Adolescenti e disagio digitale, il “dilemma dell’età” che la politica non sa affrontare


1 – La natura del disagio digitale e “curva di attenzione e intenzione”

Sta esplodendo in Italia e in Europa la problematica del disagio digitale inteso come abitudine di eccessivo uso o di abuso dello strumento elettronico, di qualunque formato. La questione pone alcuni interrogativi circa la modalità con cui la discussione si sta sviluppando. Innanzitutto, il problema coinvolge lo sviluppo dell’età evolutiva (bambini, adolescenti e giovanissimi) e ad esso resta limitato per un uso eccessivo o si snoda lungo i percorsi della crescita fino ad interessare larghe fasce anagrafiche coinvolgendole in un abuso che valica i confini della normalità (spesso 5-6 ore giornaliere, ossia circa la metà del tempo diurno)? La seconda domanda che ci si pone è quale sia la “normalità” e se esista, il range della logica possibilità di uso del digitale.

I confini sono incerti: infatti l’uso del digitale coinvolge l’attività lavorativa in età adulta (e non solo) in tutti i suoi aspetti. Dallo smart working iscrivendosi in una modalità di attività socialmente utili e doverose alla piena utilizzazione dell’AI con indubbi benefici sui tempi di sviluppo delle filiere produttive e sull’efficacia della produzione industriale e che per questo necessiterebbe di attenzione da parte delle aziende a difesa dei segreti aziendali e/o della privacy visto il double use da parte di molti lavoratori. Perché i prompt sono cessione di informazione e conoscenza. Quindi, la discussione sull’AI non verte tanto sulla contestazione a priori della metodica quale consapevole e condiviso strumento per ridurre i tempi di lavoro e aumentare il rendimento lavorativo e la sua efficacia.

Oggi quale scrittore, o operatore culturale, oppure docente o lavoratore non ricorre alla tastiera per comporre libri, digito-scritti, gli stessi spartiti musicali o i programmi software o qualsiasi altra attività di regolazione e controllo? La stessa editoria ha sostituito con il digitale la composizione dei volumi abolendo la linotype e il piombo dopo aver creato migliaia di decessi per saturnismo dei compositori delle piastre da ricalco. Si potrà discutere delle possibili alterazioni che l’uso del digitale evoca nei soggetti costretti a lavorare oltre misura sullo schermo, sulla induzione di elettromagnetismo che può arrecare alterazioni ECG grafiche di eccitazione e quindi una misura di prevenzione del rischio lavorativo da schermo è quello di apporre filtri, usare occhiali o altre misure empiriche come diluire il lavoro con periodici stop ogni 2-3 ore ininterrotte anche perché (oltre alla salute) la curva di efficienza scende inesorabilmente, come avrebbe detto Henry Ford nel 1910.

In funzione del calo della curva di attenzione oltre  a quella del benessere dopo aver provato (sbagliando) a separare ( con la catena di montaggio) corpo, mente e coscienza e  che nei mondi digitali si ritorna a volere manipolare agendo sulle scelte accoppiando smart-phone e social piegando mezzi verso fini. Siamo ai nodi del disagio digitale.

Quello di cui discutiamo oggi è allora l’alterazione dei rapporti sociali che l’uso prolungato dello schermo, non utilizzato come una monade chiusa, ma usato per colloquiare con altri offre in termini di sicurezza, stabilità della propria identità, possibilità di alterazione della propria autonomia decisionale, tutti elementi espressivi di debolezza e incertezza che negli adolescenti e giovanissimi può offrire il fianco a erosione della propria capacità critica e indebolimento di una ancora non formata personalità vista l’immaturità della corteccia prefrontale che si stà consolidando e di un circolo dopaminergico altamente gassoso o liquido, volatile.

Il punto dunque diventa quando l’adolescente matura la propria capacità critica, se il raggiungimento avviene presto o tardi, se questa resta consolidata malgrado le numerose aggressioni o insulti che essa riceve dal confronto con altri soggetti indipendentemente dall’età e dunque con impatti sulla curva dell’intenzione dovendone riscontrare l’ostruzione per frantumazione deviante dei processi decisionali spesso in larga parte delegati alla macchina-automa che come noto non ha fini, nè consapevolezza, né alcuna coscienza. Ma per questo non è neutrale come alcuni vorrebbero suggerire (transumanisti) e come ben delineata nella critica politica di Leone IV nella Magnifica Humanitas all’AI  e alla centralizzazione del suo controllo per il potere.

2 – Attori educativi, fasi evolutive e scaffolding nella“società aperta”

Il processo è noto sin da epoche anteriori e non digitali né industriali  e infatti già Socrate annota che la capacità di interdizione e di modificazione della personalità del giovane (con qualunque strumento realizzabile) fu intesa come reato alla persona degno della cicuta. Non ci sono dubbi che permeare una personalità con strumenti “motivazionali” comporta – nei docenti e nei familiari che in fondo sono i primi docenti del giovane che si apre al mondo delle relazioni sociali – responsabilità che la Psicologia dell’età evolutiva cerca di evocare  e ai quali fare riferimento per evitare errori. Un libro dal sapore antico diceva “Gli insegnanti sbagliano” aforisma eccessivo ma che reca in sé, in nuce, il dramma che attanaglia il giovane docente o il giovane genitore che ha paura di dare gli insegnamenti erronei  e scivolando nelle derive semplicistiche dei Si o dei NO, oppure dei silenzi.

Negli anni passati le teorie della libera crescita del giovane privo di steccati o di paletti, liberamente e/o rovinosamente avviato all’autodidattica ha portato numerosi errori soprattutto per la non comprensione della necessaria transizione dell’umano dalle pulsioni, alle passioni, alle scelte dei sentimenti morali verso decisioni-azioni consapevoli. Inconsapevole protagonista di questo psicodramma fu il Dr. Benjamin Spock. Una delle tesi di Spock fu infatti la necessità di una maggiore flessibilità da parte dei genitori verso i propri bambini; per questo i critici lo accusarono di aver incoraggiato una deriva permissivista e di aver contribuito a creare tutta una generazione, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, di genitori assenti e privi di autorità, schiavizzati dai propri figli viziati e annoiati (i cosiddetti baby boomers).

Le sue teorie ebbero applicazioni le più diverse in eccesso o in difetto come spesso avvenuto nei paesi occidentali negli anni del dopoguerra specie gli anni sessanta e settanta, forse quei decenni più inclini alle trasformazioni giovanili dei “ Figli dei Fiori” o della “generazione di Berkeley”. Ma noi (adulti, genitori o insegnanti o allenatori di squadre sportive o confessori negli oratori) volenti o nolenti costruiamo prima con un modeling dell’agire imitativo (madre-figlio/a) e poi con uno scaffolding (impalcatura) – seguendo lo psicopedagogista Lev Vygotskij  – già nel grembo della madre e attorno al bambino per arrivare via via al tetto della stabilità e dell’indipendenza (dal modeling, allo scaffolding e al fading). La casa verrà poi arredata e personalizzata in base a contenuti e scelte estetiche proprie.

Arrivando infine a togliere quell’impalcatura e avviando quel bambino all’età adulta post evolutiva appunto, e ad essere autonomo, adulto  e indipendente e in grado di prendere con consapevolezza le proprie scelte conoscendone le conseguenze. Modeling e scaffolding nei quali possiamo incorrere in errori per fragilità e debolezze o eccessivamente procrastinato con un fading che si allontana. L’uscita di casa dei giovani nord-europei è ormai tra 16 e 18 anni, mentre gli italiani li ritroviamo spesso fino a 35 anni in casa con la mamma (anche per motivi economici a tutta evidenza ma non solo), sottraendo capacità e potenziali per sviluppare esperienze ed errori, disimparando ad auto-correggersi responsabilmente. Potenziali che si accendono solo nell’esperienza e che lo scaffolding dovrebbe aiutare a sviluppare e riconoscere e poi ad utilizzare con la fase del fading.

È allora noto che scientificamente distinguiamo nelle diverse fasi evolutive della crescita quelle fasi identificabili nella cognizione critica che il bambino, adolescente o giovane assumono: la prima e quella più importante è la fase della Cognizione del sé, l’apprezzamento del proprio corpo in crescita, fase che è difficile inscrivere in un arco temporale preciso.

È certo che inizi con il primo anno o addirittura secondo alcune scuole di pensiero già nei mesi prenatali, ma non sappiamo quando possa finire, di sicuro quando la relazione sociale del bimbo/a inizia a fuoriuscire dal nucleo familiare dei fratelli/sorelle (società chiusa) e si estrinseca nella società aperta del mondo prescolastico e scolastico, quindi lo intercettiamo in un periodo che va tra i 2-3 e i 6-8 anni.

È proprio in quel periodo che la socialità diventa articolata e fa registrare al bambino la presenza di più attori oltre ai genitori: insegnanti, controlli scolastici, comportamenti differenti tra maschi e femmine, quindi diversità di sesso non più anatomico ma comportamentale. Il bambino/a comincia a capire la tipologia di ragionamento dell’altro sesso, le articolazioni cognitive si arricchiscono di nuove acquisizioni in sé e di nuove metodologie cognitive, si consolida il riconoscimento di sé e dunque una prima consapevolezza.  Siamo ai materiali costruttivi dello scaffolding che si fanno da impliciti in espliciti e codificati e dunque “replicabili” per contesti assimilabili.

Nasce in questa fase adolescenziale – per esempio – il rapporto con il libro, uno strumento che può catturare il desiderio di apprendere ma anche evocare la sensazione della fatica che si fa ad apprendere (e al rifiuto se male trasmesso), assieme al piacere della scoperta assieme al senso di protezione della favola della madre prima del sonno e di affrontare il buio. Il dual mechanism si tramuta spesso in trappola perché c’è chi resiste alla seduzione di non aprire il libro per sfiducia in sé stessi o per sfida nell’imposizione alla lettura.

Come si vede,  il giovane nella infanzia post-scolare (ossia dopo i 6 anni) si trova spesso davanti a sfide duali caratterizzate da bivi che impegnano la scelta: accetto l’imposizione o no deviando per una strada alternativa? Studio, accettando l’imposizione o accetto la sfida alla ribellione di fronte all’autorità materna/paterna e poi dell’istituzione scolastica e dell’insegnante.

Lo scaffolding continua a lavorare costruttivamente, ma non necessariamente con efficacia in funzione di contesti, culture, istruzione, sensibilità di genitori-insegnanti-educatori spirituali. Dove sta la soluzione e quindi l’errore? Nel non indurre il giovane ad una scelta ottimale che è quella di avere maggiori cognizioni  ma lasciandolo “solo” in una sua libera decisione.

È certo questa una fase delicata nella quale intervengono uno o più fattori individuali e caratteriali di una psicologia del giovane che va individuata da genitori attenti o da insegnanti sagaci e sensibili avviando il processo di decostruzione dello scaffolding. Fase delicata dove “nulla si dovrebbe lasciare al caso”, accompagnando il giovane ad imparare a decidere attraverso uno strumento digitale che impone altri attori sconosciuti nella sua vita (spesso impersonali) e dunque evitando la delega in bianco ad altri dello scaffolding.

Ecco che interviene il fattore Conoscenza degli interlocutori. Genitori, compagni e insegnanti sono attori conosciuti dal giovane mentre quelli del web sono “maschere digitali” che possono divenire avatar ( o agenti) e impressioni fasulle prive di attrattività ma che appaiono come soluzioni verosimili, e che semplicemente attraggono una attenzione distorta con occlusioni dell’intenzione e dunque per distorsione della volontà in forni di una “realtà surrogata” e di “verità apparenti”.

3 – L’oggi digitale verso dove, con chi e perché nel “dilemma dell’età

Ed eccoci all’oggi e al dilemma dell’età nella quale decostruire lo “scaffolding” dell’età evolutiva: numerosi Paesi come Australia, Francia e GB e di recente anche Italia si pongono la necessità di una normativa che imponga una data non prima della quale viene vietato l’uso dello strumento digitale. Appaiono in evidenza due considerazioni: A – la prima è che la legislazione che blocca o quella che applica divieti e dunque sanzioni funziona esattamente come per i limiti di velocità sulla strada. Imponendo il limite dei 110 km/h il Ministro Enrico Ferri credeva in una buona operazione che tuttavia portò, nei primi anni di applicazione, aumento della mortalità sulle strade perché la legge limitava alle autostrade ma ci si accorse dopo che il 76% dei decessi avviene in città e tuttora i sindaci fanno fatica a imporre il limite dei 30Kmh urbani perché impopolare, anche se accresce il commercio (sempre più desertificato) e riduce l’inquinamento dei centri storici e la loro vivibilità e sicurezza.

B – La seconda è che sanzionare significa per un giovane in crescita evocare il concetto di sfida e quindi il principio della psicologia dell’età evolutiva si rifà all’educazione del giovane perché quella misura di limitazione debba essere praticata, ma che va fatto anche ricorrendo a strumenti alternativi come le nudge policy. Allora bisogna ricorrere a migliori pratiche, quali l’impiego del parental control (che non ha funzionato anche perché aggirabile) o individuare  – di concerto con i giovani coinvolgendoli – qual è il momento opportuno per consentire l’uso del Digitale.

Come dire, inizio a guidare una utilitaria a bassa velocità. Già ma quale digitale, quello utile con tastiera e capacità di utilizzo degli strumenti matematici per facilitare lo studio della statistica, materia del tutto ignorata dai giovani, o l’uso dei social media limitati alla acquisizione delle News sui vari fronti di interesse (politica, letteratura, motori, moda, o sesso e ancora altro che possa servire per tradurre le Informazioni in Cognizioni Formative)? Tutto questo può andare bene fino all’adolescenza quando il mondo sociale non basta più e ci si vuole aprire a quello che il web apparentemente offre. Allora il pericolo diventa come la guida di una Hypercar senza sistemi di controllo e quindi ad inevitabile crush.

A questo punto può scattare il divieto e la sanzione ad hoc di utilizzo dei social. Divieti che non possono essere attivati efficacemente senza coinvolgimento delle piattaforme che anzi agiscono in senso contrario per generare traffico (e attrarre pubblicità e inserzionisti), polarizzando ed estremizzando linguaggi e comportamenti (tra bullismi, violenza, revenge porn, ecc.) e per questo vengono sanzionate (in Europa) o controllate (come in Russia o Cina ma soprattutto per motivi politici e ideologici).

Ma in questa escursione temporale siamo arrivati ai 16 anni in cui la giovane è ormai donna e il giovane una persona che sta maturando la sua espressività. A quel punto la strada della psicologia dell’età evolutiva si trasforma in psicologia umana, il giovane sa per certo quali errori può commettere e quali sanzioni essi possono comportare, dal piccolo furto al piccolo sgarro nei confronti di un suo simile fino all’omicidio per cui merita l’ergastolo. 16 anni come al tempo dei film vietati quando scabrosi  e non 3 anni.

Perché come abbiamo visto al terzo anno d’età più un giorno il bimbo è ancora tale con 200 vocaboli disponibili per esprimersi e che a malapena inforca gli spaghetti o impugna un cucchiaio, ancora incapaci di reazioni integrate tra aree cognitive, modalità vocali  e immaginazione  espressiva ancorché in termini sociali-relazionali. Anche se il tempo medio europeo è diverso come per i gradi centigradi nelle città del Continente, per avere certezza di trovare una data esatta – o meglio adeguata  e compatibile –  entro la quale (non certo prima) si potrà trovare una mediana di responsabilità critica. Le variabili sono quantitativamente e qualitativamente troppe per una data esatta anche per relazioni e interdipendenze dinamiche tra le stesse (e che vanno indagate).

La latitudine dei paesi che vanno dal Circolo Polare al 30° parallelo dei paesi caldi dove la maturità delle giovani è precoce e il clima caldo e mite induce uno stile di vita simil-mediterraneo con tempi e tradizioni più lente. Dove lo stesso sviluppo endocrino crea anticipi inattesi, gravidanze precoci anche se la fecondità resta alta ma la fertilità bassa.

Dove lo stesso stile alimentare mostra sorprendenti variazioni per cui il “primo bicchiere” ossia l’iniziazione al bere alcolici è più precoce come in Italia, Grecia, Spagna e Portogallo. Dove la mediana della contrazione di matrimoni o convivenze resta alta per impossibilità all’accesso ad una occupazione stabile, alla casa e al mantenimento. Queste le variabili primarie che tuttavia possono essere sconvolte dalle immigrazioni di massa atte innanzitutto a decostruire i dettami della demografia attuale.

Giocano le condizioni socioeconomiche e il GDP pro capite che sposta i termini della questione non foss’altro che per la presenza di attività scolastiche private più performanti rispetto a paesi dove esse occupano un ruolo minore.

Difficile dunque stabilire se 16 anni siano sufficienti per assicurarci un buon punto di inserimento del limite già nelle Satire di Orazio, quos ultra citraque nequit non potest consistere rectum. Dovrebbe essere un limite su misura ma è impossibile predirlo e tuttavia dobbiamo assumerci un rischio come per la “buona Governance” partendo dalle evidenze scientifiche disponibili e non dalle esigenze elettorali o securitarie che non assicurano nulla e avendo la collaborazione di famiglia, scuola e soprattutto piattaforme. Ma solo queste ultime possiamo e dobbiamo sanzionare ove utile e/o necessario, il resto è parte del processo dell’educare ad educare.

Ma la scelta dei tre anni resta una incredibile congettura senza fondamenti scientifici a spese di un bimbo che appena balbetta e viaggia sul triciclo e sul quale dovremmo lasciarlo libero di correre!

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Luciano Pilotti

Source link