Alla vigilia dell’arrivo del Papa, mons. Accrocca descrive al Sir il clima d’attesa e spiega i motivi della perenne attualità del santo di Assisi, ottocento anni dopo la sua morte.
(da Assisi) “Papa Leone ci insegna che non possiamo aspettare che i giovani vengano: dobbiamo andare noi da loro e cercare le parole giuste”. Mons. Felice Accrocca, arcivescovo-vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, descrive così al SIR il clima della vigilia dell’arrivo del Papa, che ad Assisi incontrerà migliaia di giovani europei che partecipano a “GO! Franciscan Youth Meeting”, il raduno internazionale della gioventù francescana. “I giovani cercano il Papa, lo ascoltano, anche quando dice cose che non condividono, perché sanno che parla con verità, che vuole il loro bene, non cerca l’appaluso”, prosegue il vescovo, tra i massimi esperti del santo di Assisi.
A soli quattro mesi dal suo ingresso in diocesi, come si prepara ad accogliere il Papa pellegrino ad Assisi sulle orme di Francesco?
E’ un dono grandioso della Provvidenza. Sono molto sereno, perché la presenza di Papa Leone fra noi è una gioia e voglio viverla come tale, senza nessun tipo di ansia o agitazione. La visita del Papa è un dono che la città riceve: Assisi è abituata, le visite dei papi non sono così infrequenti. Dopo Roma e Castel Gandolfo è la città più visitata dai papi. Ci consideriamo dei privilegiati, grazie soprattutto a Francesco: senza di lui tutto questo non sarebbe possibile.
La seconda visita di Papa Leone nella città del “Poverello” cade in un anno particolare, nell’ottavo centenario della morte del santo. Che significato ha non solo per la diocesi e l’intera famiglia francescana, ma anche per la città di Assisi?
Ha una molteplicità di significati, perché si tratta di un evento che possiede molteplici ricadute nella vita culturale, sociale e spero anche amministrativa. Mi auguro che la visita del Papa sia di stimolo ad adottare logiche francescane anche nelle organizzazioni amministrative e governative, quando si tratta di stabilire delle priorità.
Francesco ricorda a tutti l’assoluto del Vangelo:
pensiamo soltanto a cosa vuol dire nella nostra società, che punta tutto sull’apparenza, sul profitto, che si polarizza sempre di più e avanza a colpi di slogan sempre più escludenti. L’immagine di lui che è stata veicolata attraverso i secoli non è quella miracolistica o sensazionalistica. San Francesco è uno stigmatizzato, le sue Vite più antiche sono piene di miracoli, ma non è Antonio da Padova o Pio da Pietrelcina, santi inei quali la gente comune sottolinea soprattutto aspetti “sensazionali”, come il miracolo o le stimmate: no, la gente comune percepisce Francesco come un Altro Cristo, un uomo che ha vissuto il Vangelo e tradotto nella sua vita il primato del Vangelo.
Se questa visione passasse nel vissuto delle nostre comunità ci aiuterebbe a prendere posizioni a volte più coraggiose di quelle che siamo capaci di prendere.
Il Papa viene per incontrare i giovani provenienti da molte parti d’Europa. Cosa dice la “sana inquietudine” di Francesco ai giovani di oggi?
Innanzitutto, di mettersi in ricerca e non avere paura. Francesco era un giovane centrato su sé stesso: era questo il suo “grande peccato”, nominato nel suo testamento. Come molti giovani di oggi si sentiva al centro del mondo: non c’era Dio nel suo universo, c’era lui. Era inoltre molto attento alla sua immagine, e anche questo è un tratto caratteristico dei giovani della nostra epoca. Dopo l’anno di prigionia trascorso a Perugia Francesco si ammala, probabilmente di febbri malariche, e i suoi sogni di giovane subiscono la prima battuta d’arresto. Ma è proprio quando si trova a dover fare i conti con la sua condizione di fragilità che si accorge dei lebbrosi: li aveva visti anche prima, ma come racconta Tommaso da Celano si turava il naso per chilometri quando passava accanto ad un lebbrosario. Nel momento in cui è lui a vivere una condizione di fragilità, la fragilità altrui lo interpella.
Noi siamo abituati a demonizzare la fragilità, invece Francesco ci dice che la fragilità può diventare anche una risorsa, un momento di scoperta, perché ci costringe a vedere le cose con altri occhi, a vedere cose che prima non volevamo vedere.
II Papa domani celebrerà la messa alla Porziuncola, pochi giorni dopo il Perdono di Assisi. E’ la misericordia l’antidoto ad un tempo di guerra, conflitti e divisioni quale quello che stiamo vivendo?
Negli scritti di Francesco ci sono passaggi straordinari sulla misericordia, basti pensare alla Lettera al Ministro. Già all’inizio della sua conversione, nell’incontro con i lebbrosi, è presente la misericordia: ciò che conta per Francesco è l’esperienza della misericordia, e ciò che trasmette ai suoi fratelli è l’esperienza della misericordia.
In un tempo di polarizzazioni, in cui ciò che conta è urlare più forte dell’altro, senza ascoltare le sue ragioni ma al contrario demonizzandolo, la misericordia è inattuale, perché parla in mezzo ad una caciara, e nello stesso tempo attualissima, perché è proprio ciò di cui abbiamo bisogno.
Il perdono è ‘per-dono’, ‘dono-per’: un dono per chi lo riceve, perché si sente accolto con le sue fragilità, ma anche per chi lo offre, perché solo se si è capaci di perdono si ritrova l’equilibrio e la pace interiore.
Noi siamo dominati dal desiderio di vendetta:
diciamo di volere giustizia, ma in realtà, molte volte, desideriamo vendetta, e questo non ci dà pace. La misericordia è la via maestra per ritrovarla.
Un anno fa, durante la Veglia per il Giubileo dei giovani, Papa Leone ha detto loro che il futuro ha bisogno di uomini e donne che siano testimoni di speranza. Insieme a Francesco, i giovani possono imparare a sognare un mondo diverso?
La dimensione del sogno è importante per Francesco: è proprio attraverso i sogni e le visioni che procede la sua vita. Francesco ha sogni grandi, come ogni giovane, ma poi capisce che il suo sogno è un altro: quello di un’umanità riconciliata, con sé stessi e con la propria storia, un’umanità capace di riscriversi a partire da una logica comunionale. L’umanità che sogna Francesco non si può delimitare da confini, fili spinati, muri. Francesco è un costruttore di ponti. Non abbiamo bisogno di muri, ma di gettare ponti: ognuno di noi dovrebbe essere ‘pontefice’, colui che fa il ponte.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



