Più emergono particolari sull’audizione secretata di Sigfrido Ranucci davanti alla Commissione parlamentare Antimafia, più la vicenda sembra destinata a trasformarsi in un serio problema di credibilità per il conduttore di Report. Non è in discussione la gravità dell’attentato subito dal giornalista, sul quale la magistratura deve continuare a indagare senza condizionamenti. A essere messo in discussione è il modo in cui Ranucci avrebbe cercato di orientare, attraverso ipotesi e collegamenti privi di riscontri pubblicamente noti, la lettura politica di quanto accaduto.
Durante l’audizione alla commissione anti mafia, il cronista e conduttore di Report viene ascoltato per circa un’ora davanti all’organismo parlamentare: “A differenza di altri episodi legati ad inchieste” in questo contesto “non so cosa pensare e a cosa attribuirlo”, afferma Ranucci aggiungendo che “l’ordigno era qualcosa di un po’ più di rudimentale, si parla di un quantitativo di esplosivo abbastanza importante e sottolineo che si trattava di macchine a gas che, se esplose, avrebbero buttato giù una palazzina”. Giro di domande da parte dei commissari. Tra gli altri prende la parola il senatore M5s Roberto Scarpinato: “Dopo una puntata di report che riguardava la presidente del consiglio Meloni, lei ha dichiarato di essere stato pedinato su richiesta del sottosegretario (alla presidenza del consiglio ndr) Fazzolari: ci vuole raccontare meglio questo episodio e farci capire se ci può essere una connessione con quello che gli è accaduto”, gli chiede. Già diversi mesi prima, infatti, il giornalista ha parlato di un presunto ‘spionaggio’ ai suoi danni facendo riferimento a una presunta attivazione dei servizi segreti per chiedere informazioni: parole subito bollate dal sottosegretario Fazzolari come “deliranti”
Il conduttore ha successivamente precisato di non avere mai indicato Fazzolari, Fratelli d’Italia o esponenti politici come mandanti dell’attentato. Resta però il peso di una ricostruzione nella quale nomi, coincidenze e sospetti venivano accostati in un contesto inevitabilmente capace di suggerire collegamenti ben più gravi.
Da qui la durissima reazione di Fazzolari, secondo il quale starebbe finalmente sgretolandosi una «montagna di fango, allusioni e menzogne» costruita per colpire il Governo Meloni. Il sottosegretario contesta in particolare l’accusa, già formulata pubblicamente da Ranucci nel marzo 2025, di avere attivato i servizi segreti per raccogliere informazioni sull’attività del giornalista. Un’affermazione di eccezionale gravità, respinta immediatamente da Fazzolari e della quale, almeno finora, non sono stati resi noti elementi probatori conclusivi.
È proprio questo il punto. Un giornalista d’inchiesta ha pieno diritto di seguire ogni pista, anche la più scomoda, ma dovrebbe essere il primo a distinguere con rigore un fatto verificato da un’ipotesi, una confidenza da una prova, una coincidenza da un rapporto causale. Quando invece le suggestioni vengono lanciate nello spazio pubblico contro il Governo, i servizi di sicurezza e singoli esponenti istituzionali, la loro forza mediatica può produrre una condanna politica molto prima che sia possibile verificarne la fondatezza. Il caso delle allusioni ad un incontro tra il ministro Carlo Nordio e Nicole Minetti e il suo compagno Cipriani, in Uruguay, per il caso grazie concessa all’ex consigliera regionale, rivelatesi del tutto infondate, è emblematico in questo senso.
Gli sviluppi dell’indagine sull’attentato rendono questa cautela ancora più necessaria. La Procura di Roma ha concentrato l’attenzione su Valter Lavitola, indicato dagli inquirenti come possibile mandante, e sui presunti esecutori materiali. Si tratta di accuse ancora sottoposte al vaglio giudiziario e vale naturalmente la presunzione d’innocenza. Ma è evidente che la direzione assunta dall’inchiesta, almeno allo stato degli atti conosciuti, appare assai distante dal quadro politico evocato nei mesi precedenti.
Questo non significa, come ha giustamente sottolineato il legale di Ranucci, trasformare la vittima dell’attentato nel suo beneficiario o insinuare che si sia trattato di un episodio simulato. Formulazioni di questo genere sarebbero irresponsabili e lo stesso Ranucci ha presentato querela contro le ricostruzioni che, a suo giudizio, suggeriscono un “finto attentato”. Significa però chiedere conto delle accuse politiche formulate e del metodo utilizzato per accreditarle.
Anche la sua autobiografia, La scelta, aiuta a comprendere il problema. Il volume costruisce l’immagine di un giornalista che coincide quasi completamente con il proprio mestiere, chiamato continuamente a individuare la “scelta giusta” e a illuminare le verità che altri vorrebbero nascondere. La stessa presentazione editoriale insiste sulla missione di offrire ai cittadini il “romanzo crudo dei fatti” e sull’impegno per la legalità e la giustizia sociale. È una rappresentazione legittima e certamente suggestiva, ma che rischia di alimentare una pericolosa sovrapposizione tra la ricerca giornalistica e la convinzione di incarnare preventivamente la parte moralmente giusta.
Il giornalismo d’inchiesta, invece, non dovrebbe scegliere prima da quale parte stare e poi ordinare fatti, fonti e sospetti all’interno di quella visione. Dovrebbe partire dai documenti, verificare le testimonianze, cercare conferme e ammettere apertamente ciò che ancora non è dimostrabile. Quando il racconto diventa una battaglia permanente tra il giornalista e un potere considerato per definizione oscuro, ogni smentita rischia di essere descritta come intimidazione e ogni richiesta di chiarimento come un attacco alla libertà di stampa.
È questo meccanismo ad avere progressivamente trasformato Report, agli occhi dei suoi critici, da trasmissione d’inchiesta in una sorta di giornale televisivo militante. Non perché non abbia realizzato servizi importanti o sollevato questioni meritevoli di approfondimento, ma perché la selezione dei bersagli, la costruzione narrativa delle puntate e l’uso frequente della suggestione sembrano sempre più coerenti con una precisa lettura politica.
La libertà di stampa deve essere difesa anche quando disturba il Governo. Ma la libertà non può diventare immunità dalla critica, soprattutto per chi esercita un potere mediatico così rilevante attraverso il servizio pubblico. Ranucci chiede trasparenza a ministri, istituzioni e imprese: è ragionevole che lo stesso criterio venga applicato alle sue ricostruzioni.
I verbali oggi emersi non chiudono la vicenda e non costituiscono una sentenza. Aprono però una domanda che non può essere liquidata come un’aggressione politica: quanto delle inchieste e delle accuse di Ranucci nasce dalla verifica rigorosa dei fatti e quanto, invece, da una visione nella quale il Governo di centrodestra viene considerato in partenza un avversario da smascherare?
È su questa domanda che si gioca ormai la credibilità del conduttore di Report. E più che invocare complotti, censure o delegittimazioni, sarebbe utile rispondere nel merito, indicando prove e assumendosi la responsabilità delle insinuazioni lanciate.
“Si sta finalmente sgretolando la montagna di fango, allusioni e menzogne che Ranucci ha riversato contro di me nel tentativo di colpire il governo Meloni – sostiene Giovanbattista Fazzolari – Il conduttore di Report si è inventato che avrei attivato i servizi segreti contro di lui ed ha poi creato ad arte allusioni e suggestioni per accostare me e Fratelli d’Italia alla bomba esplosa sotto casa sua. Un grottesco insieme di falsità che è stato però ripreso e amplificato senza troppi scrupoli da una parte della stampa e della politica”.
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Vincenzo Caccioppoli
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