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Roma, 15 lug – La regolarizzazione straordinaria voluta dal governo di Pedro Sánchez non è più soltanto una sanatoria amministrativa. Le dimensioni raggiunte dall’operazione e le proiezioni elaborate dagli specialisti dell’immigrazione spagnola mostrano un processo destinato a produrre conseguenze demografiche, economiche e politiche molto più ampie del milione di pratiche attualmente depositate. Il governo aveva previsto circa 500mila potenziali beneficiari. Le domande presentate entro il 30 giugno sono state invece 1.174.978, più del doppio. Di queste, 609.737 risultavano già lavorate dall’amministrazione, mentre 159.097 richiedenti erano stati iscritti alla Seguridad Social grazie alla procedura.
La sanatoria del governo Sánchez è un boomerang
Ad aprile la Moncloa sosteneva di avere predisposto una macchina capace di gestire fino a 752.250 pratiche, una capacità presentata come superiore alla domanda prevista. Il dato definitivo ha smentito entrambe le valutazioni: le richieste sono risultate superiori del 135 per cento rispetto ai 500mila beneficiari stimati e del 56 per cento rispetto alla capacità operativa programmata. Non si tratta di una sfumatura statistica, ma della dimostrazione che l’esecutivo non conosceva nemmeno approssimativamente le dimensioni della popolazione irregolare sulla quale stava intervenendo. La regolarizzazione concede inizialmente un’autorizzazione annuale di residenza e lavoro agli stranieri che dimostrino di trovarsi in Spagna da almeno cinque mesi, siano privi di precedenti penali rilevanti e non rappresentino una minaccia per la sicurezza pubblica. L’ammissione della domanda permette già di lavorare legalmente durante l’istruttoria. È quindi il passaggio con cui una massa fino a ieri formalmente irregolare viene inserita nel sistema giuridico, lavorativo e assistenziale spagnolo.
Il dato più delicato riguarda però ciò che avverrà dopo. Secondo fonti dei vertici di Extranjería riprese dalla stampa spagnola e da Euronews, i ricongiungimenti potrebbero portare nel medio periodo il numero complessivo dei nuovi residenti legali vicino ai tre milioni. Altre valutazioni attribuite agli specialisti della Polizia Nazionale hanno disegnato uno scenario ancora più ampio: quattro o cinque milioni di persone nell’arco di tre o quattro anni, sommando ai regolarizzati coniugi, figli, genitori e altri familiari ammessi dalla normativa. Ovviamente, il ricongiungimento non è né naturale né automatico: richiede la dimostrazione del legame familiare, un reddito sufficiente, un’abitazione adeguata e, in alcuni casi, una precedente durata della residenza legale. Ma questi requisiti possono rallentare il processo, non cancellarne la direzione. Il punto politico non è stabilire oggi se il risultato finale sarà di tre, quattro o cinque milioni. È prendere atto che il milione di domande presentate rappresenta soltanto la prima base di una possibile espansione demografica molto più vasta.
La Polizia denuncia l’esclusione dai controlli sui migranti
A preoccupare i vertici di Extranjería non è soltanto il numero delle pratiche. Gli apparati di sicurezza contestano al governo di avere concentrato la gestione e la verifica documentale nel ministero dell’Inclusione, riducendo il ruolo della Polizia. Formalmente gli agenti non sono stati cancellati dal procedimento: il decreto impone ancora un rapporto di polizia e il controllo dei precedenti. Tuttavia, l’istruttoria e la decisione finale spettano alla struttura ministeriale, mentre le unità di documentazione devono soprattutto produrre materialmente le carte di identità per stranieri dopo l’approvazione delle pratiche. La Direzione generale della Polizia ha già dovuto predisporre un piano d’emergenza con aperture pomeridiane e nei fine settimana, ricorrendo agli straordinari degli agenti per affrontare l’ondata di permessi. I sindacati denunciano carenza di personale, sovraccarico delle strutture e problemi nei sistemi informatici. Anche Correos, coinvolta nella ricezione delle domande, è stata investita da un afflusso superiore alla capacità ordinaria. La sanatoria presentata come semplice emersione amministrativa sta quindi già richiedendo una mobilitazione straordinaria dell’apparato pubblico.
Il governo insiste sui benefici fiscali derivanti dall’emersione del lavoro nero. È vero che una parte dei regolarizzati inizierà a versare contributi e imposte. Ma trasformare questo effetto immediato in una garanzia sulla sostenibilità complessiva dell’operazione significa ignorare l’altra metà del bilancio. Ospedali, scuole, abitazioni, trasporti e servizi sociali non vengono finanziati soltanto attraverso l’iscrizione di nuovi lavoratori alla previdenza. Richiedono strutture, personale, investimenti e capacità amministrativa. Inoltre, mentre le entrate contributive finiscono prevalentemente nelle casse centrali, molti dei costi ricadono sulle comunità autonome e sui comuni nei quali la popolazione immigrata si concentra. Il rischio non è necessariamente un collasso istantaneo e nazionale, ma una pressione crescente e territorialmente squilibrata su servizi già in difficoltà. Una parte dei richiedenti si trovava già in Spagna e aveva già accesso ad alcune prestazioni fondamentali. Il vero salto quantitativo potrebbe quindi non verificarsi nella prima fase della regolarizzazione, ma con l’arrivo o la legalizzazione dei nuclei familiari. È qui che l’operazione cambia natura: da “emersione” di lavoratori già presenti a moltiplicazione stabile della popolazione residente.
Dai documenti alla cittadinanza e al voto: un percorso avviato
È impossibile separare queste proiezioni dalle parole pronunciate a Saragozza da Irene Montero, a febbraio. L’ex ministra di Podemos aveva celebrato la sanatoria indicando apertamente il passaggio successivo: ottenere la cittadinanza e il diritto di voto per i migranti. Aveva chiesto alle persone immigrate e “razzializzate” di non lasciare sola la sinistra e aveva auspicato di poter “spazzare via fascisti e razzisti” grazie alla nuova popolazione migrante. Se è vero che la regolarizzazione non concede automaticamente né la cittadinanza né il voto alle elezioni nazionali, crea però il presupposto necessario: la residenza legale. Per i cittadini originari dei Paesi iberoamericani, così come per quelli di Andorra, Filippine, Guinea Equatoriale e Portogallo, il Codice civile spagnolo consente di chiedere la cittadinanza dopo soli due anni di residenza, anziché i dieci normalmente richiesti. La sequenza delineata a febbraio da Podemos acquista quindi oggi una consistenza materiale: documenti, ricongiungimenti, stabilizzazione, cittadinanza, voto. Non tutti i regolarizzati percorreranno necessariamente l’intera strada, ma il quadro normativo rende quel percorso possibile per centinaia di migliaia di persone.
Per anni ogni discussione sulla trasformazione demografica europea è stata liquidata come paranoia o complottismo. In Spagna, invece, una parte della sinistra ha smesso perfino di negare la questione e ha iniziato a rivendicarla. Podemos parla esplicitamente di sostituzione dell’avversario politico attraverso i migranti; il governo Sánchez predispone lo strumento amministrativo che rende possibile la stabilizzazione di massa; la Polizia avverte che l’effetto reale può moltiplicarsi attraverso i ricongiungimenti. La sanatoria non produrrà tre milioni di nuovi elettori domani mattina. Ma le trasformazioni strutturali non avvengono in una notte: vengono costruite attraverso norme, procedure e automatismi che modificano progressivamente la composizione della popolazione e, infine, quella del corpo elettorale. È questo il nodo che il governo spagnolo tenta di nascondere dietro il linguaggio rassicurante dei contributi e dell’integrazione. La posta in gioco non è soltanto la gestione di chi già si trova in Spagna, ma la definizione di chi formerà il popolo spagnolo negli anni a venire.
Sergio Filacchioni
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