Era tormentato e viveva nel dubbio continuo. La sicurezza una delle sue fragilità



Nuovo appuntamento con la storia della Formula 1 a Motor News, il programma condotto da Beatrice Frangione sul canale YouTube di OA Sport. Ovviamente quando si parla di storia non può che esserci Giorgio Piola, che in questa puntata ha raccontato Carlos Reutemann, pilota argentino che ha sfiorato il Mondiale nel 1981, sicuramente tra i personaggi di quell’epoca più iconici anche per il suo comportamento fuori dai circuiti.

Subito un commento su persona e pilota era Carlos Reutemann: “Devo dire che era un personaggio unico. Non c’è mai stato nessuno simile a lui. Aveva una profondità umana pazzesca ed era intelligentissimo. Non capisco come abbia potuto entrare in politica, perché parlava soltanto a monosillabi; anzi, più che altro si esprimeva con le smorfie. Gli chiedevi qualcosa e aggrottava le sopracciglia, si passava le mani tra i capelli, faceva gesti. Però era velocissimo. L’unica cosa è che era un eterno dubbioso. È sempre stato il suo problema e perse quel titolo mondiale proprio perché, alla fine, dal punto di vista psicologico non fu capace di gestire la situazione e poi anche la squadra gli remò contro”.

Il periodo in Brabham all’inizio della carriera: “In Brabham all’inizio ho tanto aneddoti anche buffi, perché all’epoca era tutto molto più semplice, non come adesso. A un certo punto arrivava la cronometrista della Brabham e chiedeva Bernie Ecclestone, Gordon Murray, Ernie Blash, che era direttore sportivo, Charlie Whiting, che era il capo dei meccanici, Carlos Reutemann e Carlos Pace, perché all’epoca i due compagni di squadra erano loro due, e a me che ero sempre lì, cosa volevamo, e andava in città, dentro il paese, a comprare sandwich, e poi tutti in fila indiana sul guardrail della pit lane. Perché all’epoca era così. A volte non c’erano nemmeno le seggiole per sedersi e poter mangiare in pace. Abbiamo visto anche scene di meccanici Ferrari che mangiavano addirittura con i piatti posati su una monoposto. E quindi questo è stato l’inizio proprio, una grande famiglia, come si usa. Noi passavamo spessissimo tanto tempo a chiacchierare”.

Il 1981 fu l’anno cruciale della carriera del pilota argentino, con un finale di Mondiale davvero discusso: “La sua stagione più importante è stata quella con la Williams, nel 1981, perché sfiorò veramente il titolo mondiale e lo perse, in parte, anche per il suo carattere. Ovviamente non lo voleva perdere, ma purtroppo la sua indole ebbe un peso. All’inizio della stagione, nella prima gara in Brasile, era in testa. In Williams avevano stabilito accordi piuttosto chiari. Il pilota di punta doveva essere Alan Jones. Gli chiesero di cedergli la posizione, ma lui non lo fece. Da quel momento si inimicò buona parte della squadra. Bisogna anche considerare una particolarità della Williams, che è sempre stata così. Spesso il titolo costruttori veniva considerato più importante di quello piloti. Di conseguenza, il singolo pilota era ritenuto meno importante del risultato della squadra. In quel caso, però, il team era schierato dalla parte di Jones e quel gesto di Carlos non gli fu mai perdonato. Poi bisogna ricordare che al comando della Williams c’erano due personaggi dal carattere molto forte, Frank Williams e Patrick Head. Patrick Head era un tecnico straordinario, ma è sempre stato molto duro e schietto nei rapporti con i piloti”.

Un rapporto sempre sincero tra Piola e Reutemann, con l’argentino che mostrava al giornalista tutte le sue debolezze: “Carlos aveva molto bisogno di sostegno. All’epoca io ero giornalista della Gazzetta, però purtroppo c’erano tanti colleghi che non parlavano bene l’inglese. Io lo parlavo e quindi spesso conversavo con Alan Jones, ma non perché servisse a me, ma lo facevo per fare un piacere, perché a volte ci si scambiava delle interviste. Ovviamente non potevamo seguire tutto e tutti. Molto spesso mi veniva incontro Mimica, la moglie di Carlos, con la quale avevo molta confidenza. Mi diceva che Carlos era giù di morale, che mi vedeva sempre parlare con Jones e pensava che io fossi meno amico suo. Mi chiedeva quindi di andare a parlare con lui, di parlare di qualsiasi cosa, purché gli facessi compagnia, perché ogni volta che mi vedeva con Jones ci rimaneva male. Questo dà l’idea del clima di tensione che c’era e di quanto Carlos, pur sembrando uno che avrebbe potuto spaccare le montagne, un vero macho, fosse in realtà molto fragile. Fra l’altro aveva un successo incredibile e tutte le donne impazzivano per lui, anche per quella faccia un po’ da indio, sempre abbronzatissimo. Aveva un modo di fare scontroso che finiva per renderlo ancora più affascinante. Dentro, però, era tormentato e viveva nel dubbio continuo”.

Un altro aneddoto molto particolare sull’aspetto umano di Reutemann: “A due o tre gare dalla fine del Mondiale, un giornalista brasiliano mi chiese chi vedessi favorito nella lotta per il titolo. Feci un’analisi che ritengo tutt’ora corretta e che, alla fine, si rivelò esatta. Dissi che, secondo me, il favorito era Nelson Piquet perché aveva tutta la squadra che lavorava per lui, mentre in Williams c’era ancora il problema della vittoria non ceduta a Jones nella prima gara e quindi il clima non era dei migliori. Inoltre Piquet era più giovane. Insomma, indicavo lui come favorito, non come il pilota più bravo. Puntualmente arrivò Mimica a dirmi che avevo messo Carlos in crisi, perché lui era convinto che io avessi detto che Piquet fosse migliore di lui. Le spiegai che non era assolutamente quello che avevo sostenuto e le chiarii il senso del mio ragionamento. All’epoca le gomme Goodyear avevano quattro codici diversi e potevano essere differenti fra avantreno e retrotreno. Per esempio si potevano montare gomme più morbide davanti e più dure dietro. Barry Green, il responsabile Goodyear, per facilitarmi il lavoro, all’inizio di ogni weekend mi consegnava il taccuino con tutte le sigle delle gomme montate sulle vetture. Mi bastava leggerne due per ricavare anche le altre e questo rendeva il lavoro molto più semplice. Sulla griglia di partenza passavo davanti a tutte le macchine. Camminavo lentamente con il taccuino e, nonostante la mia pessima calligrafia, annotavo tutti i numeri. Mentre stavo passando davanti alla macchina di Carlos, sentii che mi chiamava. Tornai indietro, lui era già seduto nell’abitacolo, a cinque minuti dalla partenza, nel momento in cui un pilota dovrebbe essere completamente concentrato sulla gara. La prima cosa che mi chiese fu perché avessi detto che Piquet era più bravo di lui. Gli risposi che non avevo mai detto una cosa del genere e che avevo semplicemente spiegato che Piquet poteva contare su una squadra interamente schierata dalla sua parte, mentre lui aveva un ambiente che, in quel momento, gli remava un po’ contro. Carlos replicò soltanto che non avevo fatto una bella cosa. Questo rende bene l’idea della sua sensibilità e, in definitiva, della sua insicurezza”.

Sul finale del Mondiale del 1981: “Alla gara decisiva di Las Vegas, Pierre Dupasquier, responsabile tecnico delle gomme Goodyear per la Williams, venne da me disperato e mi disse che Carlos aveva scelto inizialmente le gomme giuste, ma che all’ultimo momento aveva cambiato idea. Gli chiesi il motivo e lui mi spiegò che aveva voluto montare le stesse gomme di Alan Jones, nonostante non le avesse mai provate. Carlos aveva fatto inizialmente la scelta corretta e poi l’aveva cambiata. Fu un errore sia tattico sia tecnico, perché si ritrovò con una macchina che, in quelle condizioni, non conosceva davvero. Infatti la sua gara fu completamente anonima. Per capire invece quanto fosse rilassato l’ambiente in casa Brabham, ricordo che, passando sempre sulla griglia di partenza, vidi Gordon Murray accanto alla macchina di Nelson Piquet. Indossava una delle sue solite camicie coloratissime, magari con l’immagine di Jimi Hendrix o di altri musicisti, portava i suoi immancabili sandali e stava ascoltando la musica con il Walkman. Gli chiesi come fosse possibile che ascoltasse musica proprio in quel momento, quando oggi vediamo gli ingegneri parlare ai piloti fino all’ultimo secondo, dando indicazioni continue. Murray mi rispose semplicemente che avevano già fatto tutto quello che dovevano fare: la macchina era pronta e, da quel momento, il compito spettava al pilota. Per questo lui si rilassava e lasciava che Piquet pensasse soltanto a fare una bella gara. Questo rende bene l’idea di quanto fosse diverso quel mondo rispetto alla Formula 1 di oggi: c’erano soltanto pochi meccanici attorno alla macchina e Gordon Murray che, serenamente, ascoltava la sua musica“.

Un pilota decisamente attento alla sicurezza, a volte anche ossessionato: “Lui era molto, molto ansioso per tutto ciò che riguardava la sicurezza. Quando arrivò in Williams, per esempio, il roll bar era stato progettato sull’altezza di Alan Jones. Io realizzai un disegno per il settimanale in cui mostravo che la linea immaginaria che congiungeva il roll bar posteriore con quello anteriore passava sotto la testa di Carlos: in pratica, la sua testa sporgeva dalla protezione. Al Gran Premio successivo vidi Frank Williams arrivare con un foglio in mano. Mi mostrò il conto dei lavori e mi disse, scherzando, che avevano dovuto aggiungere un pezzo di titanio al roll bar e che avrei dovuto pagarlo io, perché era tutta colpa mia”.

Sulla Lotus e su quanto era ancora maniaco della sicurezza: “Carlos era terrorizzato dalla fama che quella vettura aveva di essere pericolosa. Prima di firmare il contratto volle vedere tutte le fotografie possibili e immaginabili dell’abitacolo, soprattutto della zona della pedaliera, per capire quanto fosse sicura”.

Un ultimo incontro speciale: “L’ultima volta che ci vedemmo eravamo a Monza, seduti sul muretto dei box. Io indossavo una giacca Goodyear e lui era vestito in borghese. A un certo punto arrivò un ragazzo, evidentemente poco ferrato di Formula 1, che chiese un autografo a me anziché a Carlos. Lui prese la cosa con grande ironia, ma l’episodio rimase piuttosto curioso”.

Piola racconta anche del giorno del drammatico incidente di Ronnie Peterson e della reazione del pilota argentino: “La verità è che Carlos era davvero un maniaco della sicurezza. Lo dimostrò anche nel drammatico incidente di Ronnie Peterson. Quando passò accanto al luogo dell’incidente non si voltò mai a guardare la macchina. Successivamente gli chiesi come fosse stato possibile, visto che io, al suo posto, sarei finito persino in un fosso o dentro un tombino per cercare di vedere cosa fosse successo. Lui mi spiegò che, se si fosse voltato a guardare l’incidente, non sarebbe più riuscito a prendere il via. Era questo il livello della sua sensibilità: la sicurezza rappresentava una delle sue più grandi ossessioni e una delle sue tante fragilità”.

Sul periodo in Ferrari: “Anche qui non trovo grande sintonia con la squadra. Racconto un altro aneddoto su questo. Una volta andare a parlare al commendatore per fare delle rimostranze, si era preparato il discorsetto, a Maranello lo avevano saputo, ogni volta che lui si avvicinava alla porta, il commendatore alzava la voce come se stesse bisticciando, e lui alla fine non entrò mai e non fece mai il discorsetto”

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Andrea Ziglio

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