“Siamo Palermo. Non innocente, non pura, non assolta. Ma viva”. Dario Aita, Giusy Buscemi ed Ester Pantano lo hanno urlato ai Quattro Canti, mentre la città, compressa e sudaticcia, si muoveva come un unico corpo tra il Cassaro e il Foro Italico. Il 402° Festino di Santa Rosalia è stato questo: una notte che non ha chiesto perfezione, ma riconoscimento. Una notte in cui Palermo si è guardata negli occhi e ha detto: “Sì, siamo noi, con le nostre luci e anche le nostre ombre. Con le nostre mille sfaccettature”.
La febbre è iniziata presto, già nel pomeriggio, quando palermitani e turisti hanno riempito ogni spazio possibile, per strada ma anche su balconi e scalinate. E anche le vie laterali erano in fermento per l’ansia di riuscire a prendere i posti migliori ad ogni fermata. Il Cassaro era un fiume colorato per un rito che da secoli è sempre lo stesso, ma si rinnova ogni volta.
Le tappe del 402° Festino
A Palazzo dei Normanni, la voce di Aita ha aperto il primo quadro raccontando le origini di Rosalia: “La conquista non è poesia. È perdita, è paura, è rovine”. Eppure, da quella ferita, Palermo ha imparato a trasformare. Le luci hanno scolpito le mura come se fossero vive, restituendo la storia dei popoli che l’hanno attraversata. Arabi, normanni, bizantini. Una bellezza che trasforma il sangue in memoria, sottolineando come le dominazioni che si sono succedute hanno sempre stretto un patto con quelle conquistate, nel segno dell’accoglienza che da sempre contraddistingue questa città.

Il carro creato da Mario Cucinella ha iniziato il suo percorso verso il mare. Quando è apparso sul Cassaro, la città ha avuto la sensazione di vedere qualcosa che non appartiene solo al Festino, ma a un’idea più ampia di Palermo. Un oggetto che non consuma, ma che al contrario restituisce senso. “La notte del Festino si celebra la vita, la fede, la liberazione e l’appartenenza”, aveva detto l’architetto. E quella frase sembrava incarnarsi nella struttura arabeggiante intagliata come un ricamo normanno, nel giardino vivo che respirava sulla sua superficie.
È stato il momento in cui, come da tradizione, il carro e la statua creata da Filippo Sapienza e messa in risalto da 300 farfalle luminose ha messo d’accordo tutti: turisti, palermitani, scettici e nostalgici. E sarà un carro che continuerà a vivere, perché quel giardino – grazie al sistema di irrigazione integrato – è un pezzo di Mediterraneo che continuerà a crescere e a far respirare la città anche dopo che le luci del Festino si saranno spente.
Sul sagrato della Cattedrale, la seconda tappa del Festino si è articolata in tre atti costruiti come un’unica progressione emotiva che dal buio conduce alla coralità. Nel primo atto, La Peste, la scena era un corpo collettivo ferito: mascheroni, medici della peste, figure che si trascinavano sui gradoni, un dolore fisico e viscerale che restituiva la devastazione del contagio. Poi la piazza è cambiata: dal buio è emersa una luce ambra e, al centro del palco circolare, è apparsa La Fede, incarnata da Giusy Buscemi, che ha portato il secondo quadro dentro una dimensione più intima: «La fede non è certezza. È camminare senza vedere la strada».
Rosalia, la solitaria, diventava centro della folla. Palermo, davanti alla morte, sceglieva di non spezzarsi. E quel “Viva!” gridato da migliaia di persone non era un urlo di festa: era un atto di resistenza. Infine Il Rito, l’esplosione corale: orchestra, danzatori, coro ed Ester Pantano hanno trasformato il sagrato in una città che si rialza, con luci colorate che tagliavano il cielo, segnando il passaggio dal dolore alla bellezza condivisa, dal trauma alla comunità.
Il sacro si unisce al profano: le parole di Monsignor Lorefice
Sul sagrato della Cattedrale, l’arcivescovo Corrado Lorefice ha riportato il Festino dentro una dimensione di intimità e responsabilità collettiva, ricordando che “la fede non è certezza: è camminare senza vedere la strada”, e che Rosalia non arriva nella forza ma nel silenzio, come una presenza che non cancella il dolore ma gli dà un senso.
Ha parlato dei giovani dell’Accademia di Belle Arti e delle loro incisioni dedicate alla Santuzza, definendole voci che “si imprimono nella nostra carne”, segni di una città che chiede aria pulita, riscatto, futuro. Ha invitato Palermo a riconoscere le proprie ferite e a trasformarle in legame, a guardare “in alto” per stare meglio “qui giù”, mentre il palco si tingeva di rosa e la piazza ascoltava in un silenzio che sembrava respirare.
I Quattro Canti: Viva Palermo e Santa Rosalia!
Ai Quattro Canti, illuminati di invece di blu, tra le bandiere del Palermo che sventolavano come un omaggio spontaneo, la città si è raccontata senza filtri. “Palermo non è una razza. Palermo è un virus bellissimo che contagia chi vuole”, diceva Aita. E la folla rideva, si riconosceva, si punzecchiava. E alla fine si commuoveva. Perché Palermo è questo: un luogo che ti seduce e ti ferisce, “che ti fa dire mille volte ‘me ne vado’, ma che ti richiama appena senti un odore di mare o un ‘oh ma chi fai? Un scinni?’”
Il momento più intenso è arrivato quando la mamma di Alessia La Rosa – la piccola tifosa del Palermo che dopo aver lottato contro la malattia ha dovuto arrendersi – ha deposto un mazzo di fiori ai piedi della Santa, insieme al sindaco Roberto Lagalla. Non ha detto nulla, solo un “Viva Palermo e Santa Rosalia” che ha attraversato la piazza.
Da lì, tra balli e canti, il corteo è arrivato a Porta Felice. E quando i droni hanno iniziato a disegnare in cielo i simboli della storia di Palermo e della sua Santa la città ha trattenuto il fiato. Un racconto luminoso per immagini, una scrittura sospesa, un modo nuovo di dire ciò che Palermo è sempre stata: un intreccio di popoli. E una ferita che diventa forma.
Infine, tutta la folla si è riversata al Foro Italico. Quarantacinque minuti di fuochi d’artificio che hanno incendiato il cielo, mentre le bancarelle dello street food – babbaluci, muluni, panelle, caldume e chi più ne ha più ne metta – coloravano la notte con odori che sono parte della memoria collettiva. La folla era un mare: bambini sulle spalle dei padri, turisti affascinati, palermitani che si lamentano tutto l’anno ma che, in quel momento, non cambierebbero la loro città con nessun’altra al mondo.

Il Festino 402 si è chiuso con una Palermo che “non ha finito di cadere, non ha finito di rialzarsi, non ha finito di litigare, non ha finito di amarsi”. Una Palermo che, per una notte, ha respirato insieme. E che ha ricordato a sé stessa che, dal dramma, nasce il rito. E dal rito, qualche volta, nasce la comunità. E, allora, oggi e sempre, viva Palermo e Santa Rosalia!
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Alessia Anselmo
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