Regole uguali per competere sui mercati internazionali, maggiore tutela del reddito degli allevatori, valorizzazione del latte di montagna e interventi concreti per impedire l’abbandono dei pascoli della Lessinia. Sono le richieste emerse venerdì 24 luglio al Teatro comunale di Sant’Anna d’Alfaedo, dove, in occasione della giornata inaugurale della 165ª Fiera Agricola, si è svolto il convegno “Gli effetti della politica europea sulle istituzioni locali e sull’agricoltura dei territori”.
Dopo i saluti del sindaco di Sant’Anna d’Alfaedo Raffaello Campostrini e del consigliere comunale e coordinatore dell’incontro Fabio Giacopuzzi, la serata è entrata nel vivo con il videomessaggio dell’europarlamentare Paolo Borchia, membro della Delegazione per le relazioni con il Mercosur. Una breve introduzione sul funzionamento e sul ruolo dell’Unione europea, realizzata con il materiale messo a disposizione dal Centro Europe Direct di Verona, ha preceduto la tavola rotonda, cuore della serata.
Al confronto hanno partecipato Giorgio Maria Bergesio, vicepresidente della IX Commissione permanente del Senato; Stefano Valdegamberi, consigliere regionale del Veneto e componente della III Commissione; Giacomo Gianluigi Beltrame, allevatore e vicepresidente di Coldiretti Verona; Marino Pagiusco, allevatore e socio di Latterie Vicentine; e Marco Bortignon, allevatore e vicepresidente della Cooperativa Latte Verona.
Ad aprire il dibattito è stato Bergesio, che ha richiamato il ruolo economico, ambientale e sociale ricoperto dalle imprese agricole, soprattutto nelle aree interne e montane. «Nel 2024 con la legge 24, mia prima firma, abbiamo definito come primo Paese in Europa l’agricoltore custode, l’agricoltore, l’allevatore. E ci mettiamo anche, se vogliamo, il pescatore custode dell’ambiente e del territorio. E non è una banalità, perché nella figura dell’agricoltore si racchiude il mondo, il mondo della vivibilità delle aree interne, della montagna, delle colline».
Il senatore ha ricordato il peso della filiera agroalimentare nazionale, che comprende non soltanto la produzione primaria, ma anche trasformazione, distribuzione, ristorazione e commercio. Un sistema che, secondo i dati citati durante il convegno, vale oltre 700 miliardi di euro e coinvolge più di quattro milioni e mezzo di occupati. Ogni decisione europea o nazionale sul settore, ha sostenuto Bergesio, deve quindi partire dalle conseguenze prodotte sul primo anello della filiera: agricoltori e allevatori.
Ampio spazio è stato dedicato all’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur. L’apertura dei mercati sudamericani può offrire opportunità ad alcuni comparti italiani, a partire dal vino e dalle produzioni a denominazione, ma espone contemporaneamente l’agricoltura europea alla concorrenza di prodotti ottenuti con costi del lavoro, standard ambientali e normative sanitarie differenti.
«In Italia, nell’ambito della politica europea, abbiamo chiesto con forza ed energia che venisse attuato il principio di reciprocità. Cosa significa? Significa semplicemente che i prodotti che vengono importati in Europa devono avere le stesse condizioni per cui lavorano i nostri agricoltori e i nostri allevatori, altrimenti non può funzionare, perché tu ti scontri con un mondo dove il costo del lavoro è inferiore», ha affermato Bergesio.
Il vicepresidente della Commissione Agricoltura del Senato ha inoltre richiamato la necessità di verifiche più rigorose sulle merci importate e di clausole in grado di sospendere i flussi qualora provochino squilibri eccessivi sui mercati europei. «Noi siamo d’accordo che ci sia un meccanismo di libero scambio, ma devono essere tutelati i nostri agricoltori e i nostri allevatori, perché altrimenti, oltre che portarci a casa della merce, facciamo chiudere le nostre aziende».
Sulla capacità di intervento delle amministrazioni regionali si è concentrato Stefano Valdegamberi. Il consigliere ha descritto la Regione come il terminale applicativo di decisioni assunte a livello europeo e nazionale, mettendo in guardia dal rischio che funzionari e strutture amministrative traducano le direttive in disposizioni ancora più restrittive e burocratiche.
Valdegamberi ha portato l’esempio delle diverse deroghe consentite nei Paesi europei per l’impiego di prodotti fitosanitari, con conseguenze dirette sulla competitività delle aziende venete. «Il mercato ha senso quando ci sono mercato uguale e regole uguali. Già è difficile competere perché noi viviamo in un contesto dove c’è il costo della manodopera maggiore, il costo della burocrazia, la sicurezza sanitaria e una serie di adempimenti che appesantiscono i bilanci delle aziende. Però almeno negli aspetti essenziali dobbiamo giocare la partita usando le stesse regole».
Il consigliere regionale ha evidenziato anche il paradosso rappresentato dall’installazione di impianti fotovoltaici sui terreni agricoli fertili della Pianura Padana, mentre una parte crescente dei prodotti alimentari viene importata da Paesi lontani. Una dinamica che, secondo Valdegamberi, rischia di ridurre la capacità produttiva interna, favorire gli interessi dei grandi gruppi finanziari e aumentare le emissioni generate dal trasporto delle merci.
Il problema è particolarmente delicato nelle aree montane, dove l’attività agricola produce benefici che vanno oltre il bilancio della singola azienda. «La montagna ha un valore collettivo. La funzione dell’agricoltore è quella del primo manutentore del territorio. Una volta abbandonato il territorio, una volta che vedremo le spine al posto dei prati sfalciati, non verranno più neanche i turisti e il territorio non sarà più fruibile dal punto di vista turistico».

Una posizione condivisa da Giacomo Gianluigi Beltrame, che ha ricordato le manifestazioni organizzate da Coldiretti a Bruxelles e Strasburgo contro l’accordo con il Mercosur. «Noi lo abbiamo sempre detto: non siamo contrari agli scambi commerciali. Siamo uno dei Paesi per i quali il mondo ha fame di made in Italy, lo sappiamo, e c’è anche un perché».
Il problema, ha osservato il vicepresidente di Coldiretti Verona, nasce quando le imprese italiane vengono messe in competizione con prodotti ottenuti senza rispettare gli stessi standard sanitari, ambientali, sociali e di sicurezza sul lavoro. «Abbiamo chiesto chiaramente che vengano alzate delle barriere ogni qualvolta un prodotto che arriva da fuori non rispetta le nostre stesse caratteristiche. Perché non lo riteniamo corretto: si parla di reciprocità, ma questa è concorrenza sleale».
Beltrame ha insistito sull’importanza dei controlli nei principali punti d’ingresso delle merci europee, citando il porto di Rotterdam, e sulla necessità di rendere trasparente l’origine delle materie prime. Il riferimento è anche alla battaglia condotta da Coldiretti per modificare il Codice doganale europeo, sostenuta nelle scorse settimane da numerose amministrazioni comunali della provincia di Verona.
L’attuale normativa consente infatti di attribuire l’indicazione Made in Italy a un prodotto quando l’ultima trasformazione sostanziale avviene nel nostro Paese, anche se la materia prima proviene dall’estero. «Cosce di prosciutto che arrivano dal Nord Europa vengono salate e stagionate in Italia ed escono come Made in Italy. Io, quando leggo Made in Italy, sinceramente mi immagino dell’altro», ha sottolineato Beltrame.
La trasparenza dell’etichetta rappresenta, secondo Coldiretti, uno strumento decisivo per costruire un rapporto diretto tra produttore e consumatore. L’Italia non può competere sul terreno delle grandi quantità e dei prezzi più bassi, ma può giocare la propria partita sulla qualità, sull’origine e sulla riconoscibilità delle produzioni.
La seconda parte dell’incontro ha approfondito la situazione del comparto lattiero-caseario, alle prese con una forte volatilità dei prezzi e con l’ingresso di latte proveniente da altri Paesi europei. Marino Pagiusco ha raccontato le difficoltà incontrate dagli allevatori e dalle cooperative nel programmare investimenti e attività.
Dopo un’annata particolarmente positiva, il prezzo riconosciuto ai produttori è diminuito sensibilmente, mentre i magazzini delle cooperative si sono riempiti e il potere contrattuale si è spostato verso gli acquirenti. «È impossibile programmare, è difficilissimo. Due centesimi o tre centesimi in un litro di latte fanno una grandissima differenza, perché le aziende oggi producono migliaia di quintali».
Per Pagiusco, le cooperative continuano a rappresentare una protezione fondamentale dalla volatilità del mercato. «Essere socio di una cooperativa è sempre un vantaggio. Fortunatamente ci sono cooperative come Latte Verona, Latterie Vicentine e Latte Busche, che riescono a tenere il timone. Se non ci fossero, tutti i produttori sarebbero soli davanti al mercato».
La cooperazione permette inoltre di garantire maggiore trasparenza nella formazione del prezzo e di mantenere una forza contrattuale anche nei confronti degli operatori privati. Un ruolo determinante per assicurare una prospettiva ai giovani che intendono proseguire l’attività delle famiglie.
Per Latte Verona, la risposta alla concorrenza delle produzioni estere passa soprattutto attraverso la differenziazione. «Se produci del latte uguale al latte che viene dai Paesi esteri non siamo competitivi, l’abbiamo capito subito. Ecco che allora abbiamo messo in piedi un progetto molto interessante, che è il progetto Latte Fieno», ha spiegato Marco Bortignon.

Il progetto coinvolge attualmente una decina di allevatori della Lessinia e prevede che il latte venga prodotto nelle zone montane attraverso un’alimentazione degli animali basata su fieno e mangime, senza insilati. Un disciplinare che consente di distinguere il prodotto, valorizzarne il legame con il territorio e riconoscere agli allevatori una remunerazione superiore.
«Con questo progetto riusciamo a dare cinque centesimi in più agli allevatori che producono questa tipologia di latte fieno, che corrispondono a circa il 10% in più del prezzo attuale di mercato», ha dichiarato Bortignon.
La Cooperativa Latte Verona continua inoltre a raccogliere latte nelle malghe e nelle zone più difficilmente raggiungibili, sostenendo costi logistici molto più elevati rispetto alla pianura. In alcuni casi i trasportatori percorrono mezz’ora di strada per ritirare appena due o tre quintali di prodotto. Un servizio che non risponde soltanto a criteri economici, ma alla missione mutualistica e territoriale della cooperativa.
«Se noi come cooperativa non abbiamo la forza di portare del reddito qui in montagna, ed è questo il nostro spirito e la nostra missione, avremo fallito. Dobbiamo sempre ricorrere a nuovi progetti e a nuove sfide, perché altrimenti la cooperativa, se è fatta solo per produrre, perde il suo fine».
Valdegamberi ha riconosciuto il valore dell’esperienza di Latte Verona, sottolineando che i costi di raccolta possono incidere in montagna per tre o quattro centesimi al litro, contro circa un centesimo nelle aree di pianura. Da qui la necessità di valutare nuovamente contributi per il trasporto e forme di sostegno pubblico alla promozione del marchio Latte Fieno.
Sul prezzo del latte è tornato Bergesio, ricordando il peso di un comparto che in Italia vale circa 31 miliardi di euro e conta approssimativamente 30 mila allevamenti. La produzione nazionale è aumentata negli ultimi anni, arrivando a coprire una quota molto elevata del fabbisogno, ma il mercato continua a essere esposto a forti oscillazioni.
Il senatore ha ricordato la riattivazione del tavolo nazionale della filiera e la partenza di una campagna promozionale per il latte italiano. Tra le ipotesi allo studio figura anche la trasformazione del latte in eccesso in polvere, oggi largamente importata dalle industrie alimentari italiane.

La questione centrale rimane tuttavia la sostenibilità economica della produzione. «Deve entrare in vigore quello che chiediamo ormai da tempo: l’allevatore o l’agricoltore non può vendere sotto i costi di produzione. Qualcuno ha venduto il latte a 30 centesimi: è di una gravità assoluta».
L’ultima parte del convegno è stata dedicata alla fauna selvatica e, in particolare, alla presenza del lupo. Il tema è strettamente collegato all’economia delle malghe e alla permanenza degli allevatori in montagna. Predazioni ripetute e difficoltà nella protezione degli animali possono infatti determinare l’abbandono dei pascoli, con conseguenze sul paesaggio, sul turismo e sulla manutenzione del territorio.
Bergesio ha illustrato la riforma della legge nazionale sulla fauna selvatica, già approvata dal Senato e passata all’esame della Camera. «Noi abbiamo modificato questa legge inserendo non soltanto protezione, ma gestione. La gestione parte dal concetto della biodiversità, perché se tu non gestisci l’habitat non hai la biodiversità».
La modifica dovrebbe rafforzare i piani regionali e consentire interventi più efficaci, anche alla luce del passaggio del lupo da specie rigorosamente protetta a specie protetta. Secondo Bergesio, una volta completato l’iter legislativo, le Regioni maggiormente interessate dal fenomeno dovranno approvare rapidamente i propri strumenti di gestione.
Più critica la posizione di Valdegamberi, secondo il quale in Veneto si è discusso molto ma si è intervenuti poco. Il consigliere ha ricordato che la Lessinia è stata riconosciuta come area particolarmente esposta alle predazioni. «La Lessinia è hot spot nazionale: significa che è un luogo dove non c’è bisogno di dimostrare il problema, perché abbiamo avuto un numero di predazioni, in rapporto al territorio, che non ha confronti».
Per Valdegamberi è necessario superare la fase dei monitoraggi e delle sole misure preventive, stabilendo il numero di animali compatibile con le caratteristiche del territorio. «È ora di passare a un’azione, come fanno in Austria, in Svizzera, in Germania e in Svezia, di contenimento. Occorre anche coraggio politico».
Un richiamo condiviso da Beltrame, che ha ricordato gli incontri promossi da Coldiretti Verona con l’assessore regionale all’Agricoltura Dario bond per far conoscere direttamente le caratteristiche della Lessinia e ascoltare le aziende colpite dalle predazioni.
«Quando arriviamo a stufare le aziende, che poi non vanno più in alpeggio, si elimina un territorio, un paesaggio e un ambiente per il turista. Il problema torna anche nei bilanci dei Comuni, che non riescono più ad affittare le malghe. Questo Paese ha bisogno di grandi interventi, anche coraggiosi», ha dichiarato il vicepresidente di Coldiretti Verona.
In chiusura, il confronto ha affrontato il tema del ricambio generazionale e della manodopera. La tecnologia ha ridotto una parte del lavoro manuale attraverso robot di mungitura e impianti automatizzati, ma gli investimenti richiesti sono consistenti e rimane difficile trovare persone disponibili a lavorare negli allevamenti.
«A casa mia abbiamo fatto una scelta importante quindici anni fa: o si chiudeva l’azienda o si investiva pesantemente. Abbiamo scelto la seconda strada», ha raccontato Bortignon. «Il lavoro manuale è stato sostituito anche da macchinari innovativi, ma oggi il grosso punto interrogativo dell’agricoltura è reperire la manodopera. I giovani devono avere l’obiettivo di modernizzare e strutturare la propria azienda, altrimenti è impossibile pensare che restino a fare quello che facevano i nostri genitori».
Dal pubblico è arrivato infine un richiamo al peso della burocrazia, agli adempimenti spesso contraddittori e alle norme ambientali che, nate per proteggere determinati habitat, rischiano di impedire il pascolo e favorire l’avanzamento della vegetazione spontanea. Un interrogativo che sintetizza il senso dell’intera serata: senza condizioni economiche sostenibili e norme applicabili, la Lessinia potrebbe perdere progressivamente le attività che per secoli ne hanno costruito e custodito il paesaggio.
Il convegno di Sant’Anna d’Alfaedo ha mostrato come politiche commerciali, prezzo del latte, cooperazione, burocrazia e fauna selvatica siano parti della stessa questione economica. Garantire redditività agli allevatori non significa soltanto sostenere una categoria produttiva, ma mantenere vive le malghe, proteggere il territorio, alimentare il turismo e creare le condizioni perché una nuova generazione possa scegliere di continuare a lavorare nella montagna veronese.
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Matteo Scolari
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