“Dobbiamo trovare un altro modo per andare avanti”. È il ricordo di una semplice borraccia forata da un proiettile, mostrata anni fa dall’allora presidente dell’Ecuador Alfredo Palacio durante una delicata trattativa con il Perù, ad aprire la riflessione del cardinale Pietro Parolin sul significato della diplomazia e della pace. Quel foro, memoria concreta della sofferenza provocata dalla guerra, contribuì a spezzare il circolo dell’ostilità tra i due Paesi. “Una persona ha detto basta. Nel ricordo della sofferenza patita da un proprio caro. Ha rotto il cerchio. E questo richiede grande coraggio”, ricorda il Segretario di Stato vaticano, indicando quell’episodio come uno degli insegnamenti più importanti della sua lunga esperienza diplomatica.
Intervenendo alla Festa di Avvenire e de Il Popolo a Bibione, Parolin ha ripercorso le tappe del suo servizio nella diplomazia pontificia, offrendo una lettura severa dell’attuale situazione internazionale. La conversazione è riporta dall’ ottima Lucia Capuzzi su Avvenire.
“La pace è coraggio. Coraggio soprattutto di vincere noi stessi”, afferma il cardinale. E aggiunge un invito rivolto ai leader del mondo: “Molte autorità mi dicono di essere d’accordo con la posizione della Santa Sede sulla pace. Io rispondo sempre: allora ditelo, proclamatelo, fate sentire la vostra voce”. Per il Segretario di Stato, infatti, “il coraggio della pace si trova insieme” e una richiesta corale è indispensabile per costruire “alternative alla violenza”.
Tra i Paesi che hanno segnato maggiormente il suo percorso umano e pastorale, Parolin cita senza esitazione il Venezuela, dove fu nunzio apostolico dal 2009 al 2013.
“Mi sono un po’ innamorato di quella terra intensa e del suo popolo capace di forti passioni e tanto generoso nei rapporti umani”, racconta. Proprio per questo, osserva con dolore le vicende degli ultimi anni: “Mi addolorano le sue enormi sofferenze”, aggravate dalla crisi economica e politica, dall’esodo di milioni di persone, dalle tensioni internazionali e, più recentemente, dal terremoto che ha colpito il Paese, un dramma che, sottolinea, “deve suscitare la nostra generosità”. Ma poi si lascia sfuggire un giudizio che forse andrebbe chiarito meglio perché in merito all’ attacco degli USA, che fece 100 morti,culminato con il sequestro di Maduro e Cilia Flores, ha detto che l’intervento del 3 gennaio “non ha migliorato di molto la situazione”.
Parolin ricorda anche il Vietnam come un’esperienza particolarmente significativa, dove la Santa Sede ha lavorato per ampliare gli spazi di libertà religiosa.
Lo sguardo si allarga poi alla situazione mondiale. Per Parolin il quadro è “drammatico”. Nel giro di pochi anni, osserva, si è progressivamente dissolto il sistema multilaterale nato dopo la Seconda guerra mondiale. “La forza del diritto viene sostituita dal diritto della forza”, sintetizza, richiamando anche il magistero di Papa Leone XIV. Il rischio è che la logica della potenza prevalga definitivamente sulle istituzioni internazionali costruite per prevenire nuovi conflitti.
Nonostante tutto, il cardinale invita a non cedere al fatalismo. “La pace è possibile, dobbiamo crederlo”, afferma. Essa, però, non nasce spontaneamente: è “una costruzione quotidiana e artigianale”, come ripeteva Papa Francesco. La guerra, ricorda citando il Concilio Vaticano II, nasce anzitutto “da uno squilibrio profondo che esiste nel cuore dell’uomo”, motivo per cui il primo impegno è la conversione personale e collettiva dall’egoismo.
Anche il negoziato richiede qualità precise. “Un atteggiamento di fiducia nei confronti dell’interlocutore”, spiega Parolin, insieme alla convinzione “che con lui si possa costruire qualche cosa”. Alla fiducia devono unirsi la lealtà, il rispetto dei fatti e la capacità di mettere “una forte carica umana” nel dialogo, andando oltre i ruoli istituzionali. “Solo l’umanità ci fa davvero avvicinare agli altri”.
Parlando delle crisi più dolorose, il Segretario di Stato richiama anzitutto la guerra in Ucraina. “L’attuale negoziato, che purtroppo non esiste ancora”, osserva con amarezza, resta una delle maggiori preoccupazioni della Santa Sede, che continua però a lavorare sul piano umanitario, impegnandosi “nel ritorno dei bambini ucraini dalla Russia e negli scambi dei prigionieri”. Un’azione silenziosa che negli ultimi anni ha consentito al Vaticano di mantenere aperti canali di dialogo con entrambe le parti.
Ma è il Medio Oriente il teatro che oggi suscita la sua maggiore inquietudine. Secondo Parolin, la questione fondamentale resta quella palestinese. Ricorda che la Santa Sede ha riconosciuto concretamente la soluzione dei due Stati attraverso l’accordo con la Palestina e osserva che, dopo la tragedia di Gaza, molti altri Paesi hanno seguito questa strada. Tuttavia, denuncia, “la situazione sul terreno diventa sempre più difficile”, perché la Cisgiordania “è erosa dagli insediamenti dei coloni israeliani”. Una realtà “estremamente complessa”, nella quale “sembra difficile trovare una via d’uscita”, senza però rinunciare alla speranza: “Dobbiamo forse far ricorso a un surplus di creatività”.
Infine il cardinale affronta il tema della cosiddetta “guerra giusta”. Richiamando l’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV, sostiene che questo concetto debba essere “profondamente ripensato”. Se nella tradizione cattolica la legittima difesa è stata considerata moralmente ammissibile entro limiti rigorosi, “l’attuale presenza delle armi di distruzione di massa cambia la prospettiva” e impone una nuova riflessione etica. A ciò si aggiunge un’altra constatazione: “Le guerre vengono alimentate anche da enormi interessi economici, soprattutto per quanto riguarda il riarmo. Tanti traggono vantaggio dal proliferare dei conflitti”.
Ai giovani e a quanti desiderano impegnarsi per la pace, Parolin lascia infine un messaggio di speranza: “Non rassegnatevi al pessimismo né all’ansia da prestazione. Credete al Vangelo: nulla del bene seminato va mai perduto”. Perché, conclude, “ogni gesto di bontà, ogni gesto di amore, ogni gesto di carità troverà il suo spazio”.
Chiara Lonardo
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