– Vice-primo ministro: Taras Kachka, anche lui da un anno in quella carica oltre che in quella di ministro per l’Integrazione euro-atlantica, è stato sostituito da Vsevolod Chentsov, già ambasciatore ucraino presso la Ue, posto che ora sarà assunto da Kachka. Da notare che prima di Kachka quel ministero era diretto da Ol’ha Stefanišyna, poi trasformata in ambasciatrice ucraina a Washington, carica che sta abbandonando per accuse di corruzione e che Zelensky ha offerto, invano, alla Svyrydenko.
– Vice-primo ministro: Oleksiy Kuleba, che era anche ministro per lo Sviluppo delle comunità e dei territori, è stato rimosso (anche per lui sospetti di corruzione) e il suo ministero scorporato in un ministero delle Infrastrutture (assegnato a Mykola Kalashnik) e un ministero delle Comunità e dei Territori (Vitalii Bezghin).
– Ministro della Difesa: Mychajlo Fedorov, in carica da appena sei mesi, è stato silurato e sostituito dal generale Yevheni Jmara.
– Ministro degli Interni: il generale Ihor Klymenko (già capo della polizia) che deteneva la carica è diventato segretario del Consiglio di sicurezza. Il suo successore al ministero non è ancora stato nominato.
– Servizi segreti interni: Vasil Malyuk, capo dell’SBU, è stato sostituito dal generale Oleksandr Poklad, una lunga carriera nell’intelligence.
– Servizi segreti esteri: il nuovo capo è Rustem Umerov, già ministro della Difesa e segretario del Consiglio di sicurezza.
– Forze armate: il comandante generale Oleksandr Syrsky è stato sostituito dal generale Mykhailo Drapatyi.
– Polizia: il nuovo capo della Polizia è Maksym Tsutskiridze.
L’elenco è indubbiamente un po’ noioso ma serviva per avere un quadro più completo. L’attenzione dei media internazionali si è molto concentrata sulle vicende relative a Fedorov e Syrsky, ovvero sulle faide tra il popolare ministro della Difesa Fedorov (il suo siluramento ha spinto molti ucraini a protestare in strada) e l’assai meno popolare comandante in capo Syrsky. E non era stato difficile notare da un lato l’accresciuta presenza degli uomini in uniforme negli organi di governo (per esempio un generale come ministro della Difesa, carica prima occupata da civili; o un poliziotto come Klymenko a guidare il Consiglio di sicurezza) e, dall’altro, l’indubbio alleggerimento del peso dei civili, con ministeri scorporati e tecnocrati di nullo profilo politico (il nuovo premier Korec’kyj, per esempio).
C’è una logica, in questa svolta. Nonostante che dal punto di vista strettamente militare male le cose non vadano affatto bene, come confermato dall’analisi del generale Boni pubblicata in queste pagine, Zelensky ha incassato di recente due buone notizie. L’Unione Europea ha cominciato a versare il prestito da 90 miliardi (che sarà interamente devoluto entro il 2027), che per 60 miliardi andrà a finanziare le forze armate. E la Nato, nel summit di Ankara, ha ribadito la disponibilità a sostenere la resistenza dell’Ucraina. E la Nato è un’alleanza militare. È abbastanza naturale che Zelensky si appoggi il più possibile ai militari, che sia dall’interno (la forze armate sono da anni in tutti i sondaggi l’istituzione più stimata dagli ucraini) sia dall’esterno sono considerate in questo momento la spina dorsale del Paese.
Oltre che un politico nato, però, Zelensky a questo punto è anche un politico ultranavigato e alle sue decisioni non è mai estraneo un ragionamento relativo alla gestione e alla conservazione del potere. Emasculato da tempo il vertice del Governo (con la sua presidenza si sono avvicendati solo tecnocrati senza base politica, da Oleksij Honcharuk a Denis Shmyhal, dalla Svyrydenko a Korec’kyj), anche nel caso dell’ultimo ribaltone Zelensky si è preoccupato di neutralizzare le personalità più spiccate, quelle portatrici di un’idea. Il caso del giovane ministro Fedorov, che si batteva per la professionalizzazione delle forze armate (la mobilitazione forzata e spesso violenta è una delle pratiche più detestate dagli ucraini), l’arruolamento di mercenari e in generale per una riforma della gestione degli appalti militari, è stato il più emblematico.
Ma non va sottovalutata, per portata politica, la rimozione del vice-premier e ministro per l’Integrazione euroatlantica Kachka, che nel gennaio del 2025 aveva concordato con la commissaria europea all’Allargamento Marta Kos un piano in dieci punti per affrontare e risolvere entro un anno il problema della corruzione, che è un massiccio ostacolo sulla via dell’ingresso dell’Ucraina nella Ue. L’arrivo alla guida del ministero di un ambasciatore dimostra che Zelensky non intende delegare a nessuno la pratica europea, e nemmeno vuole prendere impegni troppo stringenti sul tema corruzione che, di nuovo, riguarda da vicino la Difesa e le forze armate. Le Ong di monitoring ucraine hanno già fatto notare che gli obiettivi fissati dai dieci punti del piano Kos-Kachka sono realizzati solo al 15% e sono già passati 7 dei 12 mesi disponibili.
Anche per questo la società civile ucraina guarda con forte sospetto alle nomine ai vertici dei servizi di sicurezza e della polizia. Poklad (nuovo capo Sbu) è considerato uno dei principali ispiratori della legge che, nel luglio 2025, cercò di neutralizzare i poteri degli organismi anticorruzione e che Zelensky dovette poi ritirare per le proteste di piazza. E il nuovo capo della polizia, Tsutskiridze, è considerato un uomo di Oleh Tatarov, vice-capo dell’amministrazione presidenziale. E l’uno e l’altro sono due sopravvissuti del regime di Viktor Yanukovich, il presidente cacciato dall’Euromaidan, e sono stati entrambi coinvolti in sospetti di corruzione e abuso di potere. Molti quindi pensano che il loro arrivo al vertice possa incidere con un nuovo tentativo di sterilizzare le inchieste sulla corruzione, che sono arrivate così in alto da spazzar via persino Andrij Jermak, capo dell’amministrazione presidenziale, braccio destro di Zelensky, ed eminenza grigia del suo potere.
In poche parole: con queste ultime nomine Zelensky si è circondato di pallidi esecutori o di uomini con le stellette. Per definizione suoi fedelissimi, almeno finché sarà lui (e se la guerra continua nulla cambierà in questo senso) l’unico possibile tramite tra gli aiuti (finanziari e militari) esterni e gli uomini che si sacrificano al fronte per proteggere il Paese.
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Fulvio Scaglione
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