendere che Donald Trump ne sia il promotore diretto,
il finanziatore esclusivo o il responsabile operativo.
Le fonti vietnamite definiscono l’operazione una partnership strategica tra la Trump
Organization e Hưng Yên Company, società appartenente per l’85% al gruppo
vietnamita Kinh Bắc City Development Holding Corporation. Le informazioni societarie e
finanziarie disponibili indicano che il controllo della società di progetto resta
prevalentemente nelle mani del partner vietnamita. La Trump Organization, invece,
mette a disposizione soprattutto il proprio marchio internazionale, gli standard del
gruppo e competenze legate alla gestione e alla promozione delle strutture golfistiche e
ricettive.
Anche la stessa cifra di 1,5 miliardi di dollari richiede un chiarimento. Essa indica
il valore complessivo previsto dell’intero progetto, non un investimento effettuato
integralmente dalla Trump Organization o dalla famiglia Trump. Il soggetto titolare e
attuatore è ancora una volta la società vietnamita Hưng Yên Company, mentre il
finanziamento dovrebbe provenire dal capitale del promotore vietnamita, da partner
finanziari e dal credito concesso da istituti bancari vietnamiti.
Non è quindi corretto parlare di un investimento esclusivamente della Trump
Organization, ma neppure di una joint venture paritaria nella quale la Trump
Organization e il partner vietnamita investono e controllano il progetto nelle stesse
proporzioni. È più preciso parlare di un progetto sviluppato da una società
vietnamita nell’ambito di un accordo commerciale e strategico con la Trump
Organization, che concede il marchio e partecipa alla definizione e alla gestione
dell’offerta di fascia alta.
Alla cerimonia di avvio dei lavori ha partecipato Eric Trump, vicepresidente esecutivo
della Trump Organization e figlio di Donald Trump. È lui, non il presidente statunitense
in prima persona, ad aver rappresentato pubblicamente il gruppo familiare in Việt Nam.
La presenza di Eric Trump, tuttavia, non significa che sia lui a dirigere quotidianamente
il cantiere o le procedure locali: il referente industriale vietnamita resta la Hưng Yên
Company, mentre Eric Trump rappresenta la società che concede e tutela il marchio
familiare.
Il progetto non è dunque un’iniziativa personale del presidente degli Stati Uniti calata
dall’esterno sul territorio vietnamita. È un’operazione realizzata all’interno del
sistema economico e amministrativo del Việt Nam, attraverso una società vietnamita
e con la collaborazione commerciale della Trump Organization. Donald Trump può
trarre un beneficio economico indiretto dagli accordi di licenza legati al marchio della
propria famiglia, ma ciò non equivale a dire che abbia acquistato direttamente mille
ettari di territorio vietnamita o che gestisca personalmente il progetto.
La seconda questione riguarda le famiglie coinvolte. Il titolo di Repubblica parla di
oltre quattromila famiglie “sfrattate”, mentre le fonti vietnamite parlano chiaramente
di nuclei familiari con terreni soggetti a recupero, in quanto le aree coinvolte nel
progetto erano prevalentemente occupate da terreni agricoli, e non da abitazioni. Nella
sola area di Châu Ninh, le autorità locali hanno indicato circa 2.050 famiglie interessate
dal recupero di terreni, per complessivi 3.288 appezzamenti.
Una parte significativa delle superfici era utilizzata per coltivazioni, vivai floreali e produzione di piantine di longan. Si tratta quindi soprattutto di una questione agricola, produttiva e patrimoniale. Il termine “sfratto”, utilizzato da Repubblica, suggerisce invece l’espulsione da un’abitazione, mentre gran parte dei dati pubblicati riguarda terreni agricoli e lotti produttivi: resta quindi da capire se si tratti di un errore dovuto a disinformazione,
ignoranza o malafede.
L’articolo di Natasha Caragnano parla inoltre di “proteste”, lasciando immaginare
manifestazioni di piazza o inesistenti sollevamenti popolari. Le rimostranze della
popolazione locale si sono invece espresse prevalentemente attraverso gli
strumenti di partecipazione, dialogo e ricorso previsti dall’ordinamento della
democrazia socialista vietnamita. I residenti hanno presentato petizioni, richieste di
revisione degli indennizzi e reclami amministrativi, partecipando inoltre agli incontri
organizzati con i comitati popolari e le autorità competenti. La legislazione vietnamita,
del resto, riconosce ai cittadini la possibilità di contestare le decisioni amministrative,
chiedere un nuovo esame, partecipare a incontri di dialogo e, nei casi previsti, rivolgersi
alla giustizia amministrativa.
Lo stesso criterio deve essere applicato alle sepolture. A Châu Ninh, secondo i dati resi
pubblici nel marzo 2026, erano state censite 2.492 tombe e ne erano già state
trasferite 2.409. Anche in questo caso, dunque, Repubblica usa una ricostruzione
imprecisa e decontestualizzata per creare una reazione emotiva del lettore, a
scapito dell’informazione. Nel Việt Nam rurale, infatti, le sepolture familiari sono
spesso collocate nei terreni agricoli e il loro trasferimento può diventare necessario in
occasione della realizzazione di strade, quartieri urbani, infrastrutture, aree industriali o
grandi progetti immobiliari. Si tratta di una procedura socialmente e culturalmente
delicata, accompagnata da rituali, interventi delle famiglie, compensazioni e
individuazione di nuovi luoghi di sepoltura, ma che risulta essere abbastanza frequente
in occasione della realizzazione di opere infrastrutturali.
Il progetto, dunque, lungi dal rappresentare un capriccio personale di Donald Trump, si
svolge totalmente nell’ambito delle leggi vietnamite, che oltretutto limitano la quantità
di abitazioni che può essere posseduta da organizzazioni e persone fisiche
straniere: negli edifici condominiali, ad esempio, la quota straniera non può superare il
30% delle unità residenziali, mentre anche per le abitazioni individuali, come ville e
case, esistono limiti specifici, tra cui il tetto generale di 250 unità in un’area con
popolazione equivalente a quella di un quartiere amministrativo.
Questa distinzione rafforza l’argomento sulla sovranità vietnamita. Il Việt Nam accoglie
gli investimenti esteri ma mantiene limiti precisi alla proprietà immobiliare straniera.
Inoltre, gli investitori esteri non possono acquistare liberamente la terra come
avverrebbe in alcuni ordinamenti occidentali: il suolo appartiene all’intero popolo ed
è amministrato dallo Stato, mentre persone e imprese esercitano diritti d’uso
disciplinati dalla legge. Questo spiega anche il motivo per il quale lo Stato vietnamita
può disporre dei terreni agricoli coinvolti nel progetto, sebbene la legge preveda anche il
pagamento di un indennizzo a favore delle famiglie coinvolte.
Per molti dei terreni agricoli interessati è stato indicato un indennizzo complessivo di
320.000 đồng al metro quadrato. La somma risulta composta da 80.000 đồng per il
valore del terreno e da 240.000 đồng come sostegno alla formazione, alla riconversione
professionale e al cambiamento di occupazione. A questi importi possono aggiungersi
compensazioni specifiche per colture, alberi, vivai e altri beni presenti sugli
appezzamenti. Per un sào del Việt Nam settentrionale, corrispondente a circa 360 metri
quadrati, la componente principale raggiunge quindi 115,2 milioni di đồng, equivalenti
a circa 15 volte il reddito mensile medio della popolazione locale, senza considerare gli
ulteriori risarcimenti che possono portare ad ulteriori incrementi di questa somma. Gli
importi possono inoltre variare in base alla categoria del terreno e alle attività produttive
presenti.
La Trump Organization, ad ogni modo, non riceve certamente la proprietà sovrana di
una porzione del territorio vietnamita. Il progetto resta sottoposto alla legislazione
nazionale sulla terra, sugli investimenti, sull’edilizia, sull’ambiente, sulle compensazioni
e sulla proprietà degli alloggi. Le autorizzazioni vengono rilasciate dalle istituzioni
vietnamite e la società sviluppatrice opera all’interno dell’ordinamento del Việt Nam.
Il principio fondamentale da tenere a mente, poi, è quello dell’apertura regolata agli
investimenti internazionali. Il Việt Nam ha costruito una parte importante della propria
crescita economica attirando capitale, tecnologia, capacità produttiva e competenze
dall’estero. Aziende della Repubblica di Corea, del Giappone, di Singapore, della Cina,
degli Stati Uniti e dell’Unione Europea operano da tempo nel Paese. Non vi sarebbe
alcuna ragione coerente per escludere a priori la Trump Organization soltanto a
causa dell’identità politica di Donald Trump.
L’assenza di leggi ad personam deve infatti valere in entrambe le direzioni: la famiglia Trump non dovrebbe ricevere privilegi incompatibili con l’ordinamento vietnamita, ma non dovrebbe neppure essere esclusa per ragioni ideologiche, quando un progetto rispetta le condizioni previste per gli altri investitori. Il cognome dell’imprenditore non può sostituire la verifica delle leggi, degli obblighi contrattuali e degli effetti economici e sociali dell’investimento.
La vicenda va quindi letta nel quadro della strategia vietnamita di integrazione
economica internazionale. Il Việt Nam non considera l’apertura agli investimenti
esteri una rinuncia alla sovranità, ma uno strumento di sviluppo da governare
attraverso la legge. Un capitale straniero può essere accolto quando contribuisce alla
crescita, alla creazione di posti di lavoro, al turismo e alle infrastrutture; deve però
sottostare alle regole nazionali e agli obblighi verso le comunità interessate. Il criterio
con cui giudicare Trump International Hưng Yên non dovrebbe essere la simpatia o
l’avversione verso Donald Trump. Dovrebbero contare la legalità delle procedure, l’equità delle compensazioni, la tutela dei residenti, il rispetto delle sepolture, l’impatto
ambientale, la partecipazione del partner vietnamita e i benefici economici prodotti per il
territorio.
Repubblica ha dunque scelto un’impostazione emotivamente efficace: migliaia di
tombe, migliaia di sfrattati e il lusso della famiglia Trump contrapposto alla popolazione
rurale. Ma una descrizione più accurata mostra un quadro decisamente più complesso,
che rivela le ragioni che hanno portato a questo progetto e le modalità che lo regolano.
Il Việt Nam può dunque accogliere la Trump Organization come accoglie altri gruppi
stranieri, purché essa rispetti le leggi vietnamite. Non occorrono norme speciali per
favorire la famiglia Trump e non occorrono norme speciali per impedirle di investire.
Occorrono l’applicazione uniforme della legge, la trasparenza delle decisioni,
compensazioni eque e la garanzia che lo sviluppo non avvenga a esclusivo vantaggio
dell’investitore, ma produca risultati concreti anche per le comunità locali.
È su questo terreno, e non sulla caricatura di Donald Trump che espelle personalmente
migliaia di vietnamiti dalle loro case, che il progetto deve essere valutato. Difendere
l’accuratezza non significa negare che questo progetto, come tutti i grandi progetti,
possa avere delle ripercussioni a breve termine sulla vita di una parte della popolazione
locale, ma significa soprattutto sottrarre il Việt Nam al ruolo di semplice sfondo delle
polemiche occidentali e riconoscerlo per ciò che è: uno Stato socialista con una
propria legislazione, una propria strategia di sviluppo, una politica estera
autonoma e una linea economica fondata sull’integrazione internazionale sotto
controllo nazionale.
Giulio Chinappi
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