Iran. Della tregua violata e di altre false flag


Ad innescare il rinnovato incendio che rischia di divorare l’intero Medio oriente è stata una false flag, un po’ come l’inesistente atomica iraniana per la fase precedente del conflitto. Infatti, tutto è iniziato con un attacco all’Arabia saudita che Riad e Stati Uniti hanno attribuito alle milizie filo-iraniane attive in Iraq, da cui la rappresaglia contro di esse da parte delle asserite vittime e dei loro potenti protettori. Da cui la reazione di Teheran contro le basi americane per quanto si era consumato nello Stato confinante a danno dei propri alleati.

Tutto, quindi, è iniziato dalle accuse di Riad contro le milizie iraniane, confermate dagli Usa. E, però, resta che l’Iraq non solo non ha confermato tali accuse, ma ieri ha rincarato la dose affermando che “non ci sono prove che gli attacchi [contro Riad] siano stati lanciati dal territorio iracheno” (così il generale Sabah Al-Numan, portavoce del Capo di Stato Maggiore dell’esercito).

Iraq military spokesman says no evidence attacks launched from its territory

Qualcuno porebbe pensare che sia una fonte di parte, ma dovrebbe ignorare che appena due settimane fa il primo ministro iracheno Ali al Zaidi era a Washington a scambiarsi sorrisi con Trump e a stipulare accordi con le compagnie petrolifere americane.

Non solo, al Zaidi era atteso a Riad il giorno successivo all’attacco: visita annullata. Peraltro, appena tornato dagli States, al Zaidi si era recato in Iran e si diceva che portasse in dote una proposta di Washington per chiudere il conflitto. Missione negata dall’Iran e dall’interessato, ma è possibile che la visita a Riad facesse parte di questa mediazione di alto livello (necessariamente riservata).

L’altra cosa bizzarra è che la reazione iraniana contro gli States è stata presentata come una violazione della tregua non dichiarata iniziata alla fine della settimana scorsa. Come se l’attacco alle milizie iraniane sia tutt’altro dal conflitto in corso e non una parte di esso. Un tentativo di negare l’ennesima violazione degli accordi da parte degli americani.

Una narrativa tanto dilagante e data per scontata che ci è cascato addirittura The American Conservative, forse il media più critico delle guerre infinite (e di quella iraniana in particolare), sul quale si legge: “Washington ha sospeso le ostilità nel fine settimana, eppure l’Iran ha lanciato un attacco a sorpresa contro gli Stati Uniti in Giordania, prendendo l’iniziativa strategica”. Nessuna iniziativa strategica, appunto, semplice rappresaglia (non a sorpresa).

Al di là come è iniziata, la nuova fase bellica appare diversa dalla precedente, come affermano tanti analisti. Anzitutto non sembra più uno scontro tra Israele – Stati Uniti e Iran, ma qualcosa di più ampio, sia per il tentativo di ampliare le conflittualità – come denota il drone che ha colpito il porto di Damietta in Egitto – sia perché alcuni dei Paesi che in passato si erano prodigati a preservare la pace regionale – favorendo la sottoscrizione del Memorandum – oggi sembrano vacillare nelle loro posizioni, indulgendo a volte a intrupparsi nell’asse Washington-Tel Aviv.

Tra questi ultimi spicca l’Arabia saudita anche perché, incrociando di nuovo le spade con gli Houti, di fatto ha in Teheran, alleata dei ribelli yemeniti, un’antagonista. Uno spostamento, quello di Riad, che potrebbe assumere valenza tettonica, come dimostra la querelle sull’attacco attribuito alle milizie filo-iraniane.

Riad sta attraversando una fase particolarmente dinamica, come evidenzia il fatto che abbia dato vita a una “coalizione per la difesa marittima”, volta a preservare la sicurezza delle vie di navigazione della regione, alla quale hanno aderito 13 Paesi: Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania, Yemen, Bangladesh, Nigeria, Sudan, Gibuti e Somalia. Si tratta di una coalizione eterogenea che comprende Paesi ancora decisamente impegnati nella de-escalation regionale, quindi difficilmente dovrebbe schierarsi da una parte o dall’altra, ma ha potenzialità di blocco tutte da seguire.

Altro particolare che allarma su un ampliamento del fronte medio orientale, frammentario e magmatico, è lo strano attacco al porto di Damietta, che Il Cairo ha evitato di attribuire ad alcunché. Su tale attacco appare significativo il post su X del ministro degli Esteri Abbas Araghchi (nella foto in apertura con il ministro degli esteri dell’Iraq Fuad Hussein), il quale, ricordando la partnership tra Teheran e Il Cairo, ha allarmato sulle false flag.

Araghchi warns of Israeli false flags after Egypt drone strike

In realtà, anche nella precedente fase bellica si erano registrati attacchi difficilmente ascrivibili che avevano interessato un po’ tutti i Paesi della regione, con Teheran che negava la responsabilità di alcuni di essi (negazione che aveva un peso ponderale perché ha sempre annunciato e rivendicato gli obiettivi delle proprie operazioni militari). Ma se l’altra volta tale strategia era stata vanificata dalla pazienza dei Paesi interessati, i quali hanno continuato a lavorare per la pace, stavolta potrebbe essere diverso.

L’incendio della regione e la destabilizzazione permanente conseguente avrebbe un unico vincitore: Israele, o meglio la grande Israele. Infatti, la nuova Israele, nata dalle ceneri – da intendersi in senso letterale – del popolo palestinese e dei loro territori, ampliata a ricomprendere parte della Siria e del Libano, avrebbe facile agio a gestire tale destabilizzazione secondo i propri interessi. Si ergerebbe a potenza regionale e, insieme, globale, stante le risorse alle quali potrebbe attingere.

La spinta ad ampliare la scala e il raggio del conflitto mediorientale è analizzata da Shahid Beheshti, docente presso l’Università di Teheran su Irna, il quale afferma: “Oltre a Israele, anche negli Stati Uniti operano forze potenti che lavorano per raggiungere questo obiettivo. Sembra che un potere transregionale stia sconvolgendo gli equilibri. Logicamente, ciò non gioca a favore degli Stati Uniti, ma anche il governo statunitense ne è coinvolto e si troverà invischiato in guai ancora più grossi con l’escalation delle tensioni”.

Se abbiamo riportato le sue parole è anche per un altro cenno: “Resta da vedere se, come è stato sottolineato nei discorsi dei funzionari (tra cui il dottor Araghchi), esistano persino correnti interne al nostro Paese coinvolte in questa cospirazione”. Il fatto che tale allarme sia riportato dall’Agenzia stampa ufficiale dell’Iran interpella.

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Luigi Paoletti

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