Attenzione, spoiler. L’Odissea di Christopher Nolan fa discutere. I puristi del poema, sebbene non possano dire nulla sul livello tecnico raggiunto dal regista britannico (magistrale e maestoso), criticano la mancanza di fedeltà e il tradimento del tono epico delle gesta dell’eroe di Itaca. In parte le loro osservazioni sono vere, ma Nolan non è mai stato un pedissequo ripetitore.
Ogni materiale, ogni storia che finisce nelle sue mani è soggetta a una rielaborazione critica e personale. Del resto, avrebbe potuto facilmente riprodurre tutte le gesta dell’eroe di Itaca, avvalendosi della consulenza di esperti dell’epica omerica (la traduzione di riferimento adoperata è quella di Emily Wilson per Cambridge, ma è stata solo un punto di partenza).
Il personaggio di Odisseo non è il polymetis del mito, il conoscitore di città descritto nel proemio dell’Odissea, ma conserva una caratteristica fondamentale: egli è un polytlas, termine derivante dal greco antico πολύτλας, “colui che sopporta molto”, sia in senso attivo che in senso passivo (tale il significato della radice tla presente in molte lingue indoeuropee, da cui il latino tuli, perfetto del verbo fero, “portare, sopportare”).
L’Odisseo di Nolan quasi non riesce ad agire: subisce la guerra di Troia ed è distrutto da essa sebbene sia stato l’ideatore del Cavallo di legno. Ne ha visto le devastazioni, l’orrore di una notte di sterminio e ferocia, esplosa dopo tanto assedio. Un assedio così lungo da aver reso quella spedizione punitiva una guerra infinita. Né sembra un caso che Nolan abbia scelto di raccontare la prima guerra infinita che evoca, sotto altre spoglie, quelle attuali.
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Incendiando Troia abbiamo incendiato la civiltà, commenta un dolente Ulisse, e ora “l’oscurità” incombe sul mondo. La devastazione, infatti, non pone fine solo alla civiltà dei vinti, i cui volti sono celati dagli elmi così da renderli un nemico generico, il Nemico da eliminare.
A uscirne devastata è anzitutto la civiltà dei vincitori perché hanno violato tutte le leggi che avevano dato un ordine al mondo, declinate nel film in modalità evangelica: non fare agli altri ciò che non faresti a te stesso. Legge da cui discende l’apertura all’accoglienza dell’altro, dello straniero.
Non una morale fine a se stessa quest’ultima, ma un’apertura all’infinito, perché, come si aggiunge nella pellicola, nascosto sotto le spoglie dell’estraneo può celarsi il dio (manifestazione ricorrente nella mitologia greca). Un divino che, al contrario di quello omerico, ha compassione degli uomini e delle loro disavventure, come Nolan rappresenta la sua Atena.
Insieme alle leggi umane gli achei hanno violato anche quelle divine, empietà che ha come preludio lo sfregio di fare di un’offerta agli dei per la pace sopravvenuta – così è presentato il Cavallo ai troiani – uno strumento di morte e distruzione.
Così i vincitori si attirano l’ira divina. E in questo Nolan ha dimostrato di conoscere l’intera tradizione epica o, più plausibilmente, di aver consultato esperti che la conoscevano. La scena di Odisseo devastato dalla distruzione di Troia e la statua di Pallante distrutta da un soldato acheo – che ricorre per dimostrare l’empia sfida alla divinità – richiama i poemi del Ciclo Troiano (che, assieme all’Iliade e all’Odissea, narrano l’intero ciclo della guerra di Troia).
Infatti, la distruzione di Troia non viene raccontata in maniera estesa nell’Odissea, ma probabilmente nella Distruzione di Troia di Arctino di Mileto, nella quale la città viene devastata con particolare efferatezza (devastazione riproposta poi da Virgilio nella sua Eneide, che ad Artcino di Mileto si è ispirato).
Una distruzione alla quale presiede Agamennone, che rappresenta il potere, il cui volto Nolan non fa mai vedere, celato sotto l’armatura che ne simboleggia l’insindacabile potestà. Un potere che si alimenta di sacrifici umani; e più grande è quel che brama, più oneroso dovrà essere il sacrificio, come si accenna nel film, così che Agamannone sacrificherà la figlia Infigenia.
Incalzato dall’ira degli dei, Ulisse incontra mostri e creature mitiche e bestiali che affronta senza l’astuzia dell’eroe di Omero, il quale peraltro sapeva sopportare la perdita dei compagni con eroica resistenza e secondo i canoni della “civiltà della vergogna” della tradizione micenea.
L’Odisseo di Nolan, invece, vuole salvarli a tutti i costi, anche a costo di sfidare gli dei (e nonostante gli avvertimenti dell’indovino Tiresia, che incontrerà nell’Ade), anche se essi sono insofferenti alla sua guida dopo aver subito gli orrori di Polifemo, dei Lestrigoni e di Circe. Un’insubordinazione che perderà gli ultimi sopravvissuti, distrutti da Zeus per aver mangiato le carni dei buoi del dio Elio.
Un eroe tragico Odisseo, le cui vicissitudini si dipanano mentre sul suo mondo incombe un minaccia assente nel poema omerico, ma storicamente fondata, che Nolan ha voluto inserire per quel che svelerà al termine del film: i Popoli del mare.
Una confederazione di genti del Mediterraneo (Tirreni, Sardi, Cretesi, abitanti dell’Asia Minore etc.), le cui armi in ferro facevano strame dei popoli preda della loro scorribande, ancora fermi al bronzo. Nel film tutti sono terrorizzati da questa minaccia, ma infine Odisseo e Penelope arrivano a una conclusione: I Popoli del mare, i distruttori del mondo, sono i Greci.
Una tragedia, l’Odissea di Nolan, che differisce del poema omerico che invece ha un lieto fine, laddove il ricongiungimento familiare tutto salva e ricompone. Invece, come dirà Penelope, quel mondo, il loro mondo, “è finito”.
Gli farà eco Ulisse, il quale dirà che la caduta di Troia sarà decantata, ma ciò non sarà l’espressione poetica di una civiltà prospera. Più semplicemente, la loro civiltà non sa più scrivere. Una caduta culturale, ma anche la barbarie di una civiltà che glorifica la guerra ignorando le sofferenze che produce.
Alla sua tragedia, però, Nolan non ha voluto negare un ultimo cenno di speranza, che chiude e conclude: un’alba nuova che s’apre all’orizzonte. Anche nell’oscurità, resta questa trepida speranza.
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Luigi Paoletti
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