La transizione ecologica dell’industria siderurgica europea si trova a un bivio drammatico, sospesa tra l’ambizione di guidare la neutralità climatica globale entro il 2050 e la realtà di un mercato energetico e infrastrutturale che non risponde alle promesse della politica. Alla vigilia dell’atteso riesame del Sistema di Scambio delle Quote di Emissione dell’Unione Europea, la European Steel Association ha lanciato un monito senza precedenti. Pur confermando la totale adesione agli obiettivi di decarbonizzazione di Bruxelles, i produttori siderurgici europei chiariscono che lo strumento Ets, nella sua attuale configurazione, rischia di soffocare la manifattura continentale anziché incentivarne il rilancio ecologico.

Se le regole attuali non verranno calibrate sulla base delle reali condizioni operative del mercato, l’Europa rischia di raggiungere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni non attraverso l’innovazione tecnologica, bensì per mezzo della chiusura programmata dei propri stabilimenti industriali.
Divario tra investimenti privati e inerzia pubblica
Le imprese europee del comparto siderurgico hanno già stanziato miliardi di euro per la riconversione verde dei propri impianti, dimostrando una concreta assunzione di responsabilità verso l’ambiente. Ad oggi, sono state già assunte decisioni formali d’investimento mirate alla creazione, entro il 2033, di circa 35 milioni di tonnellate di nuova capacità produttiva di acciaio a basse emissioni di carbonio.
Questo sforzo colossale si scontra tuttavia con la clamorosa assenza delle condizioni abilitanti che le istituzioni europee e nazionali avevano garantito alle imprese. Axel Eggert, direttore generale di Eurofer, ha evidenziato come l’industria siderurgica sia pienamente pronta alla decarbonizzazione profonda, contrariamente a quanto dimostrato dall’Unione Europea e dalla stragrande maggioranza dei suoi Stati membri. Lo scenario attuale rende utopistico pensare che il settore possa raggiungere la neutralità carbonica entro la fine del 2033 basandosi esclusivamente sugli attuali schemi Ets e sul Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere, se questi non verranno supportati da energia pulita a prezzi accessibili, da una vera rete infrastrutturale per l’idrogeno e da un più agevole accesso ai rottami ferrosi.
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Transizione, crisi energetica e slittamento di progetti industriali
I nodi strutturali che minacciano la competitività del settore sono legati in primo luogo ai costi energetici e alla disponibilità di vettori puliti. I prezzi dell’elettricità in Europa rimangono stabilmente a livelli doppi rispetto a quelli che consentirebbero alle aziende del continente di competere ad armi pari sul mercato internazionale, con l’obiettivo di raggiungere una tariffa competitiva di circa 50 euro/MWh. Allo stesso tempo, però, l’idrogeno verde risulta ancora estremamente raro e caratterizzato da costi di gran lunga superiori rispetto al prezzo obiettivo di 2 euro/kg, mentre la promessa europea di rendere disponibili 20 milioni di tonnellate di idrogeno pulito entro il 2030 appare oggi del tutto irrealizzabile.
In questo contesto, i rischi di rilocalizzazione delle emissioni, la cosiddetta fuga di carbonio, continuano a minacciare sia i mercati domestici sia quelli di esportazione, estendendosi progressivamente anche ai settori manifatturieri situati a valle della filiera. Le conseguenze di questa asimmetria si stanno già manifestando nei piani aziendali, con una quota compresa tra i 10 e i 15 milioni di tonnellate di capacità produttiva a basse emissioni di carbonio che è già stata ritardata o temporaneamente congelata a causa del progressivo deterioramento delle condizioni economiche e finanziarie per gli investimenti.
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L’evoluzione storica e il funzionamento della riforma Ets
Per comprendere la portata delle richieste della siderurgia, è fondamentale analizzare la natura del Sistema di Scambio delle Quote di Emissione, introdotto dall’Unione Europea come principale strumento politico per limitare e ridurre i gas serra su scala industriale. Basato sul principio del cap and trade, il sistema fissa un tetto massimo alla quantità totale di emissioni consentite per determinati settori industriali, distribuendo o vendendo quote che le imprese possono scambiare sul mercato. Negli ultimi anni, l’Ets è stato oggetto di profonde riforme volte ad accelerare il percorso del Pacchetto europeo sul clima.
Il legislatore comunitario ha previsto una progressiva riduzione del numero complessivo delle quote disponibili sul mercato e, soprattutto, l’eliminazione graduale delle assegnazioni gratuite di quote per quei settori che saranno progressivamente tutelati dal nuovo meccanismo doganale sul carbonio alle frontiere (Cbam). Questa accelerazione impone un prezzo del carbonio sempre più elevato, con l’obiettivo di spingere le imprese a investire in tecnologie pulite, creando una pressione finanziaria alta se i sistemi industriali non dispongono delle infrastrutture necessarie per attuare la riconversione tecnologica nei tempi previsti dalla legge.
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Eurofer, le richieste correttive avanzate dal comparto siderurgico
In vista del prossimo riesame normativo della riforma, la siderurgia europea propone una serie di interventi mirati a riequilibrare il sistema. Eurofer chiede innanzitutto un rallentamento significativo nella progressiva eliminazione delle quote gratuite per i settori protetti dal meccanismo doganale a partire dal 2028, prolungando una fase di transizione più morbida almeno fino al biennio 2030-2032.
L’associazione sollecita inoltre l’estensione oltre il 2030 dell’attuale metodologia che regola il parametro di riferimento per il metallo fuso, una misura ritenuta indispensabile per garantire la necessaria prevedibilità finanziaria alle imprese che investono nella transizione e per incentivare le tecnologie predisposte per l’uso dell’idrogeno, come gli impianti di riduzione diretta del ferro. Un altro punto cruciale riguarda la definizione di una soluzione strutturale per le esportazioni, volta a tutelare la competitività dei produttori europei e delle industrie a valle nei mercati globali in cui non vigono vincoli ambientali analoghi.
Il nodo dei proventi finanziari e la transizione futura
L’ultimo aspetto centrale del confronto politico riguarda la destinazione dei capitali generati dallo stesso mercato del carbonio. Eurofer evidenzia la necessità stringente di reinvestire una quota nettamente superiore dei proventi dell’Ets nella decarbonizzazione dei processi industriali. Citando i dati ufficiali elaborati dalla stessa Commissione Europea, la siderurgia fa notare come attualmente meno del 5% dei proventi delle aste Ets gestiti direttamente dagli Stati membri venga effettivamente destinato al sostegno della transizione industriale.
La richiesta del settore punta a scardinare questo paradosso regolatorio, pretendendo che le enormi risorse finanziarie raccolte attraverso la tassazione delle emissioni vengano rimesse in circolo per finanziare le tecnologie innovative degli stessi comparti che sostengono i costi degli investimenti. Solo attraverso questo circuito virtuoso sarà possibile evitare che la transizione ecologica si trasformi in una deindustrializzazione forzata dell’Europa.
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