L’Oman, la proposta all’Iran su Hormuz e la sponda cinese


L’Oman torna in campo con una proposta di apertura alla navigazione dello Stretto di Hormuz volta a frenare la conflittualità tra Usa e Iran in un contesto di grande stallo, ove il memorandum di pace di Islamabad è collassato ma sono fermi anche i raid che per circa due settimane sono imperversati tra Repubblica Islamica e Paesi del Golfo. E si può intravedere nella filigrana del tentativo di risolvere la crisi scoppiata il 28 febbraio scorso con l’assalto israelo-americano a Teheran la dinamica plasmata da una rinnovata relazione tra l’Oman e un attore irrinunciabile del sistema-mondo: la Cina.

La proposta dell’Oman

Andiamo con ordine. Oggi Reuters riporta che l’Oman si è fatto latore all’Iran di una proposta appoggiata dalle petromonarchie arabe che aprirebbe alla ripresa della navigazione presso lo Stretto di Hormuz senza concedere a Teheran la potestà esclusiva sulle sue acque. “La proposta si basa sullo Stretto di Malacca, dove coloro che utilizzano lo stretto contribuiscono volontariamente al finanziamento della navigazione, della protezione ambientale e delle operazioni di ricerca e salvataggio”, scrive la Reuters citando fonti del Golfo (non specificato il Paese). Il fatto si presa a interessanti considerazioni.

Il primo è il rilancio del ruolo di mediatore dell’Oman che, affacciandosi sul Golfo a cui da il nome, contribuisce assieme all’Iran a custodire una delle porte d’accesso dello stretto che porta al Golfo Persico. L’Oman è stato il pivot diplomatico che ha contribuito a facilitare i colloqui nucleari del 2013-2015 e il primo, esplicito mediatore tra Usa e Iran prima delle due guerre del 2025 e del 2026. Il Paese, che si mantiene da sempre osservante di una stretta neutralità, si somma a Qatar e Pakistan nel folto novero di Paesi che hanno interesse a una de-escalation.

La sfida degli stretti e dei canali marittimi

Il secondo dato è il richiamo a uno schema che potrebbe esser ben conosciuto dalla Cina. Pechino ha un occhio di riguardo per Malacca, stretto che abilita una quota fondamentale della sua prosperità e da cui passano ogni anno merci e prodotti per 3.500 miliardi di dollari di valore, inclusa la stragrande maggioranza delle importazioni di petrolio e materie prime della Repubblica Popolare. Il “dilemma di Malacca”, la dipendenza della Cina dai corridoi marittimi stretti degli oceani contesi del mondo globalizzato, è un annoso problema strategico che fa di Pechino una primaria sostenitrice di qualsiasi logica di gestione multilaterale delle vie d’acqua più critiche, oggi sempre più decisive su scala mondiale. Va dunque letta con prospettiva strategica l’ampia analisi realizzata da Responsible Statecraft sull’avvicinamento sistemico tra Oman e Cina, ricca di spunti su un rapporto da non sottovalutare nel Medio Oriente contemporaneo.

La testata del Quincy Institute ha dato la notizia dell’incontro avvenuto a Pechino il 16 luglio tra il viceministro degli Esteri cinese Miao Deyu e il segretario generale del Consiglio di sicurezza nazionale dell’Oman, Idris Abdulrahman Al Kindi. Un bilaterale importante per le rispettive proiezioni suilla questione di Hormuz che viene letto come un tentativo dell’Oman di variare le proprie direttrici di politica estera.

Cina e Oman sempre più vicini

Responsible Statecraft riporta che anche se “non mira a un radicale allontanamento dall’Occidente, ma spera di preservare la propria autonomia strategica e rafforzare la propria resilienza in un mondo sempre più multipolare”, l’Oman sta costruendo una diplomazia su più vettori e “il suo rapporto in espansione con la Cina è un elemento cruciale di questo programma, poiché Mascate cerca di ottenere maggiore flessibilità senza abbandonare i suoi consolidati legami di sicurezza con gli Stati Uniti“. Per l’Oman, la centralità diplomatica consente di preservare questo delicato equilibrio che lo rende, di fatto, una Svizzera del Golfo; per la Cina, l’imperativo strategico è quello della fine del conflitto e della volontà di evitare che la guerra nel Golfo crei precedenti destinati a durare.

Pechino ha condannato l’attacco all’Iran e ritiene la Repubblica Islamica un Paese amico, ma quella tra i due non è un’alleanza sistemica e, del resto, in Cina si preoccuperebbero se l’Iran cercasse di imporre con la forza la trasformazione di Hormuz in un hub sotto il proprio controllo forzando ogni convenzione internazionale: il fatto aprirebbe la possibilità per qualsiasi altra nazione di fare lo stesso, e certi discorsi circolati a mo’ di boutade in Indonesia su Malacca sulla possibile imposizione di un pedaggio avranno posto Pechino sul chi vive, anche se non si sono concretizzati.

Scenari diplomatici

A tal proposito, la Cina intende anche valorizzare i rapporti con i Paesi del Golfo, fornitori energetici e partner economici, e mai li sacrificherebbe in nome della sola relazione, per quanto strategica e sistemica, con l’Iran. La ricerca di una mediazione è nel suo interesse, e non è da escludere che dietro il nuovo ruolo omanita ci sia anche l’endorsement di Pechino, fatto che non stupirebbe.

Il South China Morning Post definiva Cina e Oman i veri vincitori dell’accordo di Islamabad, ed è possibile che i due Paesi preferiscano si torni presto a un contesto di pacificazione. Così come anche il partner regionale più stretto della Cina, il Pakistan, si cura delle preoccupazioni del mondo arabo nella guerra, così la Cina deve guardare a un approccio a tutto campo.

La proposta omanita a Teheran su Hormuz, se confermata, offrirebbe una sponda non secondaria. Resta da capirne la fattibilità in una fase che vede l’Iran alla ricerca di una quadra tra sicurezza nazionale e tentazioni massimaliste, gli Usa incerti tra la sostanziale sconfitta incassata nei mesi scorsi e la prospettiva di spuntare posizioni politiche più favorevoli e il dilemma della condotta di Israele sulla scala che questo conflitto a intermittenza avrà nel prossimo futuro.

Ci sono però delle grandi manovre in atto e la sensazione è che il Golfo, rappresentato dall’Oman, non voglia questa guerra, e non mancano segnali che un esito imminente capace di non scontentare nessuno nella regione sia desiderato anche a Pechino. Resta da capire come i belligeranti leggeranno queste dinamiche in una fase dove tutto sembra cambiare giorno dopo giorno e non c’è più la pace senza che sia ri-esplosa una guerra a tutto campo.




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Andrea Muratore

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