Legge elettorale, la “palude” salva se stessa: bocciate le preferenze, restano i soliti privilegi



Roma, 15 lug – A Montecitorio non è stata bocciata l’intera riforma elettorale. È successo qualcosa di politicamente più rivelatore: è stato respinto l’emendamento che avrebbe introdotto le preferenze, lasciando bloccato soltanto il capolista. Il risultato è stato di 188 contrari contro 187 favorevoli, a scrutinio segreto richiesto dalle opposizioni. Dai banchi del centrosinistra sono partiti applausi, abbracci e cori di «dimissioni» ed «elezioni». Una festa da curva per aver impedito agli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti.

Non tutta la Legge elettorale, ma il suo elemento più democratico

Da oggi, quindi, è possibile misurare quanta sostanza democratica rimanga dentro un sistema nel quale una parte decisiva del personale parlamentare viene selezionata dall’alto. Con il Rosatellum attualmente in vigore non tutti i deputati e i senatori sono “nominati”: circa tre ottavi dei seggi vengono assegnati nei collegi uninominali, dove sulla scheda compare un candidato riconoscibile. La parte proporzionale, però, si basa su liste corte e bloccate, senza preferenze. La nuova legge in discussione compie un passaggio ancora più delicato: elimina quasi tutti i collegi uninominali, trasforma il sistema in proporzionale e introduce un eventuale premio di governabilità di settanta seggi per la coalizione o lista che raggiunga almeno il 42 per cento in entrambe le Camere. Senza una correzione sulle preferenze, quindi, il cittadino perderebbe anche la possibilità oggi esistente di votare un candidato nel collegio, consegnando sostanzialmente tutta la selezione degli eletti alle segreterie.

L’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc cercava di correggere proprio questa contraddizione. Il primo candidato di ogni lista sarebbe rimasto bloccato, mentre per gli altri l’elettore avrebbe potuto esprimere fino a tre preferenze. Non una rivoluzione sovversiva, ma un compromesso: una quota di controllo conservata dai partiti e una quota di scelta restituita agli italiani. Governo e relatori avevano dato parere favorevole; Lega e Forza Italia, dopo settimane di resistenze, avevano annunciato il proprio sostegno. Era, paradossalmente, una proposta che una sinistra meno ossessionata dalla sconfitta di Giorgia Meloni avrebbe potuto rivendicare come propria: ridurre il potere delle oligarchie, aumentare il controllo popolare sugli eletti, spezzare il rapporto esclusivo tra parlamentare e segreteria. Del resto, persino nei documenti depositati durante le audizioni parlamentari è stato rilevato che l’assenza delle preferenze impedisce sostanzialmente all’elettore di scegliere il proprio rappresentante, lasciandogli soltanto la possibilità di votare un partito o una coalizione e alimentando lo scollamento tra elettori ed eletti.

La sinistra festeggia il suo capolavoro

Le opposizioni hanno giustificato il voto contrario contestando soprattutto le garanzie sulla rappresentanza di genere e definendo l’accordo raggiunto dalla maggioranza un «compromesso farsa». L’obiezione può essere discussa. Una norma può essere corretta, riscritta o migliorata. Ma bocciare l’intero principio della scelta individuale e poi festeggiare come dopo una finale mondiale significa anteporre la sconfitta del governo alla qualità della rappresentanza. La stessa area politica che da anni descrive l’Italia come un Paese costantemente sospeso sull’orlo della deriva autoritaria, rilanciando ogni rapporto prodotto da fondazioni, osservatori e Ong del circuito progressista transnazionale, ha salutato come una vittoria democratica la conservazione del potere di nomina delle segreterie. Lo “stato di diritto” torna improvvisamente secondario quando il diritto in questione è quello dell’elettore di scegliere chi mandare in Parlamento. Come già visto per il risultato del referendum sulla Riforma della magistratura, la soddisfazione del centrosinistra è stata interamente costruita sulla sconfitta personale della presidente del Consiglio. Schlein e Conte hanno chiesto al governo di andare a casa; altri deputati si sono abbracciati in Aula. Ma il tabellone non ha detto soltanto che Meloni è stata battuta. Ha detto che, pur di batterla, le opposizioni hanno votato compatte contro una facoltà concreta da riconoscere agli elettori.


La “palude” è soprattutto dentro casa

Sarebbe però comodo fermarsi alla contraddizione, soltanto apparente, della sinistra. Giorgia Meloni ha commentato il risultato affermando che «ha vinto di nuovo la palude», ma quella palude attraversa anche la sua maggioranza. Lega e Forza Italia avevano annunciato il sì, Fratelli d’Italia rivendicava l’emendamento, eppure rispetto ai numeri potenziali del centrodestra sono mancati circa trenta voti tra assenti, deputati che non hanno partecipato e franchi tiratori. Essendo il voto segreto, non è possibile stabilire chi abbia votato contro né conoscerne le motivazioni. Il risultato oggettivo, tuttavia, è che una parte della coalizione ha contribuito a conservare il sistema delle liste bloccate. È qui che la cronaca diventa una fotografia del regime dei partiti. Il parlamentare scelto dall’apparato deve innanzitutto il proprio seggio a chi lo ha collocato in posizione utile. Il rapporto decisivo non è con il territorio, con gli iscritti o con gli elettori, ma con la struttura che compone le liste. Il voto segreto ha aggiunto un ulteriore livello di irresponsabilità: chi ha contribuito ad affossare le preferenze può continuare a dichiararsi favorevole, senza rispondere pubblicamente della propria scelta. Le preferenze, sia chiaro, non sono una ricetta miracolosa. Possono anche favorire campagne costose, personalismi, clientele e competizione interna. Ma almeno introducono una responsabilità riconoscibile: il cittadino può premiare o punire una persona, non soltanto un marchio. Eliminare ogni possibilità di instaurare questo rapporto significa difendere il principio del Parlamento come camera di compensazione tra correnti, capibastone e segreterie.

L’ingovernabilità è prodotta dall’alto non dalla Legge elettorale

La “palude” non è semplicemente il Parlamento che discute o la maggioranza che incontra un ostacolo. È un sistema che pretende di costruire la governabilità attraverso premi, soglie e ingegnerie elettorali, ma rifiuta di costruire la rappresentanza dal basso. Produce candidati disciplinati prima delle elezioni, perché dipendono dalla nomina, e parlamentari disponibili al ricatto dopo le elezioni, perché protetti dall’opacità delle correnti e del voto segreto. Si pensa di risolvere l’instabilità attribuendo settanta seggi aggiuntivi a chi raggiunge una determinata soglia, senza affrontare la causa più profonda della debolezza politica: l’assenza di un legame reale tra eletto, territorio e comunità. La governabilità non nasce soltanto dai numeri, ma soprattutto dalla legittimità. Un Parlamento composto da persone direttamente scelte può anche essere più autonomo dalle segreterie, ma sarebbe proprio questa autonomia a rendere più trasparente il conflitto politico: ogni eletto dovrebbe rispondere a qualcuno fuori dal palazzo. Ignazio La Russa ha già annunciato che le preferenze potranno essere riproposte al Senato, dove su questo punto non dovrebbe essere possibile ricorrere nuovamente allo scrutinio segreto. La partita, quindi, non è necessariamente chiusa. Per ora resta l’immagine farsesca di Montecitorio: la sinistra che esulta per la conservazione delle liste bloccate, il centrodestra che si nasconde dietro il voto segreto e il presidente del Consiglio costretta a prendere atto che la palude si trova sotto i suoi stessi piedi.

Sergio Filacchioni

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