A venticinque anni dal vertice del Gruppo degli Otto, il segretario generale della Cgil ricostruisce il filo che unisce Genova 2001 alle guerre, all’aumento delle disuguaglianze e alla concentrazione della ricchezza. L’appello alla sinistra, alla politica e allo stesso sindacato: tornare ad ascoltare le persone, soprattutto quelle che non votano più

A venticinque anni dalle giornate del vertice del Gruppo degli Otto, Genova torna a guardare al 2001 non come a una pagina chiusa, ma come all’inizio di una lunga fase politica, economica e sociale i cui effetti continuano a segnare il presente. Nel salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, l’incontro “Genova 2001–2026. Venticinque anni dopo il Gruppo degli Otto di Genova: dalle promesse della globalizzazione alle crisi del presente” ha rimesso al centro le domande sollevate allora dal movimento contro la globalizzazione neoliberista: la distribuzione della ricchezza, il rapporto tra mercato e democrazia, il lavoro, la pace, i diritti e il ruolo delle istituzioni.

A tracciare il collegamento più diretto tra quelle giornate e l’attuale scenario internazionale è stato Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. La sua non è stata una commemorazione, ma una lettura politica di quanto è accaduto negli ultimi venticinque anni e delle responsabilità che, a suo giudizio, hanno accompagnato l’affermazione di un mercato sempre più svincolato da regole sociali e democratiche.


«Non credo che nel 2001 sia cambiato il mondo da un giorno all’altro, ma è sotto gli occhi di tutti quello che da lì si è avviato: un processo di globalizzazione che ha poi portato a un aumento delle disuguaglianze», ha affermato Maurizio Landini. A quella fase, ha osservato, si sono rapidamente sovrapposti nuovi conflitti e un mutamento radicale degli equilibri internazionali. «In quegli anni è partita anche la guerra. Dopo il vertice di Genova ci sono state le Torri Gemelle, poi l’attacco e la guerra in Afghanistan. È evidente che il processo avviato in quel momento è stato molto pesante, perché ha visto un attacco ai diritti e alla democrazia e ha imposto la centralità di un mercato senza regole che oggi sta portando disordine nel mondo».
Per il leader della Cgil, riflettere sulle giornate del luglio 2001 significa quindi interrogarsi sulle conseguenze politiche e sociali di quel modello. «Non si tratta soltanto di ricordare, ma di costruire un’analisi critica dei processi che si sono determinati. Le violenze non erano fini a se stesse, ma rappresentavano il tentativo esplicito di affermare che la globalizzazione non poteva essere contestata. Allora come oggi, il tema centrale rimane la democrazia, perché siamo in presenza di un attacco esplicito alla democrazia e ai diritti delle persone».
Il punto, secondo Landini, non è considerare irreversibile quanto è accaduto, ma comprendere quali interessi abbiano prevalso e quali alternative possano ancora essere costruite. «Non credo che siano strade senza ritorno. Significa far prevalere altre logiche e altri interessi. Che oggi ci sia una crisi delle democrazie e che siamo dentro le guerre non è un’impressione: è la realtà con cui siamo chiamati a fare i conti».
Da qui la necessità, ha proseguito, di riportare al centro la persona e la giustizia sociale. «La politica deve tornare a rappresentare i bisogni delle persone, perché quello che sta avvenendo è che la finanziarizzazione ha concentrato la ricchezza nelle mani di pochi in una misura senza precedenti. E quei pochi oggi pensano di poter governare i processi in atto, e lo dichiarano apertamente».
Il segretario generale della Cgil ha richiamato anche il potere assunto dai grandi gruppi che controllano dati, tecnologia e piattaforme digitali, indicando nelle persone vicine al presidente degli Stati Uniti Donald Trump uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. «Chi governa i dati e la tecnologia sta dicendo esplicitamente che libertà e democrazia non possono stare insieme, che la democrazia sarebbe inconciliabile con la competitività e che l’uguaglianza deve essere messa in discussione. È proprio per questo che si ripropone la necessità di un altro modello di sviluppo e di un altro modello sociale, capace di rimettere al centro la giustizia sociale, il lavoro e la redistribuzione della ricchezza».
L’alternativa evocata dal segretario generale della Cgil non si limita a una correzione del sistema esistente. La sua critica investe il principio stesso di un mercato che pretende di sostituirsi alla politica e agli Stati. «Serve un’analisi critica, ma serve anche un modello sociale alternativo a quello prodotto da un mercato senza vincoli. Quel mercato ha peggiorato le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori. I giovani vivono una precarietà che le generazioni precedenti non avevano mai conosciuto».
Il fenomeno della povertà lavorativa, ha sottolineato, non può essere considerato un incidente o una conseguenza casuale delle crisi. «Quando oggi una persona è povera pur lavorando, questo è il frutto di quel processo, non è sfortuna. La domanda che dobbiamo porci è che cosa sia accaduto in questi anni e come si possa cambiare il quadro che abbiamo davanti. Bisogna partire dalla messa in discussione della cultura della guerra, della violenza e della sopraffazione, ma anche dall’idea di un mercato libero che, senza vincoli sociali, vuole sostituirsi alla politica e agli Stati».
Per Maurizio Landini, la questione del lavoro resta quindi il punto decisivo. «La maggioranza delle persone, per vivere, ha bisogno di lavorare. Per questo il lavoro e la persona devono tornare al centro del fare politica e della definizione degli interessi generali».
Nel suo intervento il segretario generale della Cgil ha affrontato anche il tema delle responsabilità storiche della sinistra, che negli ultimi decenni avrebbe sottovalutato o accettato gli effetti del modello economico dominante. «Quando un grande imprenditore dice che la lotta di classe l’hanno vinta loro, significa che qualcosa non è stato capito. Da un certo punto di vista ha prevalso un pensiero unico. Qualcuno ha creduto che quel mercato potesse essere semplicemente mitigato, senza metterne in discussione le fondamenta».
La conseguenza più grave, per Landini, è la crisi della rappresentanza democratica. «Quando in Italia e in altri Paesi metà dei cittadini non va più a votare, significa che quelle persone non si sentono rappresentate da nessuno. E generalmente chi non vota non è chi sta meglio, ma chi sta peggio».
Il distacco dalle urne, nella sua analisi, procede insieme al peggioramento delle condizioni salariali e alla riduzione dei diritti. «È peggiorata la condizione di vita, sono peggiorati i salari e sono arretrati i diritti. Per questo dobbiamo imparare dall’esperienza, tornare ad ascoltare i bisogni e costruire una domanda di cambiamento».
Segnali nuovi, tuttavia, sarebbero già visibili, soprattutto tra le generazioni più giovani. «Negli ultimi due anni, in Italia e in Europa, qualcosa si sta muovendo. Penso ai referendum, sia ai nostri sia a quello che ha portato alla sconfitta del Governo. Penso alle mobilitazioni per la pace e a quelle contro quanto è avvenuto a Gaza ai danni del popolo palestinese. Esiste una domanda di cambiamento, soprattutto tra le nuove generazioni, che si trovano a vivere una precarietà permanente e un capitalismo privo di regole».
La scelta di molti giovani di lasciare l’Italia, secondo il leader sindacale, è un altro sintomo di un modello incapace di offrire prospettive. «Una parte rilevante dei giovani italiani se ne va dal nostro Paese proprio perché questo modello non funziona. Siamo dentro una trasformazione climatica e tecnologica che stiamo già vivendo. La domanda fondamentale è che cosa debba tornare al centro: il lavoro e la persona oppure il mercato e il profitto fine a se stesso?».
Per costruire un’alternativa, ha insistitoil segretario della Cgil, non bastano accordi tra partiti o formule elettorali. «L’alternativa si costruisce coinvolgendo le persone, con la democrazia dal basso, con l’ascolto e anche con l’umiltà di riconoscere che forse non si è capito tutto quello che è successo. Bisogna essere pronti a ricominciare insieme alle persone».
Un passaggio rilevante dell’intervento ha riguardato anche il peso reale delle forze politiche e il rapporto tra consenso elettorale e maggioranza sociale. Maurizio Landini ha richiamato i numeri delle elezioni politiche del 2022 e quelli della partecipazione referendaria, sostenendo che l’attuale Governo non possa rivendicare la rappresentanza della maggioranza del Paese.
«Nel 2022 i partiti che oggi governano hanno ottenuto circa dodici milioni e mezzo di voti. Le diverse forze di opposizione, presentandosi separate, ne hanno raccolti complessivamente circa quindici milioni. Diciotto milioni di persone non sono andate a votare. Il punto è capire come si costruisca e si dia voce a una maggioranza del Paese che oggi è sfiduciata, ha paura e non vede una prospettiva».
Nella lettura del segretario generale della Cgil, il risultato del referendum avrebbe mostrato l’esistenza di un consenso più ampio rispetto a quello raccolto dalle forze della maggioranza alle elezioni. «La prima vera prova rappresentata da un voto su una proposta sostenuta dal Governo è stata il referendum, e il Governo l’ha persa. Non è un caso. Il dato politico è che questo Governo, anche considerando la sua articolazione interna, non rappresenta la maggioranza del Paese».
Da qui l’invito rivolto alle forze di opposizione, ma non soltanto a loro. «Chi fa politica deve uscire dal politicismo e dalla sola logica dello schieramento. Deve tornare a parlare con le persone in carne e ossa e con i problemi che affrontano ogni giorno, compresi coloro che pensano che siano tutti uguali e che per questo non vanno più a votare. È questo che può fare la differenza».
L’autocritica, ha precisato Landini, deve riguardare anche il sindacato. «Vale per le forze politiche, ma vale anche per le organizzazioni sindacali. Ci sono momenti nei quali serve l’umiltà di ascoltare, di capire quello che sta succedendo e di essere disponibili a cambiare insieme alle persone».
L’incontro di Palazzo Ducale è stato promosso dalla Camera del Lavoro Metropolitana di Genova e dal Sindacato pensionati italiani Cgil Genova e Liguria, con il patrocinio del Comune di Genova, del Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università di Genova e della Fondazione Palazzo Ducale. Ad aprire i lavori sono stati Igor Magni, segretario generale della Cgil Genova, e Ivano Bosco, segretario generale del Sindacato pensionati italiani Cgil Genova e Liguria. Haidi Giuliani ed Elena Giuliani hanno portato il loro saluto all’inizio dell’iniziativa.
La prima sessione, coordinata dalla giornalista Daniela Preziosi, ha affrontato il rapporto tra la memoria di Genova 2001 e le crisi contemporanee. Carlo Stiaccini, docente di Storia dei media dell’Università di Genova, ha analizzato il racconto pubblico e mediatico di quelle giornate, mentre Alessandro Mantovani, giornalista de Il Fatto Quotidiano, e Raffaella Bolini, vicepresidente nazionale dell’Associazione ricreativa e culturale italiana, hanno approfondito il legame tra le mobilitazioni di allora e le attuali battaglie per i diritti, la pace e la giustizia sociale.
Lo scenario geopolitico internazionale è stato affrontato da Lucio Caracciolo, direttore di Limes. A chiudere il pomeriggio è stato il confronto tra Daniela Preziosi e Maurizio Landini, con una domanda che ha attraversato l’intera iniziativa: se il modello affermatosi negli ultimi venticinque anni abbia ormai esaurito la propria capacità di produrre benessere e democrazia o se sia arrivato il momento di costruire, a partire dal lavoro e dalla partecipazione, un’alternativa radicalmente diversa.
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