Valla, l’Ondina della storia. Il trionfo a Berlino nel ’36 fu la svolta per le donne



Dalla nascita delle Olimpiadi moderne, occorsero 40 anni perché una donna italiana vincesse la prima medaglia d’oro. Capitò a Berlino, il 6 agosto 1936, quando la bolognese Ondina Valla si aggiudicò gli 80 ostacoli. Per il suo successo venne ricevuta da Adolf Hitler, Benito Mussolini la volle accanto nella celebrazione dei medagliati azzurri e persino il Papa si congratulò calorosamente con lei.

Il trionfo della ventenne emiliana è stata una pietra miliare dello sport italiano, ma l’impresa per cui ancora oggi la ricordiamo fu prima di tutto sociale e culturale. L’Italia uscita dal primo conflitto mondiale era uno dei paesi più arretrati dell’Occidente, alla donna era imposta una condizione di subalternità e sottomissione. Cento anni fa, la tipica scena familiare mostrava madri perennemente indaffarate ad accudire mariti e allevare figli; permanentemente votate a rassettare, lavare, stirare, cucinare, assistere, col solo aiuto delle figlie, cui veniva in tal modo inculcata l’accettazione del ruolo che avrebbero recitato da adulte nella famiglia e nella società. Non esistevano sportive, o se c’erano – e le si identificava con neologismi incerti, come “atletessa” o “campiona”–, non erano modelli cui ispirarsi, perché più che altro suscitavano ilarità e sospettosa meraviglia, quando non sconcerto e turbamento per la degenerazione dei costumi che vi si intravedeva.

Ostacolata negli studi, scoraggiata nel lavoro e condannata a un destino tutto biologico, alla donna toccava “obbedire, mettere al mondo figli e portare le corna”, secondo la sprezzante immagine del duce, mentre il medico Nicola Pende, ispiratore della politica eugenetica fascista, affermava che le donne sono dotate di appena una porzione dell’intelligenza maschile, peraltro più che bastante a svolgere i semplici compiti per cui sono state create. Nella cruda sintesi di Tommaso Marinetti, iniziatore del futurismo, il cervello era invece “un motore aggiunto e inadatto allo chassis della donna, che ha per motore naturale l’utero”.

La piccola Trebisonda (così battezzata in onore della città turca) era però assai energica, apprezzava l’esercizio all’aperto e si misurava in vari giochi atletici con i quattro fratelli maschi. Per interminabili pomeriggi indulgeva al salto della corda, da cui ottenne infine due gambe vigorose e ben tornite. In quinta elementare, la sua scuola fu visitata da Vittorio Costa, dirigente della Federazione di atletica. Alla ricerca di concorrenti per la Coppa Littoria, fece schierare le bambine in cortile, tese una cordicella fra due ritti e improvvisò una gara di salto in alto. Ondina superò un metro e dieci e fu instradata alla disciplina, spaziando poi dalla velocità, agli ostacoli, ai concorsi e segnalandosi, con la coetanea Claudia Testoni, come la stellina nascente della neo-costituita associazione Bologna Sportiva.

Erano le contraddizioni del sorgente Stato totalitario, fra le cui architravi stava il controllo e l’indottrinamento dei giovani, in cui lo sport svolgeva un ruolo centrale: per i ragazzi la palestra era l’anticamera della caserma; per le ragazze, protagoniste dei notori saggi ginnici collettivi, l’attività sportiva era il preludio al rafforzamento fisico che avrebbe offerto alla patria figli sani e gagliardi, in ossequio alla politica delle “culle piene”. Tale stridente incoerenza conviveva nella stessa Valla, cui mamma Andreana lanciava ansiose occhiate, temendo che gli allenamenti la mascolinizzassero, mentre il padre la supportava pagando le spese di viaggi e trasferte. Da parte sua, Ondina rivendicava orgogliosamente di non aver mai sacrificato la femminilità all’atletica: diceva che i suoi muscoli erano fasciati dal loro “bravo strato di ciccetta” e considerava un complimento il paternalistico ammonimento dei compagni di squadra, i quali l’avvertivano che con “quelle cosce” non avrebbe mai combinato niente di eccezionale.

Al contrario, appena sedicenne spuntò il minimo per i Giochi di Los Angeles del 1932, ma il Coni formò una squadra di soli uomini, cedendo alla pressione del Vaticano, risolutamente contrario all’agonismo femminile. Tuttavia, le esigenze del confronto internazionale, l’imperativo di mostrare che la derelitta “Italietta” si era definitivamente incamminata sulla strada del progresso anche nel nascente agone dello sport di massa, determinarono un cambio di paradigma. Convintosi della centralità dello sport nella costruzione del consenso interno e del prestigio all’estero, Mussolini premette per un riposizionamento ideologico: anche se questo significava dispiacere la Santa Sede, a due fuoriclasse come Valla e Testoni non potevano essere tarpate le ali, soprattutto in vista delle Olimpiadi berlinesi nel quadro della relazione amichevole e competitiva con la Germania nazista.

Tredici ragazze si unirono così ai 169 maschi della spedizione berlinese. In pista, Valla e Testoni tennero fede al ruolo di favorite e superarono le batterie con relativo agio. Il giorno della finale però, con un clima piuttosto rigido, la fiducia non regnava nel clan italiano. Testoni aveva il ciclo e portava sul cuore il macigno di un abbandono, dopo un aspro litigio col fidanzato, l’ostacolista Gianni Caldana; Valla era affaticata e indolenzita, come le capitava quando gareggiava a intervalli ridotti. Qualche zolletta di zucchero intinta nel cognac e una razione supplementare di massaggi spedirono le azzurre ai nastri di partenza: Testoni scattò in testa, Valla partì contratta e nella rimonta sacrificò lo stile alla potenza, piombando sul traguardo con la spalla sinistra. La vittoria le fu attribuita per un’incollatura, mentre il responso del foto-finish relegò Testoni ai piedi del podio.

La vittoria e i conseguenti festeggiamenti trasformarono Ondina Valla in una fonte d’ispirazione per innumerevoli giovinette, cui bambine e ragazze potevano guardare come a un modello reale di donna pubblica. Semi sparsi di una nascente socialità esterna, non voluta e piena di limiti e ripensamenti, travalicarono il perimetro dell’arena sportiva e finirono per alimentare un inatteso protagonismo femminile, che sarebbe germogliato dopo il crollo della dittatura. Furono queste stesse donne a fornire poi un decisivo contributo alla Resistenza, anche grazie all’esempio di una scattante bolognese che era apparsa sui rotocalchi con una scintillante medaglia al collo.


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