«Progettare significa mettere insieme tecnica, visione e responsabilità»


Quarant’anni di professione raccontano non soltanto l’evoluzione di uno studio di architettura, ma anche i profondi cambiamenti che hanno trasformato il modo di progettare città, infrastrutture e spazi di vita. È il percorso di Architer, società di ingegneria nata ufficialmente nei primi anni Duemila dall’esperienza professionale avviata negli anni Ottanta da Gian Arnaldo Caleffi e Antonio Biondani. Oggi lo studio opera nei settori della pianificazione urbanistica, della progettazione di opere pubbliche e private, della valutazione ambientale e del recupero del patrimonio storico, con un approccio multidisciplinare che guarda già alle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale.

Architetto Caleffi, la vostra storia professionale affonda le radici negli anni Ottanta. Come nasce Architer?

Il mio percorso professionale è iniziato nel 1980. Alcuni anni dopo Antonio Biondani ha iniziato a collaborare con me e nel 1991 abbiamo deciso di costituire un’associazione tra professionisti. All’epoca rappresentava un passaggio importante perché consentiva di superare il modello dello studio monopersonale e di organizzare il lavoro in maniera più strutturata. Successivamente la crescita delle attività e la maggiore complessità dei progetti ci hanno portato a trasformare l’associazione in una società di ingegneria, la forma giuridica più adatta ad affrontare incarichi sempre più articolati.

Oggi Architer opera in numerosi ambiti della progettazione.

Sì. Ci occupiamo di pianificazione urbanistica e territoriale, progettazione di opere pubbliche e private, valutazioni di impatto ambientale e progettazione architettonica. Sono attività tra loro strettamente collegate, perché i progetti contemporanei richiedono competenze sempre più integrate e multidisciplinari.

Quanto sono importanti le infrastrutture nello sviluppo di un territorio?

Sono fondamentali. La realizzazione di un’infrastruttura non riguarda soltanto l’opera in sé, ma coinvolge la pianificazione territoriale, la valutazione ambientale e naturalmente anche la qualità architettonica. Nel corso degli anni abbiamo lavorato su infrastrutture in Veneto, Lombardia e in altre regioni, occupandoci proprio di questi aspetti. È un ambito molto complesso, ma anche estremamente stimolante perché consente di mettere in campo tutte le competenze dello studio.

Nel suo percorso professionale c’è stato anche un impegno come amministratore pubblico. Quanto ha arricchito questa esperienza?

Molto. Ho avuto l’opportunità di mettere le mie competenze tecniche al servizio della politica e questa esperienza si è rivelata preziosa anche nella professione. In discipline come la pianificazione urbanistica esistono inevitabilmente sia una componente tecnica sia una componente politica. Comprendere le dinamiche decisionali aiuta a interpretare meglio i bisogni del territorio e a individuare soluzioni più efficaci, pur mantenendo sempre il ruolo tecnico che compete al progettista.

In oltre quarant’anni di attività la professione è cambiata radicalmente.

Quando ho iniziato era davvero un altro mondo. Si disegnava a mano sui lucidi, si realizzavano copie eliografiche e la manualità rappresentava uno strumento indispensabile del mestiere. Alla fine degli anni Ottanta è arrivata l’informatica e ha segnato una vera rivoluzione. Successivamente sono arrivati i sistemi BIM, che hanno reso possibile una gestione molto più integrata dell’intero processo progettuale, e oggi stiamo vivendo una nuova trasformazione grazie all’intelligenza artificiale.

Ricorda ancora il primo investimento nell’informatica?

Molto bene. Nel 1985 io e Antonio Biondani decidemmo di informatizzare lo studio e andammo in banca per chiedere un finanziamento di cinque milioni di lire. All’epoca rappresentava un investimento molto importante, ma era evidente che quella sarebbe stata la direzione nella quale la professione avrebbe dovuto evolversi.

Oggi state sperimentando anche l’intelligenza artificiale.

Sì, e rappresenta un cambiamento ancora più profondo. Attualmente la utilizziamo soprattutto nella fase di renderizzazione dei progetti. Per fare un esempio concreto, un render tradizionale richiede circa otto ore di lavoro; con l’intelligenza artificiale nello stesso tempo possiamo realizzarne otto. Non parliamo quindi di un piccolo miglioramento, ma di un salto tecnologico enorme, capace di aumentare produttività e qualità.

L’intelligenza artificiale può sostituire il progettista?

No, almeno oggi. È uno strumento straordinario, ma resta un supporto. Può velocizzare moltissimi processi, ma richiede sempre il controllo e la supervisione del professionista. Può commettere errori anche significativi se riceve indicazioni non corrette. La paragono a un collaboratore molto efficiente, capace di lavorare senza interruzioni, ma che ha comunque bisogno di essere guidato da chi possiede esperienza e competenza.

Lei definisce Architer una società di ingegneria, ma il cuore del vostro lavoro resta l’architettura.

Esattamente. La normativa ci identifica come società di ingegneria, ma la nostra attività è prevalentemente architettonica. Per gli aspetti strutturali e impiantistici collaboriamo con studi specializzati. Ogni progetto nasce dal confronto tra competenze differenti che devono dialogare per costruire un risultato coerente, capace di soddisfare le esigenze del cliente e di integrare architettura, strutture, impianti, acustica e tutti gli altri aspetti tecnici.

Tra i tanti progetti realizzati ce n’è uno al quale è particolarmente legato?

Per un progettista ogni progetto è un po’ come un figlio ed è difficile stabilire una graduatoria. Ognuno racconta una storia diversa. Alcuni invecchiano bene, altri vengono trasformati o addirittura demoliti perché cambiano le esigenze. Se però devo indicarne uno, oggi direi il centro servizi che stiamo completando a Palazzolo di Sona. L’ho visitato recentemente e vedere un progetto prendere forma è sempre una grande soddisfazione.

Lo studio ha maturato anche una significativa esperienza nel recupero del patrimonio storico.

Sì. Abbiamo lavorato, tra gli altri, su progetti come il Silos di Ponente e il Forte San Briccio. Intervenire su edifici storici richiede un approccio multidisciplinare ancora più rigoroso. È necessario coordinare storici dell’architettura, strutturisti, impiantisti e numerosi altri specialisti. Il mio ruolo è spesso proprio quello di coordinare queste competenze affinché tutte concorrano a un unico risultato progettuale. Anche in questo caso le procedure BIM rappresentano un supporto molto importante e in futuro l’intelligenza artificiale potrà offrire ulteriori opportunità.

Dopo tanti anni di professione avete già iniziato a immaginare il futuro di Architer?

Sì, naturalmente. Io e Antonio Biondani saremmo ormai nelle condizioni di rallentare, ma la passione per questo lavoro è ancora molto forte. Stiamo ragionando sul ricambio generazionale e sulle modalità migliori per garantire continuità allo studio. Esistono già giovani professionisti che fanno parte della struttura e che rappresentano una base importante per il futuro. Valuteremo insieme come sviluppare ulteriormente questo percorso, con l’obiettivo di assicurare ad Architer una crescita stabile anche negli anni a venire.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Matteo Scolari

Source link